Geppetto

Manila è in ritardo di un quarto d’ora, mentre l’aspetto in questo androne comincio a rovistare tra gli scatoloni pieni di raccolte pubblicitarie suddivise per annate, il sorriso famigliare di Nino Manfredi nella Lavazza “più lo mandi giù più ti tira su!”, saranno stati i primi anni 80, in quelle pubblicità c’è il rosso anni 80 delle cazzo di teste rosse che forse appartenevano solo ai fantasmi, come il maglione di Nino, nessuno come lui è riuscito a sembrare così zio o padre o geppetto . Poi quella dei cicles Brooklyn con la scritta in rosso “G U S T O L U N G O”, queste frasi avevano un doppio senso già allora che di anni ne avevo undici o dodici. A forza di doppi sensi poi ci si perde, così allusive da farti diventare allusato, ha pure iniziato a piovere, Manila arriverà infreddolita, temo sempre un po’ i primi incontri, a volte prevale il sedicenne che c’è in me , ed è un casino perché lui è vergine e ha paura di un rifiuto, non importa quante certezze abbia avuto, gli strike, i goool, le palle andate a segno, deglutisco fino a quando non ho più saliva. Guardo Nino con la sua espressione che se conservata bene rimarrà così per migliaia di anni, era una carta diversa quella degli anni 80, non si badava al risparmio.
-Aoo…ma statte quieto!- Dice Geppetto uscito dalla carta, che non la fanno più così.
-Babbo, posso chiamarti Babbo?- Rispondo. Geppetto, mi mette una coperta a quadretti sulle spalle, butta un ceppo sul fuoco.
-Ma certo t’ho creato io! Prepariamo due patate bollite, non sarà un granchè ma Manila apprezzerà se ti vuole bene.- Lui si avvicina al paiolo, come faccio a dirle che le persone sono cambiate?
-Non l’ho mai vista, voglio fare bella figura!- Dico, guardandomi le mani di legno, prendo il cellulare per osservarmi dallo schermo, ho due occhi disegnati, tengo la faccia di sbieco per via del naso a manico di scopa.
-Ah ma così cambia tutto, se vuoi sparisco, vi lascio soli, guarda come son vestito, non deve pensare che siamo poveri, anche perché un po’ di soldi li ho messi da parte, ma come t’è venuto in mente di darle appuntamento nella pancia della balena, intanto prendiamo un caffè ti va?-
-Babbo il caffè m’agita, e poi non siamo nella pancia della balena ma in un androne,- Rispondo mentre fa scendere il caffè sui miei piedi di legno.
-A già! Me l’ero scordato, ci siamo usciti dalla balena, a volte rimango sulla stessa pagina per tanto di quel tempo… comunque l’idea è questa. Stupiscila, ti impresto la mia ferrari testarossa decapottabile, è parcheggiata qui fuori, faccio finta d’esser il tuo autista come quell’Ambrogio, mi dite solo dove devo andare e io vi porto ok.-
-Ok- Gli dico alzandomi a scatto, prendo la sua mano e raggiungiamo la macchina, mando una foto su whatsapp a Manila, non riesco a scrivere sui tasti con queste cazzo di mani di ciliegio.
-E’ quella meraviglia?- Dice babbo, aprendo la bocca in un sorriso di stupore. Lei sta guardando la foto che le ho mandato, il viso è nascosto sotto l’ombrello, ha un abitino scuro, le caviglie scoperte, una borsetta azzurrina. La pioggia mi ha bagnato i capelli. Le faccio un segno con la mano, lei si gira e corre via.
-S’è spaventata del lusso, forse abbiamo esagerato!- Sibila Nino, con una espressione da “Brutti sporchi e cattivi” ed è bellissimo così, in fondo non ero manco sicuro che era lei.

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