Mese: luglio 2014

boh

Portate la vostra macchina all’autolavaggio self service,
esseri umani metà jeans e metà pose.
Affittatevi un capannone industriale, un punto snai, una puttana cinese.
Ma non parlatemi d’estate, m’illuminate come le insegne della Bergui, dopo il fallimento.
Condite la prostatite a 19 euro al mese ; vi avevano detto- no bocca culo.
Spianate di culi e facce pallide, oppure qualche retrospettiva fotografica,
di cui non se ne sentiva il bisogno.
Un giocatore vestito bene mi guarda da un cartellone, all inclusive,
la faccia amicona di Fiorello, utile come una fabbrica di copri termo ad Agosto.
I Want you, dicono, con un affetto simile al passaggio di pneumatici,
sopra alle costole.
Non parlatemi d’estate, con le vostre salamelle ancora crude con qualche pezzo di peperone.
Fate vomitare capite? Non c’è educazione capite?
Un affetto simile alla rogna dei piccioni,
come se il mare dovesse pulire tutto.

tutto si penetra nello stesso istante

Sulle cartine stradali non c’è scritto il tuo indirizzo,
si può avere tutto dentro, senza più indirizzo.
Il fondo delle pupille, è una felicità buia,
l’amore è l’assenza, il vuoto incontenibile
che si fa strada al visibile.
E’ un sorriso nero che illumina,
la giovinezza è una grande ombra.
Che pian piano si scopre e muore
per fare l’esperienza del peso .
Nei pochi attimi in cui il peso si sostiene nel vuoto,
e t’ innamori.
E può essere la notte e le stelle sedute sul divano,
la notte e le stelle dietro un bancone,
l’universo ingoiato in un sorso.
Un abbraccio è l’atto di chi ha deciso di distruggersi,
che tenta di venire un’equazione a sé.
La passione più sfrenata vale come qualsiasi calma,
tutto si penetra nello stesso istante.

ò

Mi mancano i manifesti sui muri, quelli degli eventi.
Ci sono sempre stati,
però mi manca quella cosa che ti fa venire voglia di leggerli.
Con le loro date fatte di numeri, che sono in festa,
appena asciugati di colla, e che sbiadiranno ,
ai nostri passaggi, benedicendo la nostra felicità.
Mi mancano qui film, visti come pretesto,
entrare nella notte a qualsiasi ora del giorno,
e vedere il tempo ridotto a un ciclope
passeggiare lontano tirando calci al ciottoli.
Queste maledette sigarette fanno male al cuore ancora prima di accenderle.

Carpe Diem

Una bella fetta delle mie estati adolescenti, l’ho passata a guardare un galleggiante seduto su uno dei tre gradini che davano alla peschiera dei miei nonni. Sulla destra le aie con il canto delle faraone, con il loro canto allegro e inquieto allo stesso tempo. L’ombra con le ortensie azzurre.Non mi piaceva il pesce, pescavo le carpe dorate per una specie di sfida e per noia. E allora avevo imparato a fare il pastone di farina della consistenza giusta, non si doveva attaccare alle mani, e non doveva sciogliersi nell’acqua. Ma dovevi metterci un po’ di magia per riuscirci. Quando il galleggiante spariva increspando di onde la piccola peschiera e il mulinello frizionava, iniziava la lotta con la carpa, le carpe sono forti, bisogna farle stancare recuperando la lenza un po’ per volta, o dargliela senza mai mollare la tensione. Quando arrivavano verso lo scalino, e incrociavo i loro occhi, le prendevo con le mani e le posavo sopra l’erba, toglievo l’amo e poi le ributtavo nella peschiera. Una parte di me non avrebbe mai voluto essere li, avrebbe voluto essere al mare, fare cose più moderne, una parte di me odiava quelle campagne, e quei vecchi malati e impazziti di solitudine. Quelle campagne sembravano rubarti l’odore della gioventù, ne avevano una fame estrema, il mare no. Mi sembrava che la gioventù te la desse,e te la incorporasse nelle cellule per il resto della vita. Il sole accecante sul galleggiante fissava il suo bagliore nella mente, rimaneva impresso anche di notte, ed intorno angoscia e malinconia. Dovevo trarre da quella campagna, il succo nero del suo sangue, studiare le traiettorie della felicità, ora dopo più di vent’anni, posso dire cosa è stato di quei percorsi di felicità. Quei luoghi hanno ancora tutto da dire, e tutto da raccontare, non sono stati gentili con nessuno. Posso dire che non sono stati gentili con nessuno.

Lo stendibiancheria

Lo stendibiancheria pensile del mio cesso è l’oggetto che amo di più al mondo,
e tra un mese lo butteranno perché cambiamo il bagno.
E’ stato un gioco, una riflessione, un pentagramma.
Posto da sempre sopra la vasca da bagno,
ha visto cose segrete, ha appoggiato i miei vestiti
per quarant’anni senza mai rompersi.
Sono stato un bambino, un adolescente, un uomo.
Sotto le sue sbarre di plastica, tirate su come vele.
Ha il colore dei ricordi e delle foto antiche.
E stasera per la prima volta ho sentito la sua anima nel mio stomaco.

Cappadocia

Mi telefoni ogni sera dalla Cappadocia,
per farmi sentire le preghiere di moschee,
“Senti “ Mi dici. Ed io ascolto, le preghiere della Cappadocia.
E poi c’è quel tipo con te, che anche lui ascolta le preghiere,
quel tipo con la pappagorgia, quell’insieme di grasso con gli occhi.
Bisbisbiglia! Bismillah!
E mi chiedo: come fai a vedere qualcosa di spirituale in quel lipoma con la bocca?
Hai veramente tanto amore. Mi dico.
Ti ascolto con un po’ di rimpianto.
Mi sento così rimpiantato che non ho nemmeno voglia di subliminare la cosa,
perché ho una moschea anche nel mio cortile,
e le preghiere sono simili, e allora mi sento un Cappadociano.
E poi guardo quel quadretto di cielo blu, tra le case,
e dico “Porcatroia quanto sei lontana”.
Ed è bello bestemmiare dolcemente tra le preghiere,
c’è già chi prega per me, sono in una culla di preghiere.
E quel quadretto tra le case ha sfumature di blu che non hanno nome,
e diventa nero tra le case, e mi abbraccio a quelle preghiere.
Assieme alle paure.

Cos’ hanno più di noi che gli basta così poco per amare?

Innamorarsi di belle gambe è riduttivo,
siamo sempre lì, parti del corpo e dello spirito.
Celebrate in tutti i modi; che miseria.
Qualcuno è uscito fuori di testa e se l’ è pure mangiate le gambe,
aveva preso le cose un po’ alla lettera.
Perché le cose non devi prenderle alla lettera lo sanno quasi tutti.
Si dice: “ Voglio che mi mangi tutto-a”,
ma non è che devi mangiare chi ami,
al massimo lo mordi, gli fai i segni,lividi, lo marchi a fuoco.
Oppure si dice : ”Sei tutta la mia vita”,
però è sempre una bugia.
Lo doveva sapere chi si è ammazzato per amore,
che era una bugia.
C’è questa cosa strana tra bugia e realtà,
che un po’ confonde.
Non è che siamo come le oche, che hanno le zampette tutte uguali,
non c’è un oco Alain Delon,
ci si trova e ci si innamora, a casaccio,
strombazzando quei tre o quattro versi.
I cavalli non si potranno mai abbracciare,
non li ho neppure visti limonare,
cos’hanno più di noi che gli basta così poco per amare?