Mese: ottobre 2014

Colombino

L’arte di Colombino è quella di fare il ventriloquo con ogni cosa che gli capiti a tiro.
Ad esempio riesce a fare parlare i muri, se c’è Colombino in esibizione ti sembra che il muro parli, che abbia una bocca, e dica cazzate e cose intelligenti nella giusta misura e anche in quella sbagliata chi se ne frega. Sembra che con Colombino anche muro ti capisca.
Ma Colombino è un grande, mica si limita a quello, lui fa parlare il sole e anche le stelle in un cielo senza stelle, lui riesce a fare parlare il vuoto. Un artista. Prende una tonnellata di vuoto e te lo fa sembrare piccolo così, riuscirebbe a fare cantare anche Fred Buscaglione , le sbarre di una prigione, una merda di cane, la vagina di una gatta morta, riempie di frasi d’amore anche il più odioso degli essere umani. Con Colombino è come se siamo tutti uguali, perché sa imitarti, è come se ti conoscesse, ti guarda negli occhi e capisce. E allora ogni tanto a Colombino un euro ce lo butto nel cappello, e mi diverte a vederlo imitarmi, mi fa imbarazzare ma è bello, dopo mi sento più normale. E’ come se ci fosse un pezzo di Colombino in ogni canzone, in quel momento in cui l’emozione esce dal rigo e diventa qualcosa di più, lui è quella cosa li, è poesia è anima, Colombino è il bambino con cui ho giocato, quello che ho dimenticato, l’amico con cui mi sono segato, è la ragazza con cui ho fatto l’amore, il piccione appollaiato sotto i portici , il fiume.
Lui non ha paura di nulla e perché dovrebbe? Ha sempre qualcosa da imitare non si stufa mai, e allo stesso tempo dimentica, sa imitare anche la dimenticanza, allo stesso modo della sapienza, sa imitare la sua essenza, sembra quasi che non ci sia mai, perché cambia nome e forma, ma ieri sera l’ho visto, mi ha dato una carezza, era vestito da infermiere, mi ha detto :“Tutto bene?”, un sorriso e poi di nuovo via, ad imitare qualche altra cosa.

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la foto

-Sei bellissima cmq
-Tu lo dici per farmi felice
Così ho detto alla fototessera che ho trovato in un panino,è una ragazza che sorride anche se l’ho addentata all’altezza della guancia sinistra, si starà staccata da qualche carta d’identità ha il timbro.
-Mi fai vedere come sei tu?- Mi ha detto.
Così ho messo la fototessera davanti al mio volto e continuava a sorridermi, “Si vede che le piaccio” Ho pensato.
-Mi imbarazza farmi vedere te…da un uomo intendo…
-Senti, a me non è mai capitato di parlare con una foto, non so chi sei, e non possiamo fare molto in queste condizioni.
-Perché?
-Siamo fatti di materiale diverso, e poi magari ora sei sposata hai dei figli, resta il fatto che tu sei bidimensionale, come i cartoni animati.
-A ecco…trova altre scuse stronzo.
Ho lasciato la fototessera dentro il portafogli per qualche giorno, mi ero quasi scordato della cosa, quando l’ho ripresa in mano al posto del viso vi erano le sue mani.
-Aiutami ad uscire da qui!- Mi ha chiesto.
-E come cazzo faccio?
-Scansionami ed ingrandiscimi e poi stampami, e tirami fuori!-
Con sei euri me ne sono tornato a casa con la tessera formato poster, avevo paura di srotolarlo, a volte con queste cose ti ritrovi dentro a mondi che non sono i tuoi, non ti appartengono; basta un messaggio sbagliato, un giro di parole e sei nella merda. Ho srotolato la foto, lei era inghiottita da un sfondo luminoso, solo le sue mani tese e visibili, vi ho posato sopra le mie e l’ho tirata fuori dalla stampa. Una ragazza in bianco e nero sgranata mi ha abbracciato, questo è stato il risultato, ora sono quasi innamorato, sta dormendo rannicchiata sul letto, con i bordi del corpo che sembrano disegnati con una grossa matita, e sembra l’unica cosa reale in mezzo ad un sogno, ho quasi paura di svegliarla.

La casa con i dreadlock

La casa con i dreadlock

La casa con i dreadlock, era in fondo a via Gatti, circondata da un muretto a secco e con un cancello arrugginito legato da una grossa catena. Il camino sbuffava cerchi di fumo così densi che quando ricadevano sulla strada venivano utilizzati dai ragazzini per farci l’ hula hoop. In questa casa abitavano le gemelle Ridaro, che di rasta non avevano nulla, due aristocratiche signore che da tempo avevano smesso di frequentare persone, per dedicarsi esclusivamente alla passione di coltivare rose . Si diceva che ingentilissero quei grossi dread con petali bianchi per fare alleggerire le paure del mondo . Così la loro cassetta della posta era colma di lettere, in cui le persone scrivevano le loro paure in tutte le lingue,con la speranza di farle scomparire.
Un giorno Paco scrisse su un foglio la sua più grande paura e con la bici corse davanti a quel cancello. Appena la imbucò si mise a piovere, rimase ad osservare quei cilindri di capelli castani, e l’impalpabile vapore che emanavano sotto la pioggia. Non si accorse che una delle due signore, aveva messo sopra la sua testa il suo ombrello. Si girò e vide i suoi occhi sorridenti sorgere da un abito fucsia, e un cappello di paglia.
-Ragazzino, vuoi prenderti una polmonite?- Disse la signora mentre con l’altra mano teneva una busta di pane.
Paco si presentò dicendole che anche lui aveva una paura grande, la signora disse di chiamarsi Vera, aprì il portone e lo fece entrare. Il cortile era un tripudio petali bianchi con al centro un antico cannone puntato verso il tetto.
– Le rose le mettiamo dentro al cannone assieme alle lettere- Disse la signora spingendo con uno stantuffo la posta appena arrivata. E poi urlando verso le finestre blu, disse :“Chica prepara una tisana abbiamo un ospite!”.
L’interno della casa era pieno di fasci di capelli che spuntavano dal pavimento imbucandosi nel soffitto. La sorella Chica era alle prese con un grande pettine, Paco aprì la bocca dallo stupore nel vedere aggrappato a una di queste “liane” un bradipo dorato.
-Lui si chiama Oppilein, i suoi peli sono d’oro vero, campiamo con quelli!- Disse Chica sorridendo con i suoi occhialini tondi e una vestaglia di seta nera. Poi aggiunse:-Questa casa dovrebbe avere i capelli lisci, facciamo di tutto per sciogliere ogni nodo, ma s’infeltriscono sotto il sole, sono diventati ingestibili, non abbiamo più le forze per salire sul tetto e fare una rasatura completa.-
-E da dove nascono tutti questi capelli?- Sussurrò Paco accarezzando il bradipo che dallo spavento fece cadere una pepita d’oro a terra. Paco se la mise in tasca senza farsi vedere.
– In realtà questa casa è la testa di un gigante, è a lui che affidiamo le paure delle persone, ogni tanto le spariamo con il cannone sopra i suoi capelli, ma ci vuole giusta dose di nitrato di potassio, carbone di legna e cacca di bradipo dorato.- Disse Chica.
-Ma Oppilein ultimante è stitico, guarda.- Vera prese un sacchettino con piccole pepite d’oro. -Questa è quello che Oppilein produce in un anno.- Paco si sentì in colpa per avere rubato una cosa così preziosa.

Dopo la tisana le sorelle prepararono la miscela di polvere pirica, e si avviarono con Paco verso il cannone.
-Un po’ di polvere nera e una pepita…vedi…così…-Poi le sorelle andarono in casa a cercare una miccia e Paco gettò la pepita dentro il foro del cannone.
Il botto fu così forte che scagliò quell’immenso parruccone nel cielo e il tetto rimase calvo, lucido come la luna.
-Colpa dei petali troppo umidi.- Dissero le sorelle. Mentre la casa aprì due fessure ai lati, erano due occhi enormi, occhi di ragazza. A Paco parve un sogno vedere quella testa stirarsi, e tirare fuori le spalle, poi le mani, e poi alzarsi in piedi nuda. Prese la bici e scappò via, girandosi ogni tanto per vedere quella ragazza con la testa fra le nuvole, la vide ancora alzare le braccia al cielo. Poi entrò nel portone giurando che non avrebbe mai più avuto paura di un’interrogazione.

Occhiali

Stasera c’è divertimento la fuori, c’è l’altra vena di dio, quella buona, quella giovane, e dio solo sa quanto diversa può sembrare la notte con la voglia di saltare nella musica,
devo cambiare occhiali
perché le cose che vedo sono le stesse e deve essere successo qualcosa nel frattempo,
e poi ordinare un litro di birra alla spina, e sedermi a un tavolaccio osservando la lenta e stravaccata lussuria scendere giù nella gola e sudore nei corpi pronti a due parole urlate nelle orecchie,
dieci euro mi costerebbe una serata così, compresi due sacchetti di patatine e sigarette.
Tutto al suo posto, fino all’ultimo mattone, con la convinzione che qualsiasi strada porti ad un amore.

L’altro giorno

Il vento oggi ha scoperto il cielo all’azzurro
non so a che altezza sia questo azzurro,
su google c’è scritto anche questo.
E’ senz’altro più lontano di qualsiasi nuvola,
più di questi pensieri che non riesco a scacciare,
se dicessi che anche dio mi fa paura,
se pensassi che sono stato inguaiato in qualche guerra invisibile?
E che uscire di casa assomiglia allo sbarco in Normandia,
un terreno minato
Se dicessi che faccio calcoli precisi per emozioni e percorsi
perchè la cosa che mi fa più paura al mondo è il mio cuore?

Unto

La stessa via; quella delle manifestazioni, delle feste, di qualche incidente .
Si direbbe che non è successo nulla,
oggi passeggiavano come sempre, la domenica ha la bocca più grande del sabato.
Uno straniero direbbe che non vi è stata mai festa,
se non fosse per quelle macchie d’olio impregnate nel cornicione,
e quell’odore di olio combusto buttato sulla pietra dal porcaro,
più inteso del fiume,
ho bisogno di amarti, allo stesso modo di questa via,
sono straniero, più di questo posto , per quelle macchie d’unto ,
solo l’amore ha bocche più grandi delle domeniche.

Tempo

Potrei cambiare lavoro,
prendermi una macchina ,quella in sospeso da vent’anni
fare finta di avere vent’anni,
non ricordo nulla di quel
periodo
a volte mi chiedo se siano passati veramente
non ho figli che possono testimoniarlo,
e questa città non è cambiata molto.
Quindi cuore fatti forza, perché io spiego le vele,
torniamo indietro a quei sorrisi, a quei baci che per paura
o incompetenza, o maledette circostanze
abbiamo lasciato li.