Mese: agosto 2015

Campeggio

La tua prerogativa
di stravolgermi come una canzone figa
vorrei un contatto analogico con te
una cosa vecchio stile,
una notte bianca sul letto
mi accordi il fiato
mi accordi i ricordi
mi ammorbi di cose azzurre
sei fatta di blu
sei come un sole blu che entra nel mare
e forse baciarti è come sentirsi
dentro una roulotte in campeggio,
con fuori le lampadine gialle e calde accerchiate di insetti
ed un vecchio materasso che puzza di notti
baciarti forse è come sentirsi su qualcosa che abbia le ruote
affossate nel fango
una vacanza ogni giorno
forse con te godere
mentre fuori giocano a carte
e schiamazzano sui tavolini da campeggio
ancora sporchi di riso e vino rosso
mentre la pelle scivola sporca di cibo
la dolcezza di guardare tutto da una tendina
da una porticina
non troppo lontana dal mondo
come qualcosa che salva,
il tuo sguardo un bene rotondo

un film

Guido e Glenda erano entrati nella sala del cinema, la sala era ancora buia e Guido accese il cellulare per farsi strada tenendola per mano. Sala vuota, ci si poteva svaccare, sprofondarono nel sedile rosso e allungarono i piedi, il film parlava di cavalli in corsa, due ore di cavalli selvatici in corsa. Una cosa sperimentale, con una poesia lunghissima letta in sottofondo. Il film iniziò con lo schermo buio, una voce maschile e cavernosa iniziò a leggere la poesia, un piccolo foro al centro dello schermo cominciò ad allargarsi. «Sono parole prive di significato, il loro significato è il non significare nulla, secondo questo poeta la semantica ha rovinato la poesia stessa». Sussurrò Glenda. Lui si schiacciò forte la base ossea del naso, non ne capiva il senso, il culo bianco del cavallo in corsa gli faceva venire da ridere, tutto così a rallentatore poi, seguito da piccoli frame in cui correva velocissimo. L’inquadratura si allargò su una distesa di acquitrini azzurri e fiori gialli, e questi cavalli in corsa visti dall’alto, decine, centinaia di cavalli bianchi. «Guido è meraviglioso vero?». «Stupendo!». Rispose mordendosi l’interno della guancia, ricordandosi di quanto è sensibile la mucosa della bocca. Morsicò altri punti della mucosa, per il sapore aspro che ne usciva, seguito da un impercettibile rigonfiamento. A un tratto lo schermo del cinema cominciò ad alzarsi. «Come in un planetario, fighissimo». Disse Glenda sorridendo. Anche i loro sedili cominciarono a reclinarci verso l’alto, assieme a tutta la pavimentazione, «Sembra di essere sullo Shuttle!». Disse Guido sentendo la sua schiena premere sempre di più verso la poltrona. I cavalli continuavano a correre e quella voce smise di formulare parole compiute, per creare solo suoni gutturali, una specie di rantolo seguito da suoni di foresta. L’inclinazione stava procedendo inesorabile, erano quasi a 90° gradi quando Guido si girò verso Glenda, lei continuava a masticare cicles, posò la sua mano sudata nella sua. «Ma che schifo!». La tolse subito. L’acqua degli acquitrini cominciò a cadere a secchiate sui loro corpi, i cavalli smisero di correre per aggrapparsi con gli zoccoli alla loro terra. Qualcuno cominciò a scivolare dallo schermo e scivolò fino in fondo alla sala. Guido non aveva più parole, Glenda si stava pulendo la faccia con un fazzolettino. «Ne vuoi uno?». Guido pensò fosse la fine, sentì l’acqua fredda degli acquitrini passargli sopra i piedi. Poi un rumore d’ingranaggi meccanici fece fare uno scossone a tutto il cinema, il meccanismo cominciò a girare al contrario, e lo schermo iniziò ad abbassarsi, così come le poltrone, la voce profonda del poeta narrante ricominciò a fare versi e poi a ripetere la frase “l’esodo biblico non si arresta a costo della morte”. Alcune maschere nere, cominciarono a battere le mani, e i cavalli passarono ai lati del corridoio rientrando nel film. Glenda applaudiva. «Capolavoro assoluto!». Guido le rispose che al cinema con lei con ci andava più.

un restauro continuo

viviamo dentro una continua impalcatura,
un restauro continuo
guarda cosa diventa un castello senza amore
è una specie di abbraccio un tetto
i muri nei loro angoli intrecciati
le vie tra i palazzi,
a nessuno basta il cielo
sbattimi nel tuo corpo
siediti al centro di questo mosaico
la felicità è un velo
facciamoci casa
Non ci si può amare sotto la notte,
non in notti fredde.
avere molta fantasia
ha costi di manutenzione
è un dolore perdere affreschi,
lasciarli andare
quanto ci costa non morire,
conoscerti forse è fermare una emorragia

Mimì e la nuova applicazione

Mimì ed io, eravamo andati al parco per un picnic, una tovaglia a quadretti blu messa in cima a una collinetta di masserizie edili, dalla quale si poteva scorgere una costellazione calcarea di palazzi bianchi e senza balconi. Stavo facendo la scarpetta con l’olio nella scatoletta di tonno, quando una nuvola oscurò il sole. «Ho scaricato questa nuova applicazione. Le zone fotografate vengono tolte dalla realtà e rimangono spazi neri al loro posto figo no?» Mimì aveva scattato la prima foto al cielo.
«Sarà un effetto ottico Mimì, hai portato l’ombrello? Tra un po’ viene a piovere, ho le mani che sudano». «Click». Guardai davanti a me, una fetta rettangolare di palazzi era sparita lasciando spazio alla fila di palazzi dietro. «Ora fotografo anche quelli amore, così possiamo vedere le colline». Guardai in alto un quadrato di notte tra l’azzurro. La scatoletta di tonno mi cadde dalle mani e rotolò dalla collinetta cadendo in testa a un topo blu. Aveva già fotografato le seconde fila di palazzi, rimasi a bocca aperta. «Le colline!» disse. La corrente d’aria che ora passava da quello spazio, le faceva muovere i boccoli. «Che voto danno a quest’applicazione? Fammi leggere le recensioni!»
«Sei il solito ansioso, aspetta, si chiama final delete, un tipo scrive; “Da usare con parsimonia, dopo non si riesce a rimettere le cose come prima, ho perso la casa e mia suocera in una sola foto, disinstallata subito”». Nell’attimo in cui gridai «Nooooooooo… » lei si fece un selfie, e scomparve la sua testa. Presi il cellulare dalla sua mano. Guardai il suo viso sorridente sullo schermo, mi stava dicendo qualcosa, andai a controllare le informazioni di quella cazzo di applicazione, le mani mi tremavano, c’era scritto che per fare ritornare tutto come prima bastava cancellare le foto. Cancellai la foto di Mimì e lei si ricompose all’istante, la abbracciai, cademmo rotolando sopra a delle azulejos azzurre come i suoi occhi, e la baciai prima che si mettesse a piangere.

nell’altro infinito

Vorrei leggerti un libro all’incontrario
per dare alle parole un senso diverso
perché è successo che un giorno
qualcosa è andato all’incontrario,
c’è uno zero anche tra le lettere,
la lettera muta, che si mette tra le parole
e poi va dentro alle idee
diventa difficile pensare,
una lettera che annienta certe persone
tu sai che è così
che siamo quelli pieni di zeri
ingigantiamo una sola parola
nell’altro infinito

le labbra ad occhi chiusi sono uguali

Oggi ero talmente in mancanza di baci che ho baciato un uomo, non so dire se era bello o brutto non riesco a distinguere la bellezza negli uomini, per me sono tutti uguali i maschi, l’ho baciato per baciare una cosa nuova, i cani li ho già baciati, le piante e le donne pure, gli uomini maschi però mai. E lui era un pensionato, non l’avrebbe nemmeno baciato più una donna; un pensionato con le guance cadenti, lo sguardo spento, forse rincoglionito da qualche farmaco, l’ho fermato per strada e l’ho baciato sulla bocca e poi sono scappato a prendere un taxi.

Gennara faceva uscire la tristezza dai capelli

Gennara faceva uscire la tristezza dai capelli, o meglio, dai fori del cuoio capelluto grossi come un dito. Quando grattavo la sua testa mi sembrava una palla da bowling, a volte ci infilavo le dita di tutta la mano in quei fori, tappavo la sua tristezza, la sentivo pulsare sotto le mie falangi. L’alta marea dell’infelicità arrivava alla sera, ed era meglio lasciarle i buchi drenati, a volte si risolveva con piccoli sbuffi di vapore, altre volte schizzava come bottiglie di champagne aperte con la sciabola. Ed io invece ero tappato, assorbivo l’influenza altrui, fino a diventare “altrui”, con una tale empatia che sono stato interi quartieri, intere città, non conoscevo di persona i loro abitanti, ma li sentivo tutti dentro. Quando ero pienissimo, cominciavo a lievitare, Gennarina cercava di togliermi la tristezza e sputarla dalla sua testa, ma io lievitavo nella stanza fino colmarla, sbordavo perfino dalla finestra, colavo dalla finestra, povera Gennarina, per sgonfiarmi aveva provato anche a spararmi, ma di solito funzionava così; faceva un lungo taglio sul mio costato, poi ci entrava, e mi assorbiva fino a quando la mia pelle combaciava con la sua, e i nostri cuori erano così vicini che se uno dei due fosse morto, sarebbe sopravissuto grazie all’altro, poi usciva e mi ricuciva, e tutto ritornava quasi come prima.