Month: giugno 2014

Pensiero mutevole

L’ora muta di pensieri, messi stesi solamente su se stessi, continuano a produrre lo stesso; come un toro incastonato tra gli scogli, tra i ciuffi dei suoi peli i granchi, tra le onde del mare che sconquassano il suo corpo poco più inerte di quel che era. Un mare più vero in fotografia, che lì dal vero, siamo incastonati tra qualcosa da fare, che non è più fare, non è più il semplice conquistare, non si può conquistare una cosa che è già conquistata. Tutto è già stato conquistato, si può solo toccare quel che si è visto con altri occhi, e quindi è già stuprare, il solo vedere, perché si è già stuprato con altri occhi, è già amare perché si è già amato in ogni modo. Ci si può ripetere scordandosi di essere, diventando il mare che guarda un corpo. Sembra che le cose si siano accorte, si siano sempre accorte, si siano rese mute , appena comprensibili, per darci il lusso di nominarle. Non crederò più a nessun amore, detto o scritto a parole, l’amore scappa, ha buchi, è già svuotato. Lo si gonfia con il piacere, o più semplicemente con il dolore, l’amore è l’immenso di un nulla dopo l’altro.

Albicoccoland

Mi piacciono le albicocche, vorrei che il mondo fosse albicoccolandia, case con albicocche al posto dei gerani ,e solamente piante di albicocche nei viali, nei parchi, foreste di albicocche,sarebbe bellissimo se la moneta corrente fosse l’albicocca, e servisse solo per comprare altre albicocche. Perchè un pò le persone sono albicoccolate, sulle guance ad esempio, nei culi, alcuni hanno proprio la testa di albicocca, si potrebbe bestemmiare in albicoccolese: “Mi hai fatto due albicocche così! Porca albicocca!” . Un mondo con battaglie di albicocche, spalmate su tutta la terra, da riempire i tombini, i mari, distese arancioni piene di moscerini, e gente che sguazza, mangiandosi pezzi di mare di albicocca e moscerini, mentre sulle spiagge, ci si spalmerebbe di creme di albicocche rotolandosi, l’uno addosso all’altro, copulando con i vicini, come se tutto fosse normale, ritrovarsi con ossi di albicocca dappertutto, e camminare a 4 zampe, sotto tunnel di piante di albicocche, farsi di albicocche al posto delle pere, fino alla nausea planetaria, ai vomiti collettivi, alla decadenza assolata di un sole albicocca, generazioni di nuovi albicocchi che nasceranno sui corpi dimenticati, mentre uomini nasceranno senza nessuna legge, senza nessun sapere, tra casse toraciche piene di albicocche, e teschi con occhi di albicocche, sotto una nuova alba-cocca, un urlo su tutta la terra.

Pagine incollate

Certi nostri baci sono rimasti uniti,
come pagine incollate dalla pioggia.
Le pagine di questo libro hanno bordi slabbrati,

e l’ odore lieve dell’umido dei prati

A volte cerco di aprirne una pagina,
con la delicatezza di un restarautore.
Il tuo piedino che spunta,
le nostre gambe avvolte,
ne avverto i movimenti,
le braccia aperte sulle mani,
come in una spinta intima,
ancora richiesta, soltanto persa,
tra queste pagine che portano,
ai seni sospesi, profili in controluce,

gentilezze sfiorate, dimenticate,

nell’aria s’involgono come spiegarsi di nuvole,

un ponte  ci unisce in mezzo alle gambe.
E finalmente i baci ; li apro, li faccio respirare.

Poi richiudo la pagina.
Facendo ricombaciare i nostri corpi,
mi resta sulla mano il calore della tua pelle.
Sulla bocca il tuo respiro,

.caduto come un’impronta segreta,

a ridarci forma.

 

la birra giusta

Corrono verso l’infinito le gonne sulle biciclette,
al loro incontro, al sorso di birra perfetto
in un tempo canuto, sono la giovinezza senza fretta.

Prendo un taxi e vengo da te, un tavolino, una cena
che nome avrà la birra giusta?
Oppure sarà una fetta di limone sull’orlo di un bicchiere?
A fare girare i raggi, a fermare i miraggi dritti agli occhi.
Quale sorso di vino, prima del nostro bacio?

Sarà il nastro delle canzoni da amare,
da ripartire, la piccola nota da accudire.
Il respiro che distende centinaia di anni,
e fa del tempo una lingua nella bocca.

Il corpo delle grandi cose riconducibili a brividi,
spallucce ai palazzi, avremo le nuvole in corpo,
da non avere mai più fame d’aria,
ci feconderemo, di spirito
nel fine corsa di un utero.

Cellulare, web, cellulare, web, cellulare,
quale sarà la birra giusta a farci aspettare
ancora un minuto, prima dell’infinito.

Solitudini

Non c’è più piacere in queste solitudini,
solo attese di malinconie, paure affamate
macchine senza anime che passano.
Se hai braccia per abbracciare, non puoi volare da solo
nemmeno le aquile lo fanno.
Devi accordarti sempre, ben pettinato,
profumato, dovresti fare ridere.
Se può servire al tuo amore sii bugiardo.
Se può servire ruba qualcosa.
Se può servire regala quel che puoi.
Può essere la solitudine più grande di un uomo?
Chi l’amerebbe a tal punto ?
Chi ha ancora tanto amore?
Un uomo o una donna puro come un cane.

Baciarti fino a sentirmi nei tuoi vestiti

A volte ti vedo con i capelli raccolti,
con quella luce che emana la tua pelle
Il disegno perfetto delle orecchie,
il tuo profumo di albero in fiore,
vorrei baciarti, scegliendo un punto ad occhi chiusi,
o sul lato, sopra un piccolo neo.
Vorrei baciati il collo per 90 minuti,
come una partita con la dolcezza
fili di erotismo, sottili come capelli,
mi farebbero rimanere a bocca aperta
sulla tua spalla.
Vorre baciarti fino a sentirmi nei tuoi vestiti,
seguendo il percorso della spina dorsale,
che appena affiora, sulla schiena,
calda come una casa in cui riposare.

Shampo al muschio bianco

La mia amata, profumava di muschio bianco,
mi ero comprato quello shampo al mercato per annusarla,
e sognare di fare l’amore con lei.
Quell’odore batteva quello dei cavalli,
quello della pioggia, delle stelle.
Poi raccontai questa storia al mio migliore amico,
e lui per dispetto, incominciò a lavarsi i capelli con quello shampo.
Andai in confusione, portava i capelli fino al culo, come lei.
-Guido per favore, questo odore mi fa male! Sei uno stronzo!
-Ha ha ha! Che coglione, basta un odore a renderti mulo,che va dietro alla carota, lei ti usa, lo sai che ti usa no?
-Sei mai stato innamorato Guido? Io non mi laverei mai i capelli con lo stesso shampo di chi ami.

Rideva, mentre seduti sulla panchina, gli raccontavo dell’ ostinazione di quella stronza,a non farmi andare oltre l’illusione.

E gli insetti cadevano con le ali bruciate dai lampioni arancioni
mosche-sirfidi sopra i nostri discorsi,
come fiocchi di neve vivi e crostacei, icari nani
che cadendo, incendiavano i prati secchi del parco “Colonnetti”,
bruciando siringhe usate che sprigionando diossina
crearono una nube tossica che non si vedeva dal disastro di Seveso,
e bagliori lunari di aghi roventi.
“Che meraviglia gli aghi di Pino!”
Disse Guido, riferendosi al drogato storico della zona.
Quell’odore acre mi fece dimenticare lo shampo.
Poi un acaro in fiamme cadde sulla testa di Guido,
i suoi capelli presero fuoco e non si accorse di nulla.
Continuava a ridere, mentre le fiamme lo consumavano,
e la sua pelle si scioglieva, come il grasso dei polli nei girarrosti Santarita.
Colando sull’asfalto in una forma di cera.
Poi Guido mi fissò,
con quello sguardo profondo che avevo visto sugli sheletri nelle aule di anatomia.
Gli si staccò la mandibola, mi alzai per raccoglierla.
Nel frattempo un folla di gente, si era radunata attorno al falò.
-Vediamo da che parte gli cade la testa! Se cade verso Porta Nuova ,porta fortuna!
Alcuni anziani, si accesero una sigaretta, usando le ossa roventi di Guido
-Va meglio dell’accendisigari della mia 127!
La sua testa rotolò in mezzo alla folla che applaudì, perché era caduta dalla parte buona.
Da quel giorno pensai che ride bene chi non ride sotto i lampioni, e cambiai shampo e opinioni.

Le cose che ti cercano

Quel percorso dalla stazione a casa sua,
dove tutto mi era indifferente
quella città poteva essere un fantasma,
una messa in scena.
Ma ci si affeziona anche a certi negozietti,
alle biciclette legate sotto i portici.

Quel percorso dalla stazione a casa sua,
mi faceva dimenticare casa mia,
i sentimenti sono flussi migratori,
ed io non facevo altro che immaginare i suoi passi,
il suo dormiveglia, il suo tranquillo aspettarmi.

Con la sensazione di ridurre ai minimi termini
i millenni, le città, le parentele, i problemi.
Con quel bene che è la fedeltà delle cose,
quasi ci fanno compagnia,
quando gli amori passano,
rimangono loro a cercarti.

La pazzia

C’è un genio in fondo al corridoio a sinistra,
s’è confuso il mondo dentro alla sua testa,
la vita con i risvolti che non toccano a tutti,
cose perfette che fanno male sapere.

Ed io mi sono scoperto nel quotidiano brulicare,
senza parole, senza troppo coraggio,
quasi a scappare di fronte a quel volto amico,
davanti al fronte nemico, mi sembra sia meglio tacere.

Pochi amano veramente i sogni, quando diventano deliri
devono essere confinati, se nella realtà hanno occhi,
se camminano, se ti parlano, e sanno molte cose di te.
Come un suono di piano in un palazzo senza voci.

Il sabato del solstizio

Posso osservarti cambiare?
Hai il sorriso di Giugno, come il primo passo per l’estate
I capelli di Luglio, che scendono come sorseggiate di malinconia
tra le ombre delle tue spalle d’Agosto,
che come un ponte osservo sospese
sopra i tuoi seni Settembrini, ancora timidi,
nonostante le mani, che sono arrivate dopo le mie.
E poi la tua shiena d’Ottobre, albero che si spoglierà
al Novembre di nuovi occhi, freschi come il gelido degli incroci
ai tuoi passi tra i semafori, nei tuoi piedi da scaldare a Dicembre.
Le tue caviglie sono il Gennaio dei bulbi, pietre tra radici,
e poi gambe su cui posare la testa a Febbraio,
la Primavera è così nuda da sembrare vestita,
il vento che sbatte la porta, frantuma le finestre
i tuoi vestiti ordinati nei cassetti,
sono quelli che rendono così ordinati i mesi?
Perchè ci sono giorni in cui raccolgo i giorni da terra,
e non sò più in che parti metterli.
Corrono verso i tuoi mesi,
rimangono sospesi tra un mese e l’altro,
come il taglio tra le natiche,
come il cantare dei grilli all’improvviso.