Mese: settembre 2014

L’ amico palazzo

Quando ero bambino, divenni amico di un palazzo di sette piani, passeggiavamo mano nella mano , lui camminava con centomila piedini, ed i suoi inquilini s’affacciavano sul balcone, urlandomi: – Pezzo di merda! Vai a fare amicizia con altri palazzi o chiamiamo l’amministratore!- Ma noi arrivavamo fino ai giardini facendo scappare madri padri e bambini, e dove passava il mio amico, radeva a terra piante, macchine e fiorellini, ed era tutto molto divertente. Un giorno però andai a trovarlo e mi disse :- Carissimo,non possiamo più andare ai giardini, hanno appeso sul mio muso questo cartello: “E’ vietato passeggiare con questo stabile” m’hanno anche cementato i piedini.
Così ogni volta che passavo di là, il mio amico palazzo faceva finta di nulla, mi salutava con la mano e poi la riponeva su un balcone, ma si vedeva dai cornicioni che era triste, ed un giorno di pioggia riuscì a liberarsi e sparì. La stampa per evitare simulazioni eversive palazzesche, si azzittì.

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Gina

Quando Gina la mia vicina ottuagenaria, dava due tocchi sul muro e cantava la sigla di Heidi, era il segnale che dovevo andarle a controllare la pressione . Avevo costruito un misuratore “truccato” , perché quello normale non bastava più. Praticamente la misuravo in bar, gonfiando il manicotto con un compressore e guardando i valori su una palina della Shell ,come le gomme dei tir.
Ma quel pomeriggio , mentre l’asticella della palina segnava un nuovo record, le cateratte dei suoi occhi assunsero le sembianze del cielo himalayano,e dopo uno scricchiolio le scoppiò la calotta cranica, in un boato di vapore bianco. Il suo viso rifiorì, lo scalpo ricadde sul tavolo, come un guscio di cocco tagliato a metà. “Come hai fatto? Mi sento di un bene! E non mi urlano nemmeno più i gatti negli orecchi!”.Mi alzai per osservare il buco, la sua massa cerebrale si era ridotta a un gheriglio di noce. Le rimisurai la pressione, era ritornata normale. “Ahh ora voglio fare tutto quello che non ho mai fatto! “
Da quel giorno cambiò vita, incominciò a frequentare circoli arci e punkabbestia , spesso ritornava a casa con giovanotti e cani ubriachi. Scoprii con ribrezzo, che la utilizzavano come grolla dell’amicizia, oppure come cestello , con quelle cannucce lunghe e colorate infilate nella sua testa riempita di mojito.
Il “Nonna Grolla Party” diventò l’evento principale del sabato sera nella frazione Baiocchi, e lei incominciò a tirarsela . A volte di notte mi svegliavo di soprassalto al suono di “due tocchi”, ma era solo il suo letto preso d’assalto da quel reggimento.
Una mattina, mi svegliai di nuovo con quei tocchi sul muro e un pianto sordo. Presi le chiavi e andai da Gina, era sul letto, immersa tra le cannucce. “Fammi tornare come prima…rivoglio i gatti che mi fischiano negli orecchi…” Andai in cucina, recuperai lo scalpo, era pieno di cicche, lo lavai per bene, presi un tubetto di bostik e glielo riattaccai.

I buchi di melania

L’ incontro con Melania era a mezzanotte, ma arrivai davanti all’hotel con due ore in anticipo , avevamo optato per quel luogo per tanti buoni motivi. Melania arrivò con una grande valigia dell’ottocento. Il suo viso aveva il cerone luccicante come i suoi selfie, pensavo fossero una post-produzione. Capelli neri tirati all’indietro e lo sguardo fiero di una giovane Callas, chiuse le palpebre e allungò il collo, come se stesse annusando l’aria e chiusi gli occhi per annusarla anche io.
-Perché non mi baci?- Sbottò dopo due minuti tutta seccata.
-Ah scusa, rifacciamo tutto, richiudi gli occhi e…
– Taci, iniziamo male.- Rispose dirigendosi tutta impettita verso l’entrata. Presi la sua valigia, e prendemmo l’ascensore. Tacchi e collant color carne. D’un tratto realizzai il motivo per cui eravamo lì. Avrei soddisfatto le sue aspettative? Entrammo nella stanza fatta di un letto e un bagno. Posai la valigia sul letto. E lei andò in bagno, si osservò allo specchio e mi chiese di portarle la valigia.
-Sai Melania, è la prima volta che vengo in un hotel con una donna, e mi stavo chiedendo che ci faccio qui, Insomma sei cosi radiosa, e colta, sembri molto colta.
-Colta da una sfiga, questa valigia è la mia Trousse , come sai ho l’ emmentalite, passo ore a togliermi e rimettermi i tappi. Sei sicuro di vedere il mio vero aspetto?
-Dentro a questa valigia, potrebbe starci una persona intera!- Risposi cercando di essere ironico. Che idiota.
-Taci, iniziamo male due volte! Alla terza prendi un taxi e vai a casa.
– Melania, guarda che per me non è assolutamente un problema l’emmentalite, ho sempre trovato le donne con qualche dermatosi molto affascinanti.
-Ma io non sono le donne.
-Taxi?
-Ultima chance.
Dopo avere sbuffato, incominciò a “destuccarsi” il viso, passò un batuffolo di acqua di rose sulla fronte.
-Vedi questo è un tappo di sughero.- Sospirò. E lo ripose nella valigia. A giudicare dagli spazi vuoti della trousse, di tappi nel suo corpo doveva averne molti, tolse altro trucco ed apparvero biglie di vetro sulle guance, e poi pezzettini di legno sagomati, e mentre il cerone colava dal suo viso a cazzuolate, emergeva in lei un’ espressione da topolina sperduta.
-Questi pezzi di legno invece li ho presi da vecchi violini e tasti di pianoforte, li ho sagomati per adattarli ai mie vuoti, ti fanno schifo?- Dissi che non mi facevano schifo, tutto in lei sembrava rimanere integro, pieno di segreti, i buchi del suo corpo erano come i segni della tempesta in una mela biologica, una bellezza presa a morsi dalla vita.
– Guarda qui sulla spalla ho una cornetta del telefono, è uno dei pezzi più grandi, la cornetta mi fa una spalla perfetta.- E ripose con cura quel ricevitore nell’apposita sede della valigetta.
-Per gli altri pezzi forse è meglio che mi faccio una doccia.
-Fai pure Melania, ti aspetto di là, faccio arrivare due pizze d’asporto ti va?
-Preferisco il sushi. E una bottiglietta di barolo docg .Ma dopo aver fatto la doccia assieme, o che ci siamo venuti a fare qui?-
E sotto la doccia, in quell’ intimità senza censure, avrei voluto perdere anche io dei pezzi che erano dentro di me, ma quelli non vanno via con l’acqua. Poi cominciammo a baciarci, le appoggiai le mani sui fianchi, e cadde un orologio a cipolla, poi una bottiglietta di coca cola, un cuoricino di plastica, caramelle e una bambolina voodoo che chissà che buco copriva, e poi smisi di guardare che cosa cadesse sui miei piedi, perché le sue dita tapparono i buchi nella mia anima, e di tutte le mie stronzate.

Dopo le dissi che volevo aiutala a ricomporre il tutto, come nell’allegro chirurgo. E me ne andai a casa in Taxi.

Il grande uccello

Mia zia Cesca, abitava in campagna e trattava davvero bene i suoi animali, nonostante i suoi centoquattordici anni riusciva a fare tutto da sola. Classe 1900, una Singer fatta donna. Un giorno mi invitò nella sua cascina a fare due parole. Mentre sorseggiavo il suo infuso di malva, dalla finestrella che dava sui campi il sole andava e veniva velocemente anche se non avevo visto nuvole.
Dopo un po’ tirò fuori le foto della sua nuova bestiola. -Questo è Gianni, un pavone reale, che bell’uccello, guarda tè che gioia.- E mi spiegò che aveva covato con il suo corpo quell’uovo regalatole da Armando (Un vecchio arzillo sempre a petto nudo anche d’inverno, con pezzi della seconda guerra mondiale nelle ossa, allevatore di pavoni , rane toro, e ragazze finlandesi). Le foto del pavone erano tenerissime, un pulcino marroncino che dormiva su un centrino, e poi il suo beccuccio che prendeva il cibo direttamente dalla bocca di zia, e un’altra dove era un po’ più grandicello in cui dormiva con le zampette all’aria nella conca di un pannolone .-Che gioia!-Le dissi, abituato alle sue stranezze. Il suo volto s’ illuminò con mille sorrisi fatti di rughe.
-L’ho allevato a mano sai? Cresciuto con cose sane; torrone, lardo di Colonnata, e tanto latte intero mischiato a orzo e vitamine, tutto masticato fine fine con le mie gengive.
Sorrisi, la demenza senile le faceva fare associazioni strane, d’altronde aveva attaccato la sua dentiera alla sua foto appesa al muro, e la solitudine aveva fatto il resto.
-Per fortuna è una maschio, quando apre la coda e fa la parata di piume… aaah c’è da svenire di meraviglia, ma è di un vanitoso! S’è mangiato tutte le galline sai? Ora crede che i campi attorno sono sui, penso anche che quel cavallino che non trovano più nel maneggio… hanno solo da mettere steccati più alti !
-Hahaha! Zia il cavallino è troppo forte, come ti fanno a venire in mente ste cose? Ma le prendi le medicine? Comunque mi fai vedere Gianni?
– Le medicine per cosa? Come si chiama …la Pet Terapia, cura tutto, l’ho letto su vanity fair, Giannino ha sei mesi, pensa che ingenuo, ogni sera quando il sole diventa simile ad un uovo, lui gli corre incontro dando beccate nell’aria, lo vorrebbe mangiare. Ma vieni andiamo fuori, così lo vedi anche tu.
Uscimmo nel cortile , mi guardai intorno, l’erba era diventata un manto di piume blu, avevo visto dei cigni bianchi bellissimi sul lago maggiore, ma non perdevano così tante piume, forse era colpa di quella merda che gli dava da mangiare, me lo immaginai malato e spennato, poverino.
-Gianniiii…vieni che c’è la pappa…- E d’un tratto un’ombra si proiettò davanti a me, oscurando con un fascio scuro quello che era rimasto di un campo di mais. “A volte le ombre fanno strani scherzi.” Pensai. Poi un tonfo.
– Bravo piccolo, stai seduto che ora Andrea ti fa tante care.- Mi girai di scatto, pronto ad accarezzare quella creatura e mi trovai davanti un monolite piumato blu cobalto , rimasi immobile, quella cosa alzò le piume iridescenti, paralizzandomi dal terrore, non riescivo a spostare lo sguardo, dalle fronte e dalle mani mi scesero perline di grandine, balbettai qualcosa con le labbra che tremavano. Zia Cesca mi prese la mano e l’affondò tra le piume. – Coccole e siii!… Andrea te ne fa tante di coccole.- Alzai gli occhi fino alla sua testa piegata di lato, una pupilla nera grossa come uno pneumatico si restrinse per mettere a fuoco il mio panico. Pensai fosse la fine, ero una formica sotto lo sguardo di un ciclope, avevo visto una cosa simile al museo delle scienze, nelle orbite del cranio di un T-Rex.
-Pio..pipipi…ecco la pappa!- Zia Cesca tirò fuori da un sacchetto due semini di girasole e se li mise in bocca, quel mostro si alzò come una molla, creando una folata di vento gelido, provai l’istinto di passare tra le sue gambe di calcestruzzo, ma le mie erano di marzapane, alzai la testa, il suo collo si estendeva per almeno quindici metri. Poi con la precisione di un robot della comau, quell’arpia fiondò il becco ad un centimetro dalla bocca della zia, e con la punta della lingua prese quei semini , poi si frullò in un fremito ed una esplosione di piume iridescenti investirono l’universo. Chiusi gli occhi; scappare gli avrebbe fatto sferrare il colpo decisivo.
-Ora fai la pappa anche da Andrea, e siiii!! Che ti vuole bene, guarda come ti vuole bene.
Sentii le mani di zia toccarmi la faccia, le sue dita riuscirono a farsi strada nella mia bocca serrata, e infilarmi dei semi, rimansi con la bocca aperta, aprii gli occhi come davanti ad un plotone di esecuzione, catatonico, mi annusò dai fori del suo becco, mi passò davanti l’intera storia dell’umanità , e poi quella lingua rossa raschiò via dalla mia bocca i semi. Subito dopo emise un suono ridicolo, come una trombetta, e fece un balzo di dieci metri al centro del cortile. Ebbi la sensazione di essere stato graziato, mi apparve Dostoevskij, che mi benedì tenendo tra le mani una copia dell’Idiota.
-Andrea guarda Giovannino sta aprendo la coda!
Girai la testa, un enorme disco dai bagliori metallici si stagliò nel cielo, grande come la ruota panoramica che avevo visto a Rimini, solo che al posto dei sedili aveva quei giganti occhi blu, smeraldo, verde oro, che oscillavano creando una vibrazione sonora e psichedelica , sentii la paura trasformarsi in una specie di estasi. Presi la mano di mia zia, riuscii solo a dire:- aaa-
-E ora ti faccio vedere cosa gli ho insegnato.- Mi lasciò per incamminarsi ciondolante verso di lui, si fermò sotto e gesticolò, lui riavvolse la coda come un ventaglio , stirò il collo a raso terra , lei si arrampicò tra le piume fino scomparire, sentii solo la sua voce:
-Vieni ci stiamo anche in due, sta tramontando, prendiamo un po’ d’aria buona.
Riuscii a gridare con tutta la tensione che avevo in gola. -Un’altra volta!- E quella fiera, guardò il sole arancione, e si mise a correre verso il tramonto, creando un polverone, fino a quando decollò e divenne un puntino blu sempre più lontano.

Anni 70

Quando in chat ho conosciuto Sabrina mi disse subito che collezionava oggettistica anni 70, e all’inizio non capivo che era interessata a me solo perché facevo parte di quei souvenir, e così dopo nove anni di chattamento, decidemmo di incontrarci. Lei arrivò con una Lancia Fulvia Coupé , occhiali grandi sfumati, e vestitino a grandi cerchi arancioni, io vestito con la camicia a quadrettoni anni 90, e jeans, decisamente Grunge.
-No così non va bene! – Mi dice storcendo il nasino.
-Perché?
-Lo sai che sono ossessionata dagli anni 70 e tu ti vesti come un pre.nerd? No non va bene.
-Vabè ciao…- Dico alzandomi per andare a casa.
-No no…aspetta…possiamo rimediare.- E mi porta in un negozietto vintage, e dice a Peppe il proprietario di fare quello che può, poi se ne esce dal negozio, e mi lascia con questo tipo che mi fa l’occhiolino.
– Vediamo, Sabrina ama pantaloni abbondanti, e camicie dai colori intensi…ma detto tra noi…lo sai cosa piace a Sabri vero?
-No…
-Bene, tu ascoltami, lei tra un po’ ritorna e ti porta a casa sua, ne ha portati tanti, è una instancabile come si dice…
-Mignotta?
-Ma nooo che parolaccia! Collezionatrice, d’altronde tutti hanno un vizietto no?- Dice mordendosi il labbro e tirandomi una pacca sul pacco…
-Si vabè,Peppe non toccà e famo sta cosa, che se non fosse che ci chatto da nove anni…
-Vabè, vieni ti porto nel magazzino.- Mi porta nel corridoio, e apre sta porticina che sembrava quelle delle scale, ed invece un via vai di persone vestite anni 70, e 127 parcheggiate sulle strade senza strisce blu.
-Ma tu non hai un magazzino Peppino, c’hai un mondo, che è sta roba? Cinecittà?
-Non proprio, io colleziono proprio gli anni 70, il mondo, la gente, perfino le stelle, qui se uno cerca può trovare anche i suoi parenti…sennò dove predo la roba? E daje…
-Peppino tu sei un genio! Quindi se vado là in mezzo e prendo il tram, e vado a casa mia, mi vedo da bambino?
-Exactement !
-Allora, faccio due passi , rimango in zona,
-No no non si può…hai visto ritorno al futuro no ? Qui bisogna vedere e non toccare !
-E chi tocca ? Sei tu che tocchi ! sSenti vado un attimo a casa mia e torno, trova una scusa per Sabrina…
E così, vado a prendere il tram verde in piazza statuto, e chiedo a una vecchietta in che anno siamo e mi dice che è il 78…io le chiedo se c’è Pertini come presidente, e lei mi dice di si, con quella bustina di rubatà che riempie il tram di profumo.
-Madonna Pertini ! Oh ma lo conosce Berlusconi ?
-Chi a lè ?
-Verrà tra vent’anni, quanti anni ha signora ?
-Novantacinque a maggio lei ?
-Io tre, cioè qui ne ho tre, mi sto andando a ritrovare.- La signora mi offre un rubatà, che mi riempie di farina.
Arrivo nei pressi di casa mia, vado in farmacia, prendo venti scatole di zigulì, e vedo negozi che avevo dimenticato, sobri, semplici, Toni il parrucchiere, la drogheria Putto, che a dire il vero è rimasta uguale, e poi arrivo al mio palazzo. La piazza è ancora da asfaltare, chiedo ad un passante l’ora, mi dice che sono le cinque, vado al bar, c’è mio padre che sta bevendo un bianco con il signor Crema, e sulle dita ha una sigaretta, gli devo dire di smettere di fumare, ma sono troppo emozionato e gli somiglio troppo. L’osservo, non me lo ricordavo così giovane, e ride, ride tanto, si gira di profilo, la camicia con il taschino, l’orologio d’oro con il cinturino in finta pelle che mannaggia a me ho rivenduto ad un compro oro. Vorrei almeno riannusare il suo profumo di officina, misto a quello di acqua di colonia. Esce dal bar, e cerca la chiave, il portone è ancora quello in ferro battuto, vorrei toccargli un braccio ma non posso, scappo, prendo un taxi giallo,gli ordino di portarmi all’indirizzo di quel maledetto negozio, e piango, e quando scendo mi dice che fanno cinquemilalire, gli dico che vado a prenderli al negozio, suono alla porticina di servizio, Peppino mi apre, mi sembra di entrare in un’astronave.
-Peppino hai cinquemilalire ? Ho preso un taxi.
-Hai fatto altre cose che non dovevi fare ?- Gli dico di no, mi abbraccia, e sprofondo il viso su quel petto villoso e mi accarezza la testa, come se tutto capisse.

Tarli

Mi sono sempre chiesto se i tarli esistessero davvero o fossero un’ invenzione letteraria. Ho sempre trovato i buchi già fatti nei mobili . Immaginavo i tarli come bruchi centenari, al calduccio dei bureu barocchi, fino a quando conobbi Cinzia l’esperta di tarli.
In casa sua aveva effettivamente tarli centenari, ereditati dai suoi avi, oppure comprati su E-bay, non pensavo ci fosse un mercato nero di tarli…eppure. Aveva una casa antica, con travi a vista e mobili pieni di quei cosi.
-I tarli sono come le lucciole, solo che al posto della luce emettono un suono sublime, sai che si chiamano anche capricorni della case e orologi della morte?
-Che figata assurda! Ma non è che si chiamano così perché ad un certo punto crolla tutto?- Risposi guardando dei fori immensi nelle travi.
-Non sei un cazzo romantico, io riesco a fare l’amore solo con il suono dei tarli, sono il loro richiamo sessuale, il silenzio mi mette angoscia.
Cinzia spense la luce e cominciammo a baciarci,ma quei suoni si amplificarono ,sembravano pannocchie sgranocchiate da dentiere d’acciaio, schiaccia sassi sopra minuscoli crani di nani che esplodevano con i loro schizzi di neuroni.
-Senti, possiamo farlo con la luce accesa?- Supplicai dopo i preliminari.
-Neanche per idea, lasciati andare, senti che musica soave, sentono la mia eccitazione e cantano..che carini!
E così creai una partizione nel mio cervello, dove tarli e annessi non erano accessibili, tutto andò bene finchè sentii un sacco di patate caldo cadermi sulle natiche, raggelandomi l’anima.
– Cinzia credo mi sia caduto un tarlo sul culo.- Ma lei era troppo presa, e continuai il resto del lavoro meccanicamente, eravamo quasi all’apice, ma quel coso mi abbracciò le natiche con due braccine uncinate, così posticipai un orgasmo fasullo con soffocati ansimi di terrore.
– Cinzia, ho paura di guardare, sparagli…fai qualcosa…
Ci divincolammo, e rimasi supino mentre lei..esclamò: -Mon dieu que c’est beau!-
E staccandomelo sentii le manine di quel coso strapparmi le natiche, come una scimmia glabra e senza testa. Lei mi implorò di girarmi e osservare il tarmo più bello del mondo.
Non ce la feci, mi rivestii e abbassando lo sguardo a ogni suo tentativo persuasivo di farmi vedere quel bebè immondo,uscii da quella casa e cancellai il suo numero.

la stanza segreta di Matilde

Una volta chattai con Matilde per dieci anni, ci eravamo raccontati proprio tutto, così decidemmo che eravamo pronti per convivere. Ci ritrovammo per la prima volta vis à vis in un bar, parlammo di appartamenti in affitto. Matilde era magra e slanciata, acqua e sapone, con una maglietta senza spalline, pelle di seta. Un amore.
Matilde parlava :- Ho un segreto che non t’ho detto mai, dentro di me ho un monolocale in affitto, insomma convivo mio malgrado con un ex ripiegato su se stesso, e ci terrei che ora venissi tu .Ma lui non vuole uscire, ho provato con ogni sorta di purga… ma niente.
-Matilde, che stai a dì? Sei posseduta da una tenia? Di questo teatrino segreto non avevamo mai chattato, sono turbato.
– Ogni donna ha segreti segretissimi, vieni a casa mia così mi spiego meglio.
E allora andammo a casa sua, e mi sedetti sul suo letto, muri pieni di decalcomanie di cani e cactus di tutti i tipi. Si tolse la maglietta, e mi mostrò per la prima volta i seni, ebbi un sussulto talmente erano poesia, ma con le mani mi disse: ”Aspetta”. Prese una piccola chiave sul comò.
-Lo vedi questo buchino sullo sterno? E’ l’ingresso, non ti schifare…mo’ ti faccio vedere.
Inserì la chiave appena sotto i due seni e aprì la gabbia toracica, niente sangue ed ossa, ma decorazioni stile pompeiano, non avevo mai visto nulla di simile. Al posto del cuore aveva un balconcino con piante di edera, e porte finestre anch’esse dipinte, poi aprì la porta della pancia e c’era una scaletta ripiegata che tirò giù con un sospiro. Quella scena mi inibì completamente.
-Sono un po’ shoccato Matilde, ma sei una matrioska cinese?
-A parte che le matrioske sono russe, non ti inibire Andrea, se mi ami devi prendermi per come sono, potresti entrare e scacciare quell’ex che non se ne vuole andare ?…ha dimenticavo, portagli questo pacchetto di sigarette o sclera, si chiama Fabrizio.
E così, per non creargli traumi, salii su quella scaletta, e suonai il campanello…”Drin Droooonduepaiadicoionnn”, spiai dallo spioncino, un divano ed un tappeto persiano, la porta si aprì di botto e caddi dentro. Quel tipo in mutandoni pois, con baffetti curati ed occhialini, mi aiutò ad alzarmi.
-Piacere Fabrizio, vuoi un caffè? Guarda che so tutto di te, e so anche che dovrei uscire ,qui si sente tutto; ma come faccio? Al solo pensiero mi sento morire, io amo Matilde, più d’ogni cosa al mondo. La voce di Matilde risuonò nella stanza con un :“Sbattilo fuori a calci nei culo se fa storie!” e la sua mano richiuse la porta. Camminai in quella stanza, circondata da vetrate che s’affacciavano su un mare lillà, e cavallucci marini volanti, o cosa diavolo erano.
-Accomodati, sul divano, vuoi una birra? Come puoi vedere c’è un frigo e uno fornello, e che vista, lo vedi quel faro blu? Di notte s’accende , per le navi che si perdono quaggiù, ci sono anche giorni scuri, e tempeste di parole naufragate, ma ci si fa l’abitudine.
-Fabri, t’ ho portato le sigarette, è tanto che sei qui? Esci ogni tanto? Mi sento molto a disagio, non ero mai entrato dentro ad una ragazza in questo modo.
Ci fumammo una sigaretta, guardando le foto di Matilde che Fabrizio aveva appeso sulla tappezzeria, che quella sì , era piena di capillari, e stomaci e cuori .
-Andrea, siamo infognati dello stesso amore , Matilde m’ha stregato, ho lasciato tutto per stare qui, abito in lei da quindici anni, gli pago l’affitto, lavoro, costruisco zattere per parole di ricchi viaggiatori, non saprei neanche come vivere la fuori, ma tu puoi amarla lo stesso. Non prendermi per guardone o cuckold, anche se in confidenza una certa passività latente cel’ho, ma non divaghiamo, vieni ti faccio vedere le altre stanze, che detto tra noi…nemmeno Matilde sa di avere…
Poi d’un tratto il mare lillà s’infranse sulle finestre, e divenne notte. – Andrea è solo un attacco di panico, sono abituato ai suoi sbalzi d’umore, tieniti a queste maniglie dell’amore!-
Ma io gridai e mi risvegliai sul mio letto. Il pc in stanbay , le parole di Matilde perse nella notte: ”Ci sei?…”