Mese: novembre 2015

Pensai che l’unico modo che hanno gli oggetti per fare l’amore, era quello di rompersi insieme.

 

Sapete quelle tazzine da tè o caffè, che si tengono chiuse nelle vetrinette degli armadi, quelle per gli ospiti. Di solito stanno lì per decenni.  Non si buttano perché ormai fanno parte della famiglia. Mi ero accorto che una di queste, quella con il bordo nero, si era innamorata di una bottiglia blu, ugualmente inutile, che avevo sul frigo. La tazzina in questione si spostava verso il vetro fumé della vetrina, con passi lenti da tazzina. E la bottiglia, una dal collo lungo, il numero tre di una collezione firmata da Dalì, era più luminosa delle altre due sorelle. Così un giorno decisi di organizzare una cena a due. Misi la tazzina e la bottiglia sul tavolo, a lume di candela, preparai del tè e una brocca di vino e le lasciai sole per tutta la notte. Il mattino, avevano bevuto tutto il vino, dormivano abbracciate al bordo del tavolo, e la candela sciolta sembrava un pianto. Non volevo svegliarle, le rimisi soltanto al centro del tavolo, per paura che cadessero a terra. Non sapevo chi era il maschio o la femmina dei due, negli oggetti questo non importa. I giorni successivi lasciai dei fiori sul tavolo, e altro vino, che si divertissero, in fondo la casa era loro, ai loro occhi dovevo essere un oggetto come tutti gli altri. Al ritorno, le avevo ritrovate di nuovo abbracciate. La tazzina era piena di petali, e la bottiglia senza tappo aveva dei graffi sul collo. Le coprii con una coperta, dopo qualche ora, ritornai per vedere se avevano bisogno di qualcosa. Erano cadute a terra senza fare rumore, si erano rotte assieme, cercai di raccogliere ogni pezzettino, le rincollai insieme in un oggetto solo, un po’ blu e un po’ bianco con la riga nera.  Pensai che l’unico modo che hanno gli oggetti per fare l’amore, era quello di rompersi insieme.  Riempii il loro stomaco di alcool e amarene, se avessero avuto fame, anche gli oggetti hanno ferite che guariscono solo se si rompono.

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La coda dell’occhio

Quando vieni a trovarmi porti con te un’atmosfera di festa. Atmosfera è una parola bellissima, deriva dall’unione di vapore e sfera. Ci siamo conosciuti così, guardandoci con la coda dell’occhio, in un giorno pieno di sfere e vapore che usciva dai tombini, dalle case, da fabbriche. “Mi piace accarezzare la coda dei tuoi occhi”, hai sussurrato in un pomeriggio blu, mentre arrotolavi la coda del mio occhio al tuo dito. Le tue code erano oggettivamente meravigliose, scendevano dai bordi dei tuoi occhi, formando boccoli castani. A volte prendevo la punta della tua coda in bocca, codina di cigli e sbadigli, come quando mastichi i capelli, e ti sembrano spaghetti finissimi e crudi. Un giorno, ci siamo legati le code degli occhi in due nodi ai lati del viso, avevi fatto due occhielli, come avessimo chiuso una porta nella stanza, ricordo il vapore della tua bocca ed un solletico sciolto in un sorriso, tutto il tuo peso.

 

 

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Cinque semi

Semi caduti

Di notte si accendono i luoghi dell’anima,
c’è un giorno interiore di notte
le rane affiorano con lievi sospiri
e sembra questa l’unica voce dell’universo
nei loro occhi.
La prossima primavera è in piccoli semi caduti
per questo anche i piccoli pensieri
la leggerezza da acquisire, è una forza.
Mi arriva il tuo tepore,
tra tutto questo rumore, come un seme.

 

Piccoli orti

Ci sono ancora recinti in legno di almeno cento anni,
che confinano piccoli orti. Pensa a quanta pioggia,
ai passaggi di lumache, alla serenità di non saperlo
al tuo odore che era ancora nella terra e poi è uscito
come quei fiori gialli ai bordi.
Abbiamo bevuto coca cola, davanti a un tavolo bianco
Sotto la tettoia, i nostri corpi erano grosse pannocchie con le gambe.
L’odore del prato ti è salito dai piedi,
nei tuoi capelli colmi di sentieri, bella come i pali della luce lontani.
Eravamo ancora vicini al sonno delle cose,
che il vento spumeggiava sopra la pelle
eravamo ancora così vicini al sonno precedente
che a guardarti eri più fiore che umana.

 

Potrei

Potrei essere un uomo che porta a casa un abete sopra una punto.
Un uomo che è stato a Cuba, e ha conosciuto qualche sua puttana
scura come un’ombra calda uscita dal mare.
Potrei essere un uomo, che ha scoperto di essere donna
e che prima di laurearsi, ha fatto il bohemien per venti anni.
Potrei essere un uomo convinto di essere dalla parte giusta,
e avere imbroccato il tema, che porta al tema successivo
che sia una forma d’arte o di successo in generale.
Potrei essere un uomo con una figlia che sa già capire
cosa vuol dire essere un uomo.
Uno di quegli uomini che hanno cose da raccontare,
su qualsiasi cosa, interessanti anche nella loro noia.
Di quelli che hanno corso maratone, un po’ santoni
e un po’ cialtroni, che hanno superato deserti
ghiacciai, scalato montagne, guidato aerei.
Un uomo che sa stupire, che ha dieci progetti aperti
e li porta a termine.
E invece ho perso troppo tempo ad ascoltare,
a fare quello che gli uomini non dovrebbero fare
ho annusato troppo prima di mangiare
e ascoltato cose inutili, provenire dagli alberi.

 

Pozzanghera senza trucchi

Corpi con dentro covoni di nervi,
tesi come grano vibrano
che siano loro i più svegli?
Non mentono come le ossa o la pelle,
come le foto in cui si perde spontaneità.
A forza di appiattire le luci, ciò che parla sono le nervature
il nostro rimanere foglia.
Nelle foto degli uomini intelligenti,
c’è sempre una scimmia e un bambino
non si capiscono a fondo le cose
soltanto con l’essere umani.
E tu sei una scia di pozzanghere che portano al mare
la mia preferita è quella senza trucchi
senza il fondo di cemento
ma con riflessi di rami spogli tra le nuvole.

 

Rimorchiare

Ho sempre odiato la parola rimorchiare
si rimorchia la merda, le auto
gli animali schiacciati sulle strade
la neve, le barche, le balene spiaggiate.
Ma io non ho un rimorchio
e non ho mai rimorchiato nulla.
Se proprio dovessi usare un eufemismo meccanico
al corteggiamento coatto
preferirei una gru, sono più slanciate
possono issarti in alto
farti dondolare nell’aria
come una putrella, un bancale di mattoni.
Le gru rimorchiano anche i rimorchi
Sorpassi l’ostacolo
rimorchi le cose già rimorchiate.
Ma a questo punto perché non ti pigli
un montacarichi?
Sbatti tutto dentro e ti arriva direttamente sul pianerottolo.

Nella terra di cui sei fatta

Nella terra di cui sei fatta,
nascono le matite
le nostre radici crescono sotto la neve
sotto la terra di cui sei fatta ci conosciamo bene.
Qui abbiamo il peso della leggerezza,
dell’aria che ci divide.
In quella terra invece ti disegno,
lasciandomi scivolare
in ogni punto del tuo corpo
c’è uno scivolo,
le nostre mani in qualche posto profondissimo
si sfiorano, e giocano a staccare le etichette
dalle bottiglie di vetro
ho succhiato lo smalto delle tue unghie
mentre ribolliva l’adolescenza
e risaliva dalla nostra bocca
in baci che hanno creato le canzoni.
E così ogni tanto, tracimi
vieni su come sorsi amari
da un sole caldo di pelle.

L’ albero degli occhi

Silvia era corsa con la bici fino all’albero dagli occhi azzurri, voleva prendere due occhi appena sbocciati e freschi, com’era consuetudine fare in quel paese a Maggio, e sostituirli con quelli dell’anno precedente. I corvi ne avevano già mangiati molti. Silvia aveva scelto i suoi nuovi occhi tra quelli caduti per terra dalle raffiche di vento notturne. Aveva espulso con l’indice prima l’occhio destro, sostituendolo con quello nuovo, e poi aveva fatto la stessa cosa con l’occhio sinistro. Quella mattina c’era un vento talmente forte, che molte ragazzine della sua età, si facevano gonfiare le gonne per lasciarsi vibrare nell’aria, e a guardarle nel cielo, sembravano mongolfiere minuscole. Lei doveva mettere una decina di occhi nuovi nella gonna per portarli a suo nonno e a sua madre. L’enorme gatto nero che aveva chiamato Burro, si era disteso a prendere il sole davanti alla cascina, era diventato grande quasi come la cascina stessa, e quindi quando decideva di prendere il sole davanti alla sua casa, non entrava più il sole dalle finestre, ma solo il suo pelo. Silvia adorava starsene sul suo letto con la testa appoggiata al corpo di Burro che premeva dalla finestra. Sprofondava con la testa, nel suo pelo nero, e le fusa di Burro facevano vibrare la casa. Burro era un gatto cieco, e come tutti gli animali ciechi di quel paese, costretto a crescere all’infinito. L’albero degli occhi di gatto, si era estinto da un centinaio di anni. Per fortuna i gatti, riescono a cavarsela anche senza occhi, vedono con le vibrisse, e Silvia lo amava. Quando ritornò a casa, posò i nuovi occhi azzurri sul tavolo, suo nonno dormiva ancora, sua madre era nell’orto, così decise di cambiarglieli lei. In un anno gli occhi del nonno si erano così consumati, che erano quasi spariti. Tolse i due piccoli bulbi secchi, e premette dentro le orbite del nonno, i nuovi occhi azzurri. Lui continuò a dormire con la bocca spalancata, anche i denti erano da sostituire, ma per quelli avrebbe raccolto le bacche dei denti, a Settembre. Uscì da casa, c’era ancora vento, si allargò la gonna e prese il volo, superò i tetti, in lontananza le sue amiche, sembravano foglie rosse nell’azzurro.12249671_10207066606160968_4207369840474639548_n

Ho la sensazione che il mondo si stia sgretolando verso il basso

12241207_10207038274692699_7924246135436464835_nHo la sensazione che il mondo si stia sgretolando verso il basso, nel buio che cade senza più forma nel buio. Mi sono accorto che la parola di cui ho più bisogno ora, e forse da sempre, è insieme. Per quella parola ho fatto una miriade di cazzate, per ricercarla mi sono trasformato nel suo esatto opposto, un isolato febbricitante e impaurito, anche del suo aspetto. E’ tutta una guerra, non solo le metastasi di guerra che spuntano come bubboni di dolore, più profondi. Non è quella profondità della quale manca il sentore? Non la profondità dei comizi elettorali, delle tribune politiche, delle diatribe sterili, dei politicanti. La profondità era una cosa che conoscevamo, era fatta di cose appartate, con una loro identità, pronte a diventare immense se sollecitate. Era il nulla pieno di qualcosa, non il tutto vuoto di tutto. Una maglietta era profondità, un regalo autentico. Nel mio caso il sapere di un mondo contadino e romantico, tramandato nel sangue più del sangue stesso, lo spirito di un fazzoletto di terra, incarnata. La tristezza dei dj, delle loro voci allegre, che non decifrano nulla, le senti davanti a un contatore di minuti, prima della reclame, li senti parlare mentre pensano a cosa mangeranno a pranzo, la felicità dei jingle, la liberazione che li staccherà dalle loro sedie. E’ diventato lavoro anche sognare, qualsiasi cosa è lavoro e questa è una disgrazia. E’ lavoro tirare su famiglie, cercare un posteggio, andare ad incontri con amici, per intelaiare qualcosa di sé, non perdere mai l’occasione di lavorare sui propri progetti, coinvolgere gli altri, parlare di un libro, di una poesia è diventato lavoro. Procrastinare a vari livelli, la vita, mentre il mondo crolla, la terra si stacca dalla carne, in quanti conoscono i nomi dei fiori? Si fa preso a dire natura, piante, mondo. Il nome delle cose vere tangibili, scomode, stanno scomparendo al posto di nomi virtuali, di tempo non restituito, e le batterie per questo enorme spreco di energie, sono le nostre, stiamo alimentando il nulla, ed il nulla si sta facendo tangibile. Visi pieni di nulla, non è un fatto di razzismo, basta muoversi per la città, non ho mai visto tanti visi simili, come animali ammansiti da decenni di lobotomie, di certe persone rimane l’involucro, non segni di dolore, ma disinteresse totale, di ogni razza, di ogni bellezza, l’ignoranza è una forma di arroganza, è una malattia che lascia segni. Scava, toglie da dentro, affossa gli occhi, rinsecchisce i sentimenti, la perdita della gestalt, la specializzazione settaria, ha tolto fette di comunicazione, intorno e dentro è desertificazione, cialde di caffè, c’è più anima in chi ha rabbia, in chi si sente ingabbiato, l’urlo del vuoto lo stiamo creando noi, lo sto creando io che non scappo ma rimango qui, costretto a osservare…