Mese: febbraio 2015

La fai facile a dire l’amore è dentro di te

Penso di aver raschiato il fondo, non ho più nulla da dirti sull’amore, ok provo a guardare se c’è ancora qualcosa ; un’oliva, c’è una grossa oliva verde, non mi trasmette nulla, anche se la mettessi sotto un torchio e ne ricavassi dieci gocce d’olio, non è amore, tutte le olive del mondo non valgono un minuto con te. Qualcosa deve aver spremuto via l’amore dagli oggetti, perché non so più vederlo, non riesco ad abbracciare un mobile allo stesso modo in cui abbraccerei te, e penso che sia la stessa cosa se abbracciassi il mare, mi sentirei solo perfino con il sole, se fossi un astronauta e abbracciassi la terra, se non sapessi che su quella terra ci fosse qualcuno che m’aspetta, sarebbe come abbracciare la luna, non avrebbe senso, non per le persone comuni, ed io sono comunissimo,senza di te sono una prugna secca . La fai facile a dire trova l’amore dentro di te, a volte lo trovo poi scappa, spiegami come fai ad addomesticarlo, io non ci riesco.

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Pianosequenza

Quando sei innamorato, vivi in un piano sequenza,
c’è un filo che vi lega dal primo momento,
e se hai la fortuna di continuare la cosa
con chi ami, quando l’amore si trasformerà in altro
cambieranno solo le luci, la fotografia
cambierete film centinaia di volte.
Anche quando sei solo, vivi in un piano sequenza,
solo che il regista sei tu, regista e attore
in due ci si dimentica più spesso
della regia, diventano registi
anche i passanti,
anche gli alberi, gli appartamenti.
Ma si possono fare dei capolavori anche da soli,
dei film da oscar, come attori non protagonisti
perché si è sempre protagonisti di qualcosa
fuori concorso,
prendi un discorso qualsiasi, ma anche uno sguardo muto
punti sulla colonna sonora,
sulle comparse, sulla cazzo di pianta del cazzo
che mai nessuno riprenderà
in quel modo così autentico,
come sanno fare i tuoi occhi.

Geppetto

Manila è in ritardo di un quarto d’ora, mentre l’aspetto in questo androne comincio a rovistare tra gli scatoloni pieni di raccolte pubblicitarie suddivise per annate, il sorriso famigliare di Nino Manfredi nella Lavazza “più lo mandi giù più ti tira su!”, saranno stati i primi anni 80, in quelle pubblicità c’è il rosso anni 80 delle cazzo di teste rosse che forse appartenevano solo ai fantasmi, come il maglione di Nino, nessuno come lui è riuscito a sembrare così zio o padre o geppetto . Poi quella dei cicles Brooklyn con la scritta in rosso “G U S T O L U N G O”, queste frasi avevano un doppio senso già allora che di anni ne avevo undici o dodici. A forza di doppi sensi poi ci si perde, così allusive da farti diventare allusato, ha pure iniziato a piovere, Manila arriverà infreddolita, temo sempre un po’ i primi incontri, a volte prevale il sedicenne che c’è in me , ed è un casino perché lui è vergine e ha paura di un rifiuto, non importa quante certezze abbia avuto, gli strike, i goool, le palle andate a segno, deglutisco fino a quando non ho più saliva. Guardo Nino con la sua espressione che se conservata bene rimarrà così per migliaia di anni, era una carta diversa quella degli anni 80, non si badava al risparmio.
-Aoo…ma statte quieto!- Dice Geppetto uscito dalla carta, che non la fanno più così.
-Babbo, posso chiamarti Babbo?- Rispondo. Geppetto, mi mette una coperta a quadretti sulle spalle, butta un ceppo sul fuoco.
-Ma certo t’ho creato io! Prepariamo due patate bollite, non sarà un granchè ma Manila apprezzerà se ti vuole bene.- Lui si avvicina al paiolo, come faccio a dirle che le persone sono cambiate?
-Non l’ho mai vista, voglio fare bella figura!- Dico, guardandomi le mani di legno, prendo il cellulare per osservarmi dallo schermo, ho due occhi disegnati, tengo la faccia di sbieco per via del naso a manico di scopa.
-Ah ma così cambia tutto, se vuoi sparisco, vi lascio soli, guarda come son vestito, non deve pensare che siamo poveri, anche perché un po’ di soldi li ho messi da parte, ma come t’è venuto in mente di darle appuntamento nella pancia della balena, intanto prendiamo un caffè ti va?-
-Babbo il caffè m’agita, e poi non siamo nella pancia della balena ma in un androne,- Rispondo mentre fa scendere il caffè sui miei piedi di legno.
-A già! Me l’ero scordato, ci siamo usciti dalla balena, a volte rimango sulla stessa pagina per tanto di quel tempo… comunque l’idea è questa. Stupiscila, ti impresto la mia ferrari testarossa decapottabile, è parcheggiata qui fuori, faccio finta d’esser il tuo autista come quell’Ambrogio, mi dite solo dove devo andare e io vi porto ok.-
-Ok- Gli dico alzandomi a scatto, prendo la sua mano e raggiungiamo la macchina, mando una foto su whatsapp a Manila, non riesco a scrivere sui tasti con queste cazzo di mani di ciliegio.
-E’ quella meraviglia?- Dice babbo, aprendo la bocca in un sorriso di stupore. Lei sta guardando la foto che le ho mandato, il viso è nascosto sotto l’ombrello, ha un abitino scuro, le caviglie scoperte, una borsetta azzurrina. La pioggia mi ha bagnato i capelli. Le faccio un segno con la mano, lei si gira e corre via.
-S’è spaventata del lusso, forse abbiamo esagerato!- Sibila Nino, con una espressione da “Brutti sporchi e cattivi” ed è bellissimo così, in fondo non ero manco sicuro che era lei.

Pezzi di carta

Floriana faceva una faccia strana, mentre ascoltavamo la prima traccia del flauto magico di Mozart.
-Non devi credere che non amo Mozart, però non m’ispira, forse è troppo complicato per me. – Aveva detto con il foglio bianco e un gessetto blu in mano, io sul mio foglio avevo la stessa indecisione.
-Hai ragione ci andrebbe qualcosa di più pop.- Floriana si alzò per cercare un cd adatto a sciogliere i polsi. Dei merli “sopravissuti solo loro sanno ad un inverno infinito” incominciarono a canticchiare fuori dalla finestra, io volevo farle un ritratto, in lei vi erano lampi di genio a prescindere dalle mie capacità di ritrattista.
-Questo!- Esclamò Floriana, con in mano un cd di un gruppo che non avevo mai sentito. Lo fece partire, e si gettò sul foglio assalendolo di attenzioni. Più che un ritrattista sono un rattristatore, i ritratti mi escono tristi, così incominciai a disegnare piccole forme geometriche, mi feci guidare dai merli.
-Floriana sai che anni fa, registravo il canto dei merli sulle cassette a nastro? Poi li facevo andare a rallentatore, sono fenomenali, una lingua tutta loro, non c’è un canto uguale, a rallentatore sembravano canti di balene in codice, e poi si scambiano battute .Secondo me reppano, fanno il freestyle. – Floriana non rispose, alzò soltanto la testa per sorridermi,era tutta presa, avevo memorizzato bene quel sorriso, lo feci andare indietro nella mia mente. L’abitudine dei merli di reppare in piena notte cose sempre leggere , Floriana dentro aveva quei canti quelle metriche, stormi di felicità. Allora la immaginai sciogliersi in un volo di merli, chiusi gli occhi e scomposi il suo sorriso con la musica, feci finta di essere un albero di magnolia, e quello stormo volò tra i miei rami, pensai che l’amore ha solo bisogno di un riparo, semplice, muto. Allora strappai il foglio in tanti piccoli pezzi.
-Questo è il ritratto che ho fatto per te .- Dissi a Floriana, raccogliendo tutti i pezzi tra le mani.
-Mi vedi così a pezzi? Non mi sono truccata e sono stanca, mi sento invecchiata. Ho le occhiaie vero?-
-Non volevo dire questo! Vedi è così, il ritratto è tutto questo insieme, questi pezzi di fogli tra le mie mani, non riuscirò mai a farti un ritratto che ti renda merito, posso solo provare a darti calore.-
Floriana, sbuffò, lasciò cadere il gessetto blu sul foglio, e andò in bagno, si sciacquò la faccia allo specchio.
-Stiamo invecchiando, cazzo, è terribile, la vita ci sta facendo a pezzi!-Disse.
Strinsi tra le mani quei pezzi di carta, non volevo farli cadere a terra.

tabula rasa

A volte faccio tabula rasa di tutto, anche della città, solo che poi incomincia a scendere tutto dall’alto come pezzi di tetris, metto i palazzi coricati o a coppi in giù, per farli sparire annullandoli con le loro stesse forme. Con la mole è un casino la devo fare a fette orizzontali con l’applicazione ninja, e tra una fetta e l’altra metterci il mascarpone, ricoprirla di caramello e buttarla ai giocatori di candy crush, che se la vedano loro. E poi ci sono i sentimenti, che sono una massa disomogenea di forme, è un po’ come separare il rame dei fili elettrici dalla plastica, bisogna buttare tutto nel fuoco, con il rame ci faccio formelle per budini , oppure li regalo ancora grezzi a dei grossisti di componenti elettronici, che li scompongono nelle varie sottospecie di metalli. Ci sono dei satelliti che dentro hanno un po’ di me, dei vaffanculo orbitanti. A volte invece faccio tabula rosa, e allora diventa tutto shabby style, i palazzi diventano confetti, e anche le persone diventano confettate, del contenuto dei confetti se ne occupano altre imprese di riciclaggio sporco, che si occupano anche di spurgo pozzi neri, posso affermare che esistono gli stronzi dentro, o gli acidi dentro, o i ferrero rocher, è tutta una cooperazione. C’è gente che i propri sentimenti tabula rasati e ramati preferisce darli alla zecca, a volte prendo monete da cinque centesimi, le metto sulla fronte ci sono quelle che dentro hanno ancora baci da cinquanta euro, ma di solito è tutto un mix. Il sole è un altoforno, come tutte le altre stelle, ci abbronziamo di sentimenti, comunque sia scaldano.

Pinoli

Mangio pinoli per quell’effimero sapore
che non riesco a capire
m’ingrasso di solitudine,
in una parentesi aperta sull’infinito
non sono nel tuo ciclo,
nel tuo meravigliarti
che rende una posa in opera quotidiana
e semplifica la scelte delle cose da buttare o tenere.
Tengo tutto, fino a quando mi stufo,
ingravido sogni
ma non so farli partorire.
Mangio pinoli, foreste al loro seme.
Conosco bene le cose nel loro seme,
sono il gallerista di me stesso
non mi desidero abbastanza
da farmi desiderare.
Evidentemente qualcuno ha sbagliato il nome,
sulla targhetta, su un titolo, su questo libro.
Lavoro su commissione di me stesso,
sono fuori dai cicli,
dai concorsi,
dai dibattiti,
ciò che è anima lascia un’impronta
sono circondato da impronte
a cui devo dare un nome
prima che il mare o il cielo
o chi per essi
le faccia scomparire.

Piume

Io e Joelle c’eravamo inventati questo lavoro di attaccare le piume colorate sulle uova svuotate dal loro contenuto, antropomorfizzandole con una testolina , gambine e braccine fatte con il fimo, a volte la testolina doveva avere le fattezze del cliente, lei era bravissima a modellare facce da culo in scala da presepio, riusciva persino a dargli un’anima, io modellavo gli arti. Stavano entrando un po’ di soldi ma il mio colesterolo era alle stelle.
-Tesoro inforno le patate con le uova , hai preparato il vassoio con le braccia e le teste ? – Arrivano! Avevo risposto a Joelle, con le mani impiastricciate di piume porporine e colla. Le piume arrivavano da Singapore, le ordinavamo a sacchi su Amazon, trattate con colori naturali, il porpora fatto con una specie di grosso acaro polverizzato.
-Ecco qui amore, oggi ne abbiamo fatte una ventina, se continua così dovremo assumere un bracciante.- Avevo detto bracciante, nel senso di qualcuno che facesse le braccine al posto mio.
Anche Joelle aveva preso un po’ di peso, ci abbracciammo in mezzo a quelle cataste di uova già imballate dentro alle loro scatole piene di patatine di polistirolo, e altre in fase di lavorazione, in quel monolocale vi era solo una stradina libera che partiva dall’entrata e si ramificava verso il letto e il bagno. Per mangiare andavamo sul letto, perché il tavolo era pieno di colla piume e piccoli bisturi per la lavorazione del fimo. Così mangiammo sul letto , stava arrivando la primavera era fine febbraio, sul materasso erano incastonate piume e colla, ormai ce n’erano diversi strati di tutti i colori, e quella sera la luce del tramonto trafisse le piume più profonde, una prova tangibile del nostro amore stratificato come gli anni negli alberi in quei mesi di convivenza. Finito di mangiare, dopo un bacio ad occhi chiusi, Joelle si girò di schiena, presi il contenitore di vinavil, e incominciai a tracciare cerchi di colla sulla sua schiena, presi dal sacco le piume porporine, le attaccai una per una, poi lei fece lo stesso con me, per prepararci al “Volo del Condor”.
-Stasera voliamo sulla cordigliera delle Ande?- Sussurrai a lavoro quasi completato.
-Preferisco i Caraibi- Rispose aprendo le braccia.
-Ma sui Caraibi ci siamo già andati l’altro ieri.-
-Lo so ma è stato bello. Specialmente il tuffo del cormorano- Disse. Eravamo così, preferivamo stare soli , non dare spiegazioni a nessuno, immaginare il nostro corpo come un pianeta, e poi planare verso un continente, o in pieno oceano, arrivare fino ai villaggi più remoti, a volte del tutto inventati; ad esempio una sera immaginai i suoi seni come vulcani e lei trovò nella mia foresta un piccolo pigmeo. Eravamo pronti per un altro viaggio che avrebbe lasciato sul letto l’impronta di nuovi cerchi dispersi nella frittata del tempo.