L’amore a volte esagera

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Chi acquista la mia raccolta di poesie l’amore a volte esagera, crede di trovare solo poesie d’amore, quelle ci sono, ma c’è molto altro, e tra le righe. E’ una raccolta zeppa e soffocante, ho cercato di riempire ogni pagina, mettendo meno spazi possibili. In quei sei mesi di selezione mi sentivo così, confuso, non trovavo più conforto nella parola. Ho cercato di mettere poesie che piacessero a quindicenni come a novantenni, perché dentro mi sento così, ho una parte di ingenuità che non perderò mai, e poi perché avevo paura di non poter più scrivere per problemi di salute. Non creo silloge per piacere alla critica, non cerco le parole sofisticate. Se tornassi indietro lascerei più respiro, più pagine mezze bianche, e cambierei il titolo. Ho sbagliato a metterci l’amore nel titolo, trae in inganno, ho le mani sporche di merda non di amore. Volevo intitolarlo la vita a volte esagera, come la fine di una poesia in cui parlo della vita che ci strappa i capelli senza ridarceli indietro.

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Il bosco degli uomini ( da- l’amore a volte esagera)

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Non c’è percorso sereno per noi
alla soddisfazione piena,
ma procediamo a scatti,
nervosi, suscettibili, paranoici,
a volte una porta chiusa
ci sentiamo falene dentro alle macchine
brilliamo e poi siamo stanchi
proviamo la nostra morte in silenzio
scartati da ciò che amiamo scartiamo
e ridiamo mentre sappiamo
che non saremo più come prima
e il bosco degli uomini cresce
ci sovrasta e ci fa ombra
tutto cresce anche se stiamo fermi
siamo delicati, ci basta la luce filtrata
un odore che filtri da un vestito
prova a guardare le persona dal basso
non siamo molto diversi dalle blatte
diventiamo brutti per sopravvivere.

 

Un signore dal viso stanco ma felice.

Oggi in sala d’aspetto c’era un signore dal viso stanco ma felice, strano, un corpo da fiaba,

ho pensato fosse un pazzo mentre aspettavo che mi chiamassero per fare la prova da sforzo.
Non è stata un granché, dieci minuti di ciclette,
era tutto sotto controllo
tre cardiologi ad osservare il mio ritmo.
Avevo l’ansia, nonostante una aritmologa
bionda e la visuale sulla collina.
Dopo sono ritornato in sala d’aspetto
e quel tipo ha tirato fuori la sua anima
era lì per il pacemaker
per controllare se le radiazioni della chemio
non lo avessero danneggiato.
Aveva la luce negli occhi, la calma,
mentre mi indicava i punti
dei suoi quattro tumori,
gli avevano dato sei mesi di vita
sono diventati sedici anni,
mezzo polmone tolto,
gli altri inoperabili.
Dopo la chemioterapia ritornava a casa
guidava per ottanta chilomentri
e si metteva a lavorare come decoratore
o nel suo orto con la chemio in corpo.
mi ha detto di non arrendersi mai
e il suo entusiasmo era qualcosa
che non apparteneva al suo corpo
aveva la vita dentro, la purezza degli alberi
di decenni in fabbrica e 4 pacchetti di sigarette al giorno.
settantotto anni.
Aveva grosse dita ma i palmi delicati
ci siamo salutati come parenti.
Siamo tutti in guerra
bisogna nascondersi dietro una passione
non farsi catturare dal nemico
decorarlo, riderci sopra.

Il tatto delle cose sporche – recensione di Anna Giuba

Il romanzo d’esordio di Andrea Gruccia è un filo d’erba di meraviglia devastante. Si può fare poesia autentica oggi, partendo dalla sensualità del corpo? Si può, eccome.
Andrea veste di sogno le perversioni di un fotografo allucinato dall’esistenza e abbacinato da se stesso. Si tratta di narrativa di altissima qualità e attuale, che si mescola alla tecnologia e la depura dal suo essere metallica. Gruccia esplora l’anima e il corpo femminile attraverso il suo obiettivo-parola, con la perizia chirurgica del narratore autentico, senza dimenticare il se stesso poeta. Che emerge nel romanzo, come la luna che abita le sue notti perdute in fuga dai bachi esistenziali. Grande coraggio, quello di Andrea Gruccia, e grande poesia il risultato.
Se un libro può contaminare la realtà, questo romanzo è destinato a segnare i nostri anni in modo indelebile, con ironia mai gratuita. Cosa rara, di questi tempi. È la Bellezza, “l’elastico tra due infiniti”, che aspettavamo di leggere. Ho avuto il privilegio di farlo per prima.
Anna Giuba

Solo la leggerezza vola

Accanto a me il caldo fa puzzare gli uomini di animalesco
sporchi di lavoro o di inerzia
un po’ come me
una ragazza con gli orecchini a pendolo
è come un papavero in mezzo al solido
il movimento li fa dondolare
sfiorandole il collo ricorda
che tutto è in movimento
un adolescente accanto a lei
ha la pelle setosa
ancora nessun accento di barba
penso a come potevo utilizzare il mio tempo
e allo stesso tempo a come abbiamo fatto a sopravvivere
spero che quasi tutti i suoi orgasmi vadano
a buon fine,
mentre il sambuco spunta dai muri in rovina
col suo profumo di eterno
e il suo colore di inizio
il sole ha pompato il verde
tra gli alberi solo la leggerezza vola
non la fatica

Non sono che un vaso

 

Quanta felicità in una finestra
la vedo ancora accesa come una promessa eterna

mi hai dato l’ abbraccio scuro del giorno
e quello limpido della notte

sono passati anni da allora
ma nel profondo non muta

il tuo amore è una radice che cade sempre a terra
e fin che ci sarà terra potrà rinascere

non sono che un vaso
che ha provato a trattenere l’infinito

Un inno al sussurro

Siamo andati in campagna
non campi qualunque
sono passato migliaia di volte
in quelle vie ed era molto tempo fa
e quella terra è come un donna
di cui non sono più innamorato
so cosa c’è stato, ho goduto
come godono gli adolescenti
ma ora osservo i miei occhi cadenti
e la terra è la stessa.
alla terra basta fare una capriola per essere nuova.
Siamo ritornati a vedere le peschiere
le lenticchie d’ acqua decimate dal freddo.
Io la campagna non l’ho mai vissuta davvero
ho preso il meglio, il succo al tamarindo
gli inverni li passavamo in città.
Guardo te e questi prati senza sentimenti
svuotato dal tempo,
rimane un inno al sussurro
la felicità è dentro un nido di merlo.
La felicità è fare l’amore
leccare e farselo succhiare
e sentire il sapore del seme
nella lingua di chi ami
senza pensare a nessuna morte.