Ricordi

Era aria in bottiglia, promesse di tulipani ci sono api che percorrono il tempo per riportarti miele scaduto. Il passato è la testa del cavallo del Guernica, con la sua lama nella bocca.  E’ un aratro, che impasta i ricordi nella terra. Ho camminato nella terra degli occhi, crescono come funghi bianchi, acquei, ti guardano e ti seguono quando passi. Quanti teschi nuovi servirebbero per quegli occhi, vorrei infilarli accoppiati al loro teschio, e poi andare nella terra delle lingue e trovare la lingua giusta da mettere a ogni teschio sorridente, e poi labbra per coprire quel greve sorriso. C’è un deserto sterminato in cui corrono polli spennati e decapitati, senza zampe, alcuni cotti e ripieni, fuggiti alle feste. Sandro in casa sua stava così. Seduto su uno sgabello da pianoforte, totalmente spolpato dalla vita. Dentro la sua cassa toracica solo un favo di api dei ricordi, che andavano e venivano, nella sua stanza il ronzio di questo sciame. Uno scheletro ricoperto di miele, e pieno di api. Non ci fu molto dialogo all’inizio. Ho messo dentro le sue orbite due biglie di vetro dello stesso colore, mentre le api mi trapassavano, facendomi vedere i suoi ricordi. Era il mese di Giugno, ho raccolto cento papaveri, li ho messi su quello che rimaneva del volto. Con un colorito roseo era meno tetro. Nulla, non si alzava dallo sgabello, le sue mani ancora sul pianoforte, scheletriche. Ho guardato lo spartito, non so leggere la musica. –Sandro dimmi qualcosa… – Lui nulla. Tagliai due fette di mela a forma di bocca e le incastonai nel miele marrone davanti ai denti. –Bevi Sandro… – Iniziai a fargli bere vino, e dai suoi occhi una scintilla intera. Si alzò, incominciò a fare i primi passi, lo fasciai con delle garze per fare in modo  che non si sfaldasse. E questo impedì alle api di ritornare. Un giorno fece un urlo tremendo, un grido privo di corde vocali, voleva uscire, sbatteva le mani contro la porta d’ingresso. Io me ne andai richiudendo la porta come tutti i pomeriggi. Il giorno dopo, la porta era aperta.- Sandro dove cazzo sei?-
Era inginocchiato vicino al piano, tra le sue mani il resto di un uomo, una gamba, con un calzino nero e un mocassino. Avevo creato un mostro, non dovevo dare troppa vita ai ricordi.  Andai in cucina presi un coltello, e glielo conficcai al centro del cranio, gli tolsi gli occhi di biglia, e poi lo presi a calci, gli ruppi tutte le ossa che potevo, giuro, gli staccai le tibie, gli omeri, la testa, e le buttai in stanze diverse della casa.  Non doveva ripetersi una cosa simile. Le api ricominciarono a tornare e a cibarsi del suo miele amaro. Io presi quella gamba sconosciuta, la misi dentro la borsa del Pam, la più grande che avevo trovato. E poi a casa la misi dentro un grande vaso di fiori, che riempii di acqua, si colorò di un rosso stupendo, cremisi. Con il mocassino verde scuro che usciva rigido dal vaso, calzava a pennello.

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