racconto

Il guardiano del farò

All’agenzia interinale mi avevano proposto quel lavoro, un contratto di un giorno prorogabile a un mese. Dalla foto era pure uno di quei fari vecchi, con la scala a chiocciola pericolante e il corrimano mangiato dalla ruggine. Dissi ok, che cazzo dovevo dire. Mi presentai alle otto in punto, il vecchio guardiano aveva la barba bianca bruciacchiata, pantaloni blu da officina, anch’essi pieni di buchi bruciati, ed io con la camicia modello tovaglia da picnic due taglie più grandi, che non si sa mai, comprata all’Oviesse. Non disse nulla, capii di seguirlo perché mi diede le spalle; passammo il ponticello levatoio, e poi entrammo in quella porticina di legno dipinta di azzurro, il faro all’interno era stretto, giusto la scala a chiocciola, ogni tanto un buco tra i mattoni bianchi da cui arrivavano correnti di aria fresca. Arrivati in cima, si allargava in un piccolo monolocale tappezzato di vecchi poster di donne nude e sinistri trofei da caccia, più che altro corna di antilopi o cosa erano, appese alle pareti. «Ragazzo, Il lavoro è questo, tu devi stare qui e non fare un cazzo, appena ti viene in mente qualcosa da fare, datti una martellata con quel martello appeso al muro. E’ di plastica tranquillo, a norma antinfortunistica, all’inizio era di ferro, ma a noi che c’è frega? Non l’ho mai usato». Poi prese un fucile, e si affacciò a una finestra con persiane di legno semiaperte sul mare di cemento, lo caricò prendendo un proiettile da un barattolo rovesciato sul tavolo di legno di pino massiccio, puntò qualcosa al cielo e sparò. Rimasi di pietra, l’eco dello sparo mi aveva fatto fischiare le orecchie, e lui dal rinculo cadde per terra. Lo aiutai ad alzarsi, era sporco ma profumava di mare e polvere. «Lo faccio per cercare di ammazzare il tempo, in cinquant’anni di lavoro non ci sono ancora riuscito, ma prima o poi passerà questo cazzo di tempo no?». Adattarsi di punto in bianco a una situazione nuova non è facile, ma il lavoro è lavoro. «Scusi signore del farò, ma sparare al tempo non è un fare qualcosa?». Lui sorrise, si accese un cerino, era un fottio di tempo che non vedevo i cerini, e poi prese un sigaro mozzato che aveva azzeccato tra i capelli grigi e un cappellino da marinaio, e nel cercare di accenderlo si bruciò un pezzo di barba. «E a noi chi cazzo ci frega? Compila il borderò, scrivici qualche cazzata, tipo: ho ucciso sul nascere la voglia di fare una strage, o di scopare una bella fregna, di iniziare una collezione di francobolli, e poi alla fine del mese lo porti a loro, ai capi, hanno bisogno di credere che ci sia qualcuno che non fa nulla sul nascere, qualcuno che sia più pigro di loro, così possono continuare a fare finta di lavorare, senza sentirsi in colpa, non è un brutto lavoro no?». «Mi hanno stipulato il contratto di un giorno». «Stronzi, e che impari in un giorno? Tranquillo te lo faccio prorogare, io non ci riesco più a fare tutto quello che non devo fare da solo, ho bisogno di un aiutante, mi manca un anno per andare in pensione, c’è molto da imparare, c’è tutto il resto che non si può fare da imparare». Tirò fuori un pc dal cassetto del tavolo, «ad esempio sognare cose che non si possono fare, e scrivere cose che non si possono fare, te la senti o è un lavoro troppo pesante?». Accettai, il primo giorno passò così, m’insegnò a sparare sul tempo che passa, a prendere bene di mira il nulla, e poi mi fece vedere il cesso, era un buco coperto da un asse, con un tubo che buttava verso il fossato.  Passate le otto ore, scendemmo, uscimmo dalla porta e passammo sul ponte levatoio, le due guardie dentro il gabbiotto, stavano cazzeggiando con il cellulare. «Antonio tutto apposto?». Antonio, sorrise, fece un ok con il dito, si tolse il cappello, si grattò i capelli grigi e stopposi, «promette bene il ragazzo, promette bene». Disse. E ritornai a casa.

Lo ragazza che quando incrociava i suoi occhi mi accendeva

occhi
Una volta ho conosciuto una ragazza che con lo sguardo accendeva le sigarette. Il bello è che lei non fumava. La cosa nacque così per caso. Fuori da una birreria.
-Scusa hai da accendere?- Le chiesi. E lei prese la mia sigaretta in mano, incrociò gli occhi , la guardò intensamente e la accese. –Sei Un fenomeno!- Dissi. Poi lei ritornò dentro al locale, tra i suoi amici, come se nulla fosse. La incontrai sotto i portici del centro mesi dopo.
-Sei tu la ragazza che mi ha acceso la sigaretta con lo sguardo vero?-
-Oui, c’est moi! Ma ora non ho testa di accenderti la siga, comprati un accendino.- Mi guardò con uno sguardo dolcissimo, pensai che la dolcezza è capace di tutto.
-Guarda che non faccio parte del Cicap, mi hai solo colpito, io le sigarette con lo sguardo le spengo.
-E’ una dote anche quella! Comunque ora devo andare.-
-Ok, dimmi solo una cosa, è stato un trucco o è tutto vero?
-Stai mettendo in dubbio la mia facoltà di accendere le sigarette? No perché se è così mi incazzo, guarda le mie pupille. – Osservai le sue pupille nere, attorno alle iridi azzurre, incrociò gli occhi e mi fissò la fronte. Sentii un dolore sopportabile e l’odore di pollo.- Ecco ti ho fatto un tatuaggio superficiale.- Prese il suo cellulare, e mi fece una foto. Mi aveva disegnato un piccolo quadrifoglio. Si stupì della mia sopportazione al dolore fisico, e da quel giorno diventammo amici.
-Ho bisogno di raffinare la mia dote e tu saresti la mia cavia amica perfetta.
Iniziammo ad incontrarci metodicamente, un’ora al giorno, prima sulla panchina e poi a casa sua. Sopportavo quel bruciore, perché quando incrociava gli occhi per bruciacchiarmi, mi scioglievo dall’emozione.
Quell’innamoramento, trasformò il mio corpo in prato di fiorellini di ogni tipo, anche piccole parole, come :“prova” “Olà!” ,sulla pancia mi disegnò i numeri di Fibonacci, come sulla mole Antonelliana. E dopo ogni incontro mi spalmava uno strato di Bepanthenol sulle piccole ferite. Mi sentivo ustionato d’amore, dove passava gli occhi non crescevano nemmeno più i peli. Ma un giorno invece della solita sessione a occhi incrociati, mi disse che prima di farmi nuove bruciacchiature la mia pelle doveva guarire.
-Ci vorranno almeno due settimane, come una scottatura con il sole.
-Penso che ci vorrà molto di più per quello che mi fai provare.-
E così mi diede un bacio ad occhi chiusi, e poi mani e carezze, mi fece indossare degli occhiali da saldatore.
-Mettiti questi, per guardarmi negli occhi senza bruciarti. Mai nessuno ha avuto il coraggio di fissare il mio sguardo in quei momenti. Di solito lo faccio ad occhi chiusi.
-Voglio provarci io – Mi sentii come Re Artù, in grado di estrarre Excalibur dalla sua roccia.
– Il suo strabismo di venere, non mi scalfì la retina, non divenni cieco, anzi guadagnai pure qualche diottria. Dopo due mesi buttai via gli occhiali.