poesia

Dietro una siepe

In certi libri c’è l’autore
che ti spiega una cosa
e lo farà migliaia di volte
in teoria per l’infinito
una poesia poche righe
superano crisi, costumi
mode, guerre, generazioni
secoli, millenni
dribblano critiche
sopravvivono a tutto
se sono fortunate quelle parole
vedranno luce sopra a tecnologie nuove
stampate su maglie
sulla pelle, ripetute in silenzio
recitate, ricordate
tutto l’universo era dietro una siepe
quel giorno

Fotografia stampata su carta e applicata su tela

70 x 80 collezione privata

Copyright andrea gruccia

Il guardiano del farò

All’agenzia interinale mi avevano proposto quel lavoro, un contratto di un giorno prorogabile a un mese. Dalla foto era pure uno di quei fari vecchi, con la scala a chiocciola pericolante e il corrimano mangiato dalla ruggine. Dissi ok, che cazzo dovevo dire. Mi presentai alle otto in punto, il vecchio guardiano aveva la barba bianca bruciacchiata, pantaloni blu da officina, anch’essi pieni di buchi bruciati, ed io con la camicia modello tovaglia da picnic due taglie più grandi, che non si sa mai, comprata all’Oviesse. Non disse nulla, capii di seguirlo perché mi diede le spalle; passammo il ponticello levatoio, e poi entrammo in quella porticina di legno dipinta di azzurro, il faro all’interno era stretto, giusto la scala a chiocciola, ogni tanto un buco tra i mattoni bianchi da cui arrivavano correnti di aria fresca. Arrivati in cima, si allargava in un piccolo monolocale tappezzato di vecchi poster di donne nude e sinistri trofei da caccia, più che altro corna di antilopi o cosa erano, appese alle pareti. «Ragazzo, Il lavoro è questo, tu devi stare qui e non fare un cazzo, appena ti viene in mente qualcosa da fare, datti una martellata con quel martello appeso al muro. E’ di plastica tranquillo, a norma antinfortunistica, all’inizio era di ferro, ma a noi che c’è frega? Non l’ho mai usato». Poi prese un fucile, e si affacciò a una finestra con persiane di legno semiaperte sul mare di cemento, lo caricò prendendo un proiettile da un barattolo rovesciato sul tavolo di legno di pino massiccio, puntò qualcosa al cielo e sparò. Rimasi di pietra, l’eco dello sparo mi aveva fatto fischiare le orecchie, e lui dal rinculo cadde per terra. Lo aiutai ad alzarsi, era sporco ma profumava di mare e polvere. «Lo faccio per cercare di ammazzare il tempo, in cinquant’anni di lavoro non ci sono ancora riuscito, ma prima o poi passerà questo cazzo di tempo no?». Adattarsi di punto in bianco a una situazione nuova non è facile, ma il lavoro è lavoro. «Scusi signore del farò, ma sparare al tempo non è un fare qualcosa?». Lui sorrise, si accese un cerino, era un fottio di tempo che non vedevo i cerini, e poi prese un sigaro mozzato che aveva azzeccato tra i capelli grigi e un cappellino da marinaio, e nel cercare di accenderlo si bruciò un pezzo di barba. «E a noi chi cazzo ci frega? Compila il borderò, scrivici qualche cazzata, tipo: ho ucciso sul nascere la voglia di fare una strage, o di scopare una bella fregna, di iniziare una collezione di francobolli, e poi alla fine del mese lo porti a loro, ai capi, hanno bisogno di credere che ci sia qualcuno che non fa nulla sul nascere, qualcuno che sia più pigro di loro, così possono continuare a fare finta di lavorare, senza sentirsi in colpa, non è un brutto lavoro no?». «Mi hanno stipulato il contratto di un giorno». «Stronzi, e che impari in un giorno? Tranquillo te lo faccio prorogare, io non ci riesco più a fare tutto quello che non devo fare da solo, ho bisogno di un aiutante, mi manca un anno per andare in pensione, c’è molto da imparare, c’è tutto il resto che non si può fare da imparare». Tirò fuori un pc dal cassetto del tavolo, «ad esempio sognare cose che non si possono fare, e scrivere cose che non si possono fare, te la senti o è un lavoro troppo pesante?». Accettai, il primo giorno passò così, m’insegnò a sparare sul tempo che passa, a prendere bene di mira il nulla, e poi mi fece vedere il cesso, era un buco coperto da un asse, con un tubo che buttava verso il fossato.  Passate le otto ore, scendemmo, uscimmo dalla porta e passammo sul ponte levatoio, le due guardie dentro il gabbiotto, stavano cazzeggiando con il cellulare. «Antonio tutto apposto?». Antonio, sorrise, fece un ok con il dito, si tolse il cappello, si grattò i capelli grigi e stopposi, «promette bene il ragazzo, promette bene». Disse. E ritornai a casa.

un piccolo confine

La sua pelle produce fruttosio,
in estate quando va ai prati a cercare di finire la tesi,
lascia canali accesi, ed io divento un bombo
e volo attorno ai suoi ascidi appesi
come ampolle nell’aerea sua veduta
-un piccolo confine-
come è tutto quello che fa piacere osservare,
ad esempio:
l’ordine dei peli sul pube,
le ossa che spuntano e arrotondano la pelle
senza spaventare.
I tagli orizzontali, della bocca e degli occhi,
così simili a piccoli orizzonti,
o quelli verticali, tra le natiche
le gambe o le dita
che dal basso della terra e dell’alto del cosmo
creano un baricentro sospeso.
Lei odora di nepenthes,
una pianta carnivora dai bordi slabbrati al nettare,
ed io come un bombo vi cado dentro
e sono sospeso come il suo cibo nello stomaco,
sospeso come le donne quando pisciano
tra le macchine,
come la fetta di lime nel moijto,
o una linea di sudore che non s’avverte
ed è già spore, un colloquiare di anime.
Ci si feconda molto tempo prima,
di aprire bocca.
Non vedo l’ora che arrivi il caldo
ed uscire per entrare.

le braccia del tempo

Vedi, le tue braccia sono le braccia degli orologi:
staccate al loro meccanismo.
Ed è così che il tempo con te si rilassa,
si corica, sbadiglia e poi respira e balla.
Le tue braccia sono il tuo tempo,
e sono il tempo di chi ami.
Hai mai visto un tempo che ti abbraccia?
O che cucina; l’hai mai visto curare il tuo tempo?
Tu sei il tempo che cura il mio tempo,
e come tale hai le facoltà di rimandarlo indietro
di eluderlo, di decifrarlo , di dargli una stima.
E così anche l’ora, diventa una muta meteora,
ci sfiora.
Il tempo non è fatto di carne, e allora perché dare la carne al tempo?
Tra le tue braccia ritrovo il suo stesso messaggio,
ma tu sei un tempo che parla
e mi guarda, mi profuma. Che usa il nostro nome.
Ci coviamo in quel punto dove tutto origina,
e ogni tanto ci ritroviamo :
siamo stati nei fondali dei sogni
per questo l’unica cosa sensata da fare,
sarebbe amarci.
Negli occhi in cui ritroviamo quei sogni
che danno silenzio al tempo.

Lo ragazza che quando incrociava i suoi occhi mi accendeva

occhi
Una volta ho conosciuto una ragazza che con lo sguardo accendeva le sigarette. Il bello è che lei non fumava. La cosa nacque così per caso. Fuori da una birreria.
-Scusa hai da accendere?- Le chiesi. E lei prese la mia sigaretta in mano, incrociò gli occhi , la guardò intensamente e la accese. –Sei Un fenomeno!- Dissi. Poi lei ritornò dentro al locale, tra i suoi amici, come se nulla fosse. La incontrai sotto i portici del centro mesi dopo.
-Sei tu la ragazza che mi ha acceso la sigaretta con lo sguardo vero?-
-Oui, c’est moi! Ma ora non ho testa di accenderti la siga, comprati un accendino.- Mi guardò con uno sguardo dolcissimo, pensai che la dolcezza è capace di tutto.
-Guarda che non faccio parte del Cicap, mi hai solo colpito, io le sigarette con lo sguardo le spengo.
-E’ una dote anche quella! Comunque ora devo andare.-
-Ok, dimmi solo una cosa, è stato un trucco o è tutto vero?
-Stai mettendo in dubbio la mia facoltà di accendere le sigarette? No perché se è così mi incazzo, guarda le mie pupille. – Osservai le sue pupille nere, attorno alle iridi azzurre, incrociò gli occhi e mi fissò la fronte. Sentii un dolore sopportabile e l’odore di pollo.- Ecco ti ho fatto un tatuaggio superficiale.- Prese il suo cellulare, e mi fece una foto. Mi aveva disegnato un piccolo quadrifoglio. Si stupì della mia sopportazione al dolore fisico, e da quel giorno diventammo amici.
-Ho bisogno di raffinare la mia dote e tu saresti la mia cavia amica perfetta.
Iniziammo ad incontrarci metodicamente, un’ora al giorno, prima sulla panchina e poi a casa sua. Sopportavo quel bruciore, perché quando incrociava gli occhi per bruciacchiarmi, mi scioglievo dall’emozione.
Quell’innamoramento, trasformò il mio corpo in prato di fiorellini di ogni tipo, anche piccole parole, come :“prova” “Olà!” ,sulla pancia mi disegnò i numeri di Fibonacci, come sulla mole Antonelliana. E dopo ogni incontro mi spalmava uno strato di Bepanthenol sulle piccole ferite. Mi sentivo ustionato d’amore, dove passava gli occhi non crescevano nemmeno più i peli. Ma un giorno invece della solita sessione a occhi incrociati, mi disse che prima di farmi nuove bruciacchiature la mia pelle doveva guarire.
-Ci vorranno almeno due settimane, come una scottatura con il sole.
-Penso che ci vorrà molto di più per quello che mi fai provare.-
E così mi diede un bacio ad occhi chiusi, e poi mani e carezze, mi fece indossare degli occhiali da saldatore.
-Mettiti questi, per guardarmi negli occhi senza bruciarti. Mai nessuno ha avuto il coraggio di fissare il mio sguardo in quei momenti. Di solito lo faccio ad occhi chiusi.
-Voglio provarci io – Mi sentii come Re Artù, in grado di estrarre Excalibur dalla sua roccia.
– Il suo strabismo di venere, non mi scalfì la retina, non divenni cieco, anzi guadagnai pure qualche diottria. Dopo due mesi buttai via gli occhiali.

La pietra universo

opale

Zena aveva comprato quella pietra al Baloon.
“Guarda che meraviglia!” Mi aveva scritto su whatsapp, mandandomi la foto di quella cosa. Mi sembrava un porta saponette di plastica. Una pietra non poteva avere tutte quelle cose dentro.
E invece venne a casa mia a farmela vedere.-Guarda è meravigliosa! Una pietra trasparente!-
L’aveva messa dentro alla scatola delle scarpe, avvolta nella carta.
-Io non ho mai visto una cosa così…- Disse tirandola fuori con la stessa cura di quando le mamme prendono in braccio i loro figli neonati. Era una specie di grosso prisma vetroso, me la passò tra le braccia.-Fai attenzione a non farla cadere- Al tatto era calda, al suo interno vi erano piccole bolle colorate in espansione, e poi un paesaggio, un vulcano, a seconda da dove la guardassi, cambiava prospettiva, e quelle che erano foglie diventavano creature marine. La riprese tra le sue mani, e osservammo il paesaggio trasformarsi al suo interno .
-E’ spettacolare- Risposi. La posammo al centro del letto e la guardammo tutto il giorno. La luce al suo interno cambiava adattandosi a quella esterna, e quando venne notte, si fece notte anche dentro alla pietra e apparvero le stelle.
-Secondo te ci siamo anche noi dentro a quella pietra?- Mi chiese con un po’ di paura. Io avevo letto qualcosa sulla pietra filosofale, sapevo che gli alchimisti del passato…ma cercai di sbarazzarmi di quelle leggende.
-Quanto l’hai pagata?-
-Dieci euro.-
-Allora qualsiasi cosa sia è taroccata. Ci sarà qualche luce al led dentro che fa tutti questi effetti. Una specie di quelle sfere che a natale le giri e scende la neve.
-Dici?- Guardai il suo volto, era illuminato dalle stelle imprigionate nella pietra, le diedi un bacio sull’angolo della bocca, e dentro alla pietra vidi una stella cadente. Continuammo a baciarci, anche Zena stava diventando trasparante, e dentro alla sua fronte, galassie comparivano e svanivano a seconda dell’intensità dei nostri baci.
– Zena non farti prendere dal panico, ma vedo le stelle anche dentro di te.
-Le vedo anche io in te, ma non ti dico che sei taroccato- Rispose .
-Ma ti sei offesa? Guarda che sono io che ho un po’ di paura.
-Se fosse una pietra taroccata, non avrebbe questi effetti su di noi, è una pietra preziosa, come noi.
-Si lo è, speriamo che non sia radioattiva.- Dissi abbracciandola, e dentro al cristallo si formò la via lattea. Ci spogliammo, vi era la via lattea anche sotto la nostra pelle.
-Voglio darti baci su tutto il corpo, percorrerti di baci, per anni luce.
Ci baciammo con baci universali, facemmo combaciare le nostre vie lattee in una sola. E poi guardammo l’uno nell’altra il sorgere dell’aurora.
Al mattino dopo Zena ritornò a casa con la sua pietra dentro alla scatola delle scarpe, la volta successiva andammo a baciarci sul prato, e dentro il cristallo vedemmo nuvole e piogge formarsi sopra campi gialli e viola, a quella pietra mancava solo la parola, ma con lei avevamo capito di appartenere ad una cosa sola.

Ti bacio becio

Ti bacio di neve, ti bacio di fiabe
Ti bacio di spremute di arance,
di bacio di speranze, ti bacio di niente
ti bacio davanti allo specchio
ti bacio sotto il letto
ti bacio dentro i mobili
ti bacio con la spesa
ti bacio come sposa, come mora
come bionda, ti bacio come l’onda
come un gabbiano.
-Mi baci con il becco?
-Si con il becco, facendo attenzione a non trafiggerti la faccia.
Ti bacio nuda, ti bacio al vento
Ti bacio da tormentata
Ti bacio da addormentata
Ti bacio per svegliarti
-ogni mattina?
-Si compro una sveglia muta, con le cuffie, e mi sveglio prima di te per svegliarti con i baci.
Ti bacio al caldo
Ti bacio al freddo
Ti becio di giorno.
-Hai detto ti becio al posto di bacio.
-Ti becio anche in tutti i modi, i beci sono una specie di baci
-Quindi hai tante sottospecie di baci?
– Si ho i beci, i bici i boci e i buci.
-Dammi un bacio becio allora.
-Il bacio becio è come un succhiotto fatto dicendo una muta E sulla pelle.
-Un bacio largo.
-Larghissimo, prende una spalla intera se mi applico.
-E poi che baci conosci?
-Quelli che ti consumano come un gelato, e alla fine rimani una cialda.
-Baci carnivori
-Si, baci affamati di te.bacio_salute

L’odore del fico

Adele abitava all’ultimo piano di un “edifico” costruito in mezzo a un campo, sperso di fiori gialli fino all’orizzonte. Per andarla a trovare bisognava percorrere un filare di ortensie blu, e poi incamminarsi per la piccola stradina sterrata, fino alla palazzina. “Ecomostro” dicevano i cartelli stradali limitrofi, però i suoi abitanti erano diventati come isolani, quel palazzo di cinque piani era un atollo e con il tempo sul tetto era cresciuto un enorme ficus carica, che proteggeva l’intero palazzo dalle intemperie. Le sue radici strisciavano fino a terra, i balconi e le finestre adombrate da quelle enormi radici nascondevano le vite dei suoi abitanti, e della casa ne erano le colonne portanti. L’erba portata dal vento era attecchita tra i mattoni di terracotta, con piante di pistacchio, petunie e portulache. L’entrata in stile Liberty del palazzo era circondata dalla menta, le scale di legno di rovere, al suo interno erano state dipinte di azzurro, sulle pareti graffiti, e scritte come: ”L’ecomostro è diventato un ecosistema”o “Giù le mani dall’ecomostro”.
-Andrea Sali! – Disse Adele affacciata in cima a quelle rampe di scale lasciando cadere i capelli neri , come una Giulietta Shakespeariana , quel giorno stava ancora in pigiama. Sotto il mio peso quegli scalini di assi, scricchiolavano in modo confortevole, e dalle finestre di ogni piano entravano rami di quel fico creando piccole sculture primitive. Al centro della tromba delle scale scendeva una sola radice, come un palo a piombo, penetrando nella pavimentazione. Antonio, scendeva direttamente da quel palo, era un pompiere in pensione che si dilettava nell’arte di suonare le maracas.
Arrivai da Adele con un po’ di fiatone.
-Ti ho portato questo- Era un melone maturo. Per fare festa andammo dentro alla sua stanza preferita, quella ricavata all’interno della grossa corteccia del fico, un lettino di fieno simile a un nido, e candele posizionate sui nodi naturali dei rami. Appoggiammo i piedi alla corteccia interna, tra il cinguettio dei passeri o cosa erano, ad un soffio da noi. Il profumo del fico, in estate è estatico, ma sembrava che tra il fico e Adele ci fosse un legame intimo, più accarezzavo Adele e più quel fico profumava, come se tutto il palazzo respirasse assieme a noi. Non avvertivo i boscaioli,le ruspe che sarebbero arrivate ad abbattere il nostro legame di pelle e foglie, continuavo a mangiare la fetta di melone che Adele teneva tra i denti, fino al morso più profondo, un fruscio di braccia e rami aperti, e venti e mani sulla schiena, la mia radice penetrava l’intero edifico, il diorama di una dea. Non percepivo il rudere che sarebbe stato, il sogno sfrattato, l’appartamento senza odore in cui avrebbero rinchiuso Adele ed il nostro amore.

Una radice segreta

Quando sto con il tuo profumo è meglio che non parlo,
meglio che stanno zitti tutti
non c’è nessun oggetto che può competere,
nessuna arte, ogni quadro è la mummia di un ricordo
ogni libro un fossile di pensieri
mi tacito e annuso
senza neanche spiegarti
collima a tanti “me” sparsi
uno annusa una rosa,
un altro lo stesso identico odore della mia vicina
trent’anni prima.
I profumi lasciano punti di domanda sparsi nel tempo
mi sembra di innamorarmi quando non ho risposte
quando per una strana ragione
compari in un giorno in cui non eri
in un paese che non c’eri
in corpi che non erano i tuoi.
E intanto il tuo profumo gioca,
come minuscole danzatrici
che diventano sfere colorate,
si fanno e si disfano
ballano di sinuosa sfuggenza
illuminano zone distribuite nel tempo,
lo animano di una inconsueta presenza
escono come funghi in posti impensabili
uniti dalla stessa segreta radice.

Siamo piante che fioriscono con poco

Eravamo piante di cui non conoscevamo il frutto
una promessa sotto la neve, riflessi sotto il sole
le ruote della bici che giravano con la borsa del pane.
Il sudore, una macchia di pelo da abbracciare al petto.
Eravamo piante che fiorivano con niente,
e lasciavano i petali nel vento.
Siamo ancora piante di cui non conosciamo il frutto
che continuano a fiorire nel vento
abbiamo cambiato odore, umore
rami che perdono le foglie.
Si posa la neve sui capelli, sulla barba
come fossimo ostaggi di un gioco terribile.
Siamo piante che fioriscono con poco
un abbraccio dietro al fuoco.