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Lo ragazza che quando incrociava i suoi occhi mi accendeva

occhi
Una volta ho conosciuto una ragazza che con lo sguardo accendeva le sigarette. Il bello è che lei non fumava. La cosa nacque così per caso. Fuori da una birreria.
-Scusa hai da accendere?- Le chiesi. E lei prese la mia sigaretta in mano, incrociò gli occhi , la guardò intensamente e la accese. –Sei Un fenomeno!- Dissi. Poi lei ritornò dentro al locale, tra i suoi amici, come se nulla fosse. La incontrai sotto i portici del centro mesi dopo.
-Sei tu la ragazza che mi ha acceso la sigaretta con lo sguardo vero?-
-Oui, c’est moi! Ma ora non ho testa di accenderti la siga, comprati un accendino.- Mi guardò con uno sguardo dolcissimo, pensai che la dolcezza è capace di tutto.
-Guarda che non faccio parte del Cicap, mi hai solo colpito, io le sigarette con lo sguardo le spengo.
-E’ una dote anche quella! Comunque ora devo andare.-
-Ok, dimmi solo una cosa, è stato un trucco o è tutto vero?
-Stai mettendo in dubbio la mia facoltà di accendere le sigarette? No perché se è così mi incazzo, guarda le mie pupille. – Osservai le sue pupille nere, attorno alle iridi azzurre, incrociò gli occhi e mi fissò la fronte. Sentii un dolore sopportabile e l’odore di pollo.- Ecco ti ho fatto un tatuaggio superficiale.- Prese il suo cellulare, e mi fece una foto. Mi aveva disegnato un piccolo quadrifoglio. Si stupì della mia sopportazione al dolore fisico, e da quel giorno diventammo amici.
-Ho bisogno di raffinare la mia dote e tu saresti la mia cavia amica perfetta.
Iniziammo ad incontrarci metodicamente, un’ora al giorno, prima sulla panchina e poi a casa sua. Sopportavo quel bruciore, perché quando incrociava gli occhi per bruciacchiarmi, mi scioglievo dall’emozione.
Quell’innamoramento, trasformò il mio corpo in prato di fiorellini di ogni tipo, anche piccole parole, come :“prova” “Olà!” ,sulla pancia mi disegnò i numeri di Fibonacci, come sulla mole Antonelliana. E dopo ogni incontro mi spalmava uno strato di Bepanthenol sulle piccole ferite. Mi sentivo ustionato d’amore, dove passava gli occhi non crescevano nemmeno più i peli. Ma un giorno invece della solita sessione a occhi incrociati, mi disse che prima di farmi nuove bruciacchiature la mia pelle doveva guarire.
-Ci vorranno almeno due settimane, come una scottatura con il sole.
-Penso che ci vorrà molto di più per quello che mi fai provare.-
E così mi diede un bacio ad occhi chiusi, e poi mani e carezze, mi fece indossare degli occhiali da saldatore.
-Mettiti questi, per guardarmi negli occhi senza bruciarti. Mai nessuno ha avuto il coraggio di fissare il mio sguardo in quei momenti. Di solito lo faccio ad occhi chiusi.
-Voglio provarci io – Mi sentii come Re Artù, in grado di estrarre Excalibur dalla sua roccia.
– Il suo strabismo di venere, non mi scalfì la retina, non divenni cieco, anzi guadagnai pure qualche diottria. Dopo due mesi buttai via gli occhiali.

il dolore dell’afide

Le coccinelle sono carnivore, spolpano un afide dietro l’altro, non so che genere di dolore può provare un afide, forse è talmente piccolo che il massimo dolore che può provare è simile ad un minuscolo piacere umano, bisognerebbe vedere se un afide lotta per la vita o se si lascia placidamente succhiare dalla coccinella. In fondo anche le nostre cellule sono simili ad afidi, eppure muoiono ogni giorno senza un grido. Solo se una grande massa di cellule in un corpo si sente minacciata allora grida e soffre, oppure gioisce. Siamo ecosistemi fatti di piccolissime cose fragilissime, che cooperano per farci sembrare quello che siamo e a volte quello che non siamo.

Il peso dei baci non dati

Per fortuna i baci non pesano nulla,
ne ho buttati a container
li ho buttati sulle rotaie a sfracellarsi sotto i treni.
I baci sono scemi, li puoi buttare dove vuoi se non servono.
Ne ho buttati a trilioni tra andromeda e Cassiopea,
forse è l’amore non dato, a formare la notte,
a giudicare dal buio ne è passato di amore incompiuto qui,
una caritas universale, ho chiuso gli occhi e ho respirato
una boccata d’amore,
chissà di chi era.

Porta la mia lingua sul tuo profumo

Porta la mia lingua sul tuo profumo,

trattienimi come parte della tua pelle

con gli sguardi, che hanno le ragazze nei quadri di Klimt.

Epidermide di luna, di fortuna, ti bacio, ti annuso.

Quali essenze traspirano in superficie?

Dal tuo interno germogliare eterno,

come addolcisci il mondo.

Quando in tutta la tua bellezza, mi appari quasi senza corpo,

quasi involucro, che delinea l’assoluto.

Per questo rimango muto, davanti a te

Per accarezzare il tempo,

scordarlo, scoprirlo,

che buon sapore che hai,

quando sei così vicina

da sviarmi a ogni cosa.

Copyright : Andrea GrucciaImmagine

ho visto la pancia delle rondini

Fuori la pioggia incolore, m’esplode dentro come un  mare,

come gli occhi di Cristina

quando s’accende una sigaretta appoggiata alla ringhiera.

Ha un accendino azzurro cielo, mani sottili, da ragazzina

e l’edera che s’abbarbica con tutte le sue forze,

assomiglia ai suoi abbracci che sanno di sera.

E sotto i portici ampi come madri, da abbracciare quando si è pazzi,

ho lasciato quel bicchiere sulla soglia degli arazzi;

là dove tutto era permesso, addentrarci nel bosco

per ripararci da quell’ Agosto, sotto fronde e un rivo fresco.

Avevamo un nido, sotto i rovi, l’ architettura dell’anima,

sembra così lontana, ora che mi è vicina

mentre cammino tra macellai e la cucina.

Io con Cristina, ho visto la pancia delle rondini,

e il suo sorriso a occhi chiusi, come papaveri appena schiusi.

 

Copyright : Andrea GrucciaImmagine