Fuoco di paglia

Nella stanza il bolero di Ravel aveva creato subito atmosfera, la donna spaventapasseri che mi aveva chiesto un passaggio, era scappata da un vigneto di Santo Stefano Belbo, ancora calda di sole, occhi a bottoni neri. Ci scolammo un Baileys in due, bella, con una seconda di seno, tutto impagliato sotto una maglietta da contadino. Anche le gambe erano fasciate in pantaloni strappati da cui usciva fieno che imbottiva un culetto pieno. Cominciò a danzare, saltellando per sciogliersi, ed io alzai il volume. Dopo un po’ cadde sul letto, accesi una sigaretta e gliela misi sulla bocca, un lampo, un fuoco di paglia mi bruciò appena i capelli e la barba. La stanza si riempì di fumo, andai in cucina, arrivai con una bottiglia d’acqua per spegnerla, ma lei si stava già pulendo la pelle dalla cenere.
– Non ne pote.. pote..vopiù di star…star…meneimpa… gliata, gra…gra.. zieche mi hai lib.. be… be… rata!- disse con una voce cinguettante, tartagliando leggermente.
– Diamine, ma stai bene? Vuoi del lasonil, sei tutta arrossata, cosa posso fare? –
– Spe… spegni… staca… stacazzo di musica!-
Spensi, e la aiutai a togliersi quegli stracci lerci dalla pioggia e dal tempo.
-Io non ho vestiti da donna però!-
-Fa… fa… fa… lo stesso.- Rispose, e poi mi disse di tirarle le gambe e le braccia perché si sentiva insaccata, e in effetti, tirai anche ogni singolo dito, e il collo. Le sue ossa scricchiolarono, si allungarono, e recuperò una forma smagliante. Non aveva ancora capelli, e altri particolari, come i padiglioni auricolari e i denti, ci vollero giorni di riposo perche si completasse tutta. Io rimasi lì sul letto, non riuscivo a prender sonno, man mano che si perfezionava una strana felicità mi colmava. Sulla pelle le comparve una leggera peluria, e i capelli neri ora le incorniciavano il viso, sembrava una ragazza dell’ottocento, uscita da un quadro dei macchiaioli. Profumava di prato, comparvero dei piccoli nei sparsi, le ciglia si allungarono, le mani si definirono, crebbero anche i peli sotto le ascelle e sul pube, e a rigirarsi sul letto, ogni tanto diceva qualcosa nel sonno. Più mugolii che parole. La coprii con un lenzuolo, più per togliermi strane idee che per pudore. Se lo tolse nel sonno, e una notte allungò le braccia ed io le toccai le mani, e mi trascinò verso di lei in un abbraccio, da cui non riuscii a svincolarmi per giorni e notti. Mi addormentavo e mi risvegliavo tra le sue braccia. Non sentivo nemmeno il bisogno di mangiare, o lo stimolo di fare la pipì o altro, stavo bene. E se cercavo di svincolarmi dalle sue braccia, lei si agitava. Dopo qualche settimana mi abbracciò anche con le gambe, e quel contatto così intimo, i sui piedi che mi spingevano a lei premendomi sui fianchi, fu un invito alla penetrazione. E ci baciammo, senza più staccarci, continuammo a fare l’amore in quel modo per giorni, sempre più premuti. A ogni orgasmo qualcosa di me cedeva per collimare al suo corpo, stavamo diventando una sfera, non riuscivo più a distinguere le parti del mio corpo dalle sue. Sparirono prima i mobili, poi il palazzo, ogni tanto aprivo gli occhi, e vedevo i muratori che toglievano i mattoni, e le macchine che correvano all’indietro, e poi i calessi con i cavalli, e di nuovo prati, e noi due sotto la pioggia, dentro una pozzanghera, e poi foreste, e mari. Non che mi desse fastidio, ma avrei voluto svegliarla, perché dovevo anche andare al lavoro. Che scusa avrei trovato questa volta? Ero in ritardo di almeno un milione di anni. Era scomparsa anche la terra, e anche le stelle, eravamo sospesi nel buio, i nostri orgasmi continuavano a rapirci, e a espanderci, forse eravamo grandi come l’intero universo. Non sapevo nemmeno come si chiamasse. Poi qualcuno accese la luce.
-E’ un quadro bellissimo, due spaventapasseri che fanno l’amore, surreale!- Disse una voce maschile. Girai appena lo sguardo, era un uomo con i baffi, e occhiali neri. Aveva spolverato il quadro con la mano, svegliandoci dal sonno.
-Quanto costa?- Disse tornando dentro il negozio. Lei aprì gli occhi. Non potevo descrivere l’amore in essi contenuto.
-Vieni dobbiamo scappare!- Dissi staccandomi da lei. Subito dopo provai un senso di malinconia infinita. La tirai per la mano, ma non riuscivo a farla uscire dal quadro, mentre io avevo già una gamba fuori! Dovevo trovarmi al Balon di Torino, ma ero nudo. Presi il quadro e scappai. Corsi fino a trovare un portone aperto, lo richiusi. Cercai di rientrare nel quadro non ci riuscii, mi sedetti sulla scalinata, una voce di un bambino alle mie spalle.
-Guarda mamma uno spaventapasseri!- Rimasi fermo, immobile. La madre prese il quadro, lo mise in una borsa. E poi arrivarono altre persone e mi buttarono nella pattumiera. In quel buio mi sembrò di essere di nuovo con lei. Sentii il rumore del camion della nettezza urbana, e poi una caduta. Qualcosa mi spezzò le ossa, non sentii dolore, solo puzza di dolore, e poi alla fine il fuoco, fece sparire anche quello.

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