La duchessa e il maggiordomo

 

Il maggiordomo di Francesca sta sempre al suo fianco, con un parasole che sembra disegnato da Monet, di quelli francesi, fatti per filtrare la luce dell’ottocento, luce più morbida, che si è persa aggravata dalle guerre e dalle pestilenze. Si potrebbe dire che anche la luce si è nascosta per riapparire in posti inconsueti. Uno di questi è la pelle di Francesca, già da bambina, la duchessina era diversa. Aveva gli occhi severi e indagatori, come se avesse vissuto già molte vite e sapesse bene cosa volesse in questa. Uno dei suoi primi desideri era stato di avere un maggiordomo tutto suo, le fu affidato Antonio, all’epoca poco più che ragazzo apprendista.
Chi meglio di lui poteva capire i suoi vezzi, in effetti, lui è anche la sua migliore amica, un uomo di quarant’anni, lei sulla soglia dei venti. Lei ogni tanto si ferma d’improvviso nel mezzo di una passeggiata, come se vedesse qualcosa d’invisibile, come i gatti quando fissano il vuoto.
-Coglilo!- Ordina la duchessa, e Antonio prende un retino acchiappa farfalle, e secondo le indicazioni del dito indice di Francesca cattura un pezzo della visione, che solo alle nobildonne è concesso.
– Guardi una rana di plastica duchessa!- Dice Antonio, grato del suo compito servile, e Francesca infila la rana di plastica in un sacchetto del pane, sul quale scrive la data e il luogo del ritrovamento. Poi al ritorno, si fa accompagnare nella soffitta di quella vecchia corte, in cui la luce naturale filtra solo dalle tegole del tetto e da finestre ovattate da ragnatele.
– Questa la mettiamo sullo scaffale degli animaletti fantastici o nell’oggettistica di plastica?- Sospira Francesca.
– Direi in quello degli animaletti, cosa ne dice, vicino a quel pesce azzurro con le pinne a forma di accendino?-
Francesca fa un cenno con la testa, Antonio posa la rana tra il pesce e l’uovo di plastica peloso, in quella specie di museo vi è un divano, in cui Francesca ama sostare dopo le passeggiate. Antonio secondo un rituale che dura da anni, allunga le braccia, lei si sfila le parigine, le posa sulle sue mani e poi rovista tra vecchi giornali e si mette a leggere qualcosa, accavallando le gambe. Antonio appende le parigine su un filo di corda in cui ci sono anche fotografie di loro due, scattate dai passanti. Prende lo smalto blu e si siede su un piccolo sgabello, prima deve togliere lo smalto precedente con il solvente. Nel farlo stringe le dita della duchessa tra le sue, lei lascia cadere il giornale, si guardano con un senso di paura, in un’atmosfera infiammabile, come alcool che ha solo bisogno di una scintilla. Non possono andare oltre, sono solo un pezzo di racconto che non esiste nella realtà, e ogni volta finisce qui.

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