Calcare

La famiglia Talchi è talmente povera che Fabio da piccolo per fare le inalazioni respirava il vapore del ferro da stiro. E sua madre, madre magrissima e con i denti calcarei che sembrano coralli, spingeva il bottone della caldaia tenendo il ferro davanti alla sua faccia. Il problema era il calcare, è sempre stato il calcare a otturare i pori del ferro da stiro o dei rubinetti, e delle vene dei vecchi. La casa dei Talchi era talmente calcarea che vi crescevano le stalagmiti e le stalagmiti, sembrava di essere alle grotte di Toirano, infiltrazioni che creavano sulle pareti opere astratte di colori insoliti e tenui. In cucina c’era perfino l’impronta scalza del nonno, sul cemento, rimasta intatta dopo cinquant’anni, non c’erano soldi per le piastrelle e poi il pavimento in cemento era diventato di moda. E con quell’impronta Fabio ed io ci giocavamo da bambini, fingevamo fosse di un orso delle caverne, la riempivamo di biglie, sembrava una pozzanghera di gocce di vetro. Le tiravamo da lontano, facendole fare percorsi lineari o con l’effetto, a volte sviavano all’ultimo e andavano sotto il frigo, nel mondo dei ragni calcarei. Ogni tanto prima di un temporale, speravamo che piovessero biglie di vetro, perché nessuno aveva mai parlato di fabbriche di biglie in vetro colorato, dovevano cadere dal cielo ogni tanto in qualche parte del mondo, e poi i bigliai le raccoglievano per mercificarle. Succedevano cose strane nella casa dei Talchi, ad esempio quando compravano le alici nelle cassette, per pulirle e metterle sottosale, a volte le alici riprendevano vita, e con colpi di coda saettavano nell’aria prima un po’ sbilenche poi sopra alle nostre teste si riunivano in una palla scura e uscivano dalla finestra, veloci verso il mare. Mentre la madre di Fabio, malediva le sue mani, quel potere che non voleva. Si chiamava Margherita, e la sua espressione era asciutta, come una margherita senza petali, però con gli occhi grandi che avevi paura di guardarli talmente ti guardavano dentro.

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