I solchi dei vinili

La prima volta che caddi nel solco di un vinile era il novantasei, era un disco dei Cure, inciampai nella puntina e mi ritrovai in una selva o cura, dipende dai punti di vista. Dentro i solchi ho conosciuto Viola, anche lei assorbita dalla musica. Mi disse che dentro i solchi dei vinili si nascondono città e strade, dove gli uomini ritornano ragazzi che sognano. Ci frequentammo anche fuori da quel vinile per fare giochi del tipo:
_ Ci solchiamo come quella volta?
_ Quella volta in cui il disco si è incantato e ci siamo solcati per settimane?
_ Si, come in un concept album con una sola traccia infinita.
Ci facevamo girare su quel piatto che gira a vuoto, per leggerci nei graffi, amplificavamo il tempo, portandolo avanti fino all’estate. Le emozioni ci deformavano, diventavamo di nuovo liberi dentro i solchi dei vinili. Avevamo scoperto un grande letto in mezzo a campi sterminati di papaveri, eravamo diventati così bravi da caderci sopra. In quei tre minuti della nostra canzone preferita, prendevamo la luna con le dita e ce la passavamo nella bocca, sapeva di big babol.

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