Month: dicembre 2015

la luce del mattino ti assomiglia.

Ho pensato che la luce del mattino ti assomiglia.
E se lavoro al mattino ho bisogno di vederti al pomeriggio.
Non posso perdermi sia la luce mattiniera sia la tua.
L’ ideale sarebbe non lavorare mai
unire il mattino a te
Tu e il mattino uniti
Sareste la vita che ride.
Sai che se ti guardo
Negli occhi ci vedo
La luce che gioca?
Che fa l’amore con la luce
Ed i tuoi occhi sono così
anche se non c’è luce
Mi entrano dentro
Ho i tuoi occhi che mi girano dentro
Voglio ridarteli al prossimo bacio
Al primo se ci credi
sento già il tuo odore
assomiglia al verbo che preferisco
A uno sparo che credi ti uccida
E invece poi è un’altra cosa.

giovinezza

Non c’è nulla che fa capire quanto la vita passa veloce, come lo fanno capire i bambini. I bambini degli altri soprattutto, compiono manciate di anni da una volta all’altra, e intanto ci sono milioni di film che non ho ancora visto. Nella vita bisogna decidere che cosa vedere tutto nel suo completo, e una cosa che so di sicuro, e che non riuscirò mai a vedere tutti i film del mondo, continuerebbero a sfornarne, è una battaglia persa. Io i film non riesco a guardarli da solo, a volte li compro, ma non ho mai visto tutto un film intero da solo. Mi sembra di perdere tempo, a volte mi sembra di perdere tempo anche a leggere Dostoevskij, e infatti non lo leggo, pur avendoli tutti, a parte le notti bianche, durante un viaggio a Napoli. Qualche impostazione interna me lo vieta, leggo le prime venti pagine di ogni libro, poi di solito mi stufo. Sono riuscito a leggere un libro di Proust, non so neanche come ho fatto, “La prigioniera”, uno dei libri più belli che ho letto. Ci sono quelli che leggono le raccolte di poesie dalla prima all’ultima pagina, io leggo sempre le ultime, le più concentrate. Ammiro chi riesce a leggere una sua poesia, una sua canzone, un suo artefatto, per migliaia di volte senza mai stufarsi, con entusiasmo, non ci riuscirei mai, il successo è una specie di ripetizione ossessiva, fino al raggiungimento di un virtuosismo e una tecnica professionale. Io sono professionista di cose che non si possono spiegare, ripeto la noia, l’incostanza, il vizio, il perdere tempo. C’è qualcosa di spietato nella giovinezza, è una cosa spietata per tutti, come tutte le cose bellissime, il resto sono passatempi per adulti, alcuni altissimi, ma che non ridanno in ugual modo, l’entusiasmo di non sapere ancora quasi nulla, ma di intuire tutto.

scrivo

Oggi ho pensato alla mole che si afflosciava,
come una mole gonfiata
e ho sentito a come mi sentivo senza peccato
quando mi soffiavo il naso nel fazzoletto di mio padre.
La mia macchia era tutta lì, se la metteva in tasca
e mi prendeva per mano.
Per questo quando dicono che gli assomiglio,
non capiscono un cazzo,
e vorrei tirargli un cazzotto in faccia
io non sono degno ad assomigliare a mio padre.
Io non posso alleggerire nulla,
non era il suo fazzoletto che mi alleggeriva
ma il sua tenera onestà
che illuminava la sua immensa anima.
Io sono diventato disonesto,
ho ingannato, ho lati oscuri
non posso alleggerire nulla
ho smesso di credere a quel dio da tempo
scrivo
perché ho ancora bisogno di pregare
e chiedere perdono.

La poesia è una questione politica

 
La stretta di mano dura poco
è dimenticata al giro di case
come certe serate, salite tutte sullo stesso treno
e scappate per sempre.
Il nostro accordo è diventato veleno,
Caravaggio sfuggiva alla sua decapitazione,
Michelangelo appendeva la sua pelle
un capolavoro vuole la disintegrazione del suo artefice.
Così vanno avanti le cose che non osano,
vite pacate, dopo un buon ciclo di studi.
Noi abbiamo osato troppo,
dobbiamo cambiare tattica,
preoccuparci se una scarpa calza bene,
tra le righe azzurre delle calze.
Provare con tutte le forze,
ad appassionarci di calcio,
o di jazz. Perfino di tango.
Evitare di emozionarci per l’arte. C’ha danneggiato.
Il mostro che c’è dietro,
quello che fa innamorare della forza,
per te vale più un saluto romano che mille poesie
sei allineata con la natura
darwinista
scompaiono i coralli, le specie rare
per la stessa ragione
mentre cerchi di proteggerli
la tua sensibilità nutre la distruzione
non ti accorgi
che la poesia è una questione politica.

L’arcocazzobaleno

 

-Amore, secondo te è meglio che l’arcobaleno scappelli sulla punta o di lato?-
-Franca, non riesco a risponderti ora. Sono le cinque del mattino, lo sai che a quest’ora penso a cose bruttissime-
-tipo?-
-Al fatto che il sole diventerà una gigante rossa e tra miliardi di anni, ingloberà la terra e quindi anche noi-
-Nino, mancano così tanti anni che la specie umana ha tempo di estinguersi, e di riformarsi, e tra milioni di anni, porsi la stessa domanda che ti stai facendo ora. Lo facciamo?-
-Fare cosa?-
-Qualcosa di bello per non pensare-
-Se tra un milione di anni ritrovassero il video che abbiamo fatto prima. Insomma, se pensassero che gli uomini del passato facessero l’amore in quei modi strani. Franca, forse è meglio che cancelliamo quel video!-
-Certo che sei pessimista, per loro quel video, potrebbe essere una specie di stele di rosetta. Decifrerebbero la differenza tra il linguaggio dell’amore e quello delle guerre, lo capirebbero dai nostri occhi, dai nostri gesti-
-Allora facciamone un altro, senza quel preliminare in cui mi dipingi il pisello di blu, e fai tutte quelle foto. Capisco la cromoterapia e il lavoro sul tuo arcobaleno di cazzi, ma gli uomini del futuro potrebbero fraintendere. Anzi per loro l’arte potrebbe essere una cosa incomprensibile. Non voglio rovinare la reputazione di tutta l’umanità-
– Nino, con tutte le tragedie che ci sono state, avranno altre priorità non credi? E poi lo sai che ci tengo a quell’installazione, un arcobaleno fatto di cazzi colorati e ingigantiti, incollati sopra la parete di quel palazzone grigio.  Dovresti esserne orgoglioso, mesi di lavoro, di pose, un anno del cazzo, e solo tuo poi…-
-Sei sicura che siano tutti miei?
-Sono cazzi tuoi amore-
-Che bello sentirtelo dire.
-Se avrà successo faremo il cielo di cazzi bianchi e la notte di cazzi neri-
-Amore, non rischierebbe di essere un lavoro troppo cazzo-centrico?  Il cielo, la Via Lattea, si potrebbero fare con i tuoi seni! Un cielo fatto con le tue tette, o un’alba fatta con il fondoschiena?-
-Un cielo di tette tutte mie?
-Si tutte tue. E’ arte, per te farei di tutto lo sai.
-Io comunque per il cielo di cazzi neri avevo pensato, a un nero naturale.
-Non sono geloso tesoro, la tua è arte. Prendi in considerazione i seni però.
– E tu prendi in considerazione Omar.
-Quello del cielo nero?
-Si.
-Ma siete solo amici vero?
-Si solo per l’arte.
-Mi sento peggio di prima, prendo venti gocce di tranquillante.
-Amore abbracciami, sei il mio arcobaleno, la mia notte, il mio futuro.
– Anche tu. Voglio farti l’arcobaleno dentro per altri cinquant’anni almeno.

Disintossicarsi delle parole

 

Bocca socchiusa tra semi di carrube sospesi,
lieve come una puledra che cammina sopra la pietra lavica.
Il dolore è un nero che avvolge
come un’alga il riso
solitudini contorni d’inchiostro che annerano il fegato.
Non vedo l’ora di arrivare a casa e descriverti nuda come non ti ho mai visto,
davanti a un cedro del libano
senza troppi particolari,
solo una goccia di resina sulla tua schiena,
il ronzio di una mosca in un deserto blu
oppure davanti al poster di un teschio
e alle tue mani che mi rendono bello.
Fare quelle cose che tolgono il vizio
di appendere i calendari ai muri.
Essere una voce silenziosa
nel moto retrogrado dei pianeti
che non dica come accada,
disintossicarci dalle parole
che se li porti via la pioggia
le parole, contaminano al loro giudizio.

Lo devo per lo stomaco

Ora sento lo stomaco chiudersi, e devo scrivere qualcosa
Lo devo per lo stomaco, per quel sogno che è partorito dentro
ed è cresciuto informe e scalcia.
Di questo amore che lascia le sue orme,
ed i colori dei tuoi occhi alla natura.
Mi sei mancata come una gatta nera
che fa le fusa bianche.
E ho visto quei rovi, fare i fiori e poi le more
una decina di volte,
non ci si può addentrare, se non si è forti
passo in mezzo a posteggi,
a macchine infinite dove scalda il sole
se fossi libero mi butterei sotto a un tir
questa solitudine mi ama troppo
amo ciò che odio
non sono libero di odiare così tanto
Il bianco della natura.
E’ un teatro inutile,
la natura è intoccabile
ci sono boschi mafiosi,
omertosi.
Cosa baratto con gli alberi?
Non parlano, non consolano
Conosco la puzza degli uomini,
le loro feci lasciate in quei parcheggi
o preservativi rossi o bianchi,
non è inferno essere così stanchi
davanti a tutto questo bene?
Che passa sottile, e brucia i giorni
e i ricordi, mentre vicino a te
chiacchierano e ridono
e a volte si uccidono.

Sei in mezzo alle cose

 

A volte ti aspetto tutta la notte, fatta di anni.
Ritorna vetro il vetro, se ti sento, un diaframma tra un altro respiro.
La città si veste, ritrova i suoi occhi, i suoi bottoni.
Mi viene voglia di salutare,
non che prima non mi amassi,
ma il prima è troppo da capire
e nel mentre accadono le cose.
Se ti sento, mi accorgo di avere asole,
ed orecchie pronte a un bacio
tutto il corpo si sveglia
a qualcosa di superiore
non devo timbrare nulla
giustificarmi per il male che ho fatto
o il perdono che ho chiesto
nei tuoi occhi è sempre stata identica
l’esplosione iniziale.
Nei tuoi occhi sono quegli oggetti che ora non amo,
e quei concetti che non riesco a capire
quando temo l’eccesso,
ed invece è così poco
sparire, riapparire, un gioco.

C’è un fuoco bianco per le vie

C’è un fuoco bianco per le vie,
l’inverno separa così nettamente l’esterno dall’interno
quel che per uno è romantico fuori
è nebbia.
Bisognerebbe imparare a danzare sui parquet
d’inverno,  per mesi senza uscire troppo.
Svernare insieme, vicino a un termosifone.
Si spera che la gentilezza spiova dalle case,
siamo a tenuta ermetica
non esce nulla dai pile
dai controsoffitti
dai separè in vetro dei cinema
siamo arrivati al “non si regala più nulla”
e i farmacisti come ragionieri.
Non si fa più credito,
saluti calcolati al millimetro.
Un passo indietro,
e a fianco l’indicibile forza della pulsione.
Da lavare con il sapone,
lontano il sangue, la puzza
il mondo lo mangia chi respira bene.
A me non me ne frega più un cazzo di andare a lavorare,
ci sarà un modo per risucchiare tutta questa cosa
che c’è nelle vie
e farci rimanere come girini
bramosi di pezzi di polpa.
Forse ci baceremo tra dieci anni,
infilarci le mani nei tombini sulla pelle
qualcosa cuoce lentamente dentro.

 

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I panettieri

Alla seconda bottiglia di Porto, si erano abbassate le inibizioni, e Diamantina aveva cominciato a parlarmi della sua attrazione fisica per i panettieri. “Vedere un uomo che impasta, mi fa sangue. Quel lavoro di mani, quella forza delicata che strizza e strappa piccole porzioni di impasto.” Mi disse che sovente si alzava alle tre di mattina, per andare a prendere la pizza appena sfornata. “ Mi piace osservarli mentre passano il bucasfoglia. Vedere un uomo che inforna mi fa andare in estasi, se poi ci aggiungi la pizza calda piena di sugo. Capisci?”
“Capisco benissimo. Io ad esempio sono attratto dalle donne delle pulizie. Quelle del mio palazzo le ho solo intraviste. Il profumo del detersivo nel secchio pieno d’acqua nell’ascensore. Quando sento il bussare tipico dello zerbino che tocca la porta. Corro subito allo spioncino. Sono donne fantastiche, mitologiche.”
“Sai cosa me ne frega?”
“Sei tu che hai cominciato a parlarmi dei panettieri.”
“Panettieri si nasce, è una cosa che si trasmette di padre in figlio dalla notte dei secoli.”
“Quindi?”
“Quindi cosa?”
“Vuoi ancora un bicchiere Porto?”
“No. Non serve. E’ tardi. Abbiamo parlato troppo, e ho sonno”
“Vado a casa?”
“E’ meglio. Addio”
“Così al brucio? Addio?”
Però uscito dal portone, sono passato davanti al panettiere, erano le tre di notte, ho preso una teglia di pizza rossa con il sugo, e ne ho mangiato un pezzo. Il resto l’ho dato alle blatte.

 

Tela andrea gruccia- 201o

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