La fontana

Il suo furetto a forza di starle in mezzo alle gambe sapeva di lei, ma con quella specie di amore l’odore del suo sesso si era raffinato, era una cosa che avrei riconosciuto solo io, gli altri avrebbero visto soltanto un furetto gironzolare attorno al travertino della fontana. Lei era andata da sua madre, in Venezuela, una cosa che non avrei mai fatto per paura degli aerei. Così passavo i pomeriggi alla fontana dei quattro fiumi di piazza Navona, con Barret, e un sacchettino di crocchette. Ogni tanto si avventurava verso qualche curioso, per poi correre a ritroso tra le mie braccia, quel suo musetto di vibrisse e nasino umido che sbuffava e tremava tra le mie mani, univa con un filo invisibile due continenti. Non so se attribuire quel gesto al caldo, ma a un tratto vidi Barret nuotare verso il Leone posto sopra il fiume del Nilo, poi con un salto gli saltò nella bocca e rimase lì a fissarmi con la testolina che usciva dalle fauci di marmo. Lo chiamai, dovetti immergermi e andarlo a prendere, tra le risate di qualche turista. Lo avevo quasi tirato fuori prendendolo per la collottola, e lui mi sfuggì di mano salendo sopra le fronde della palma di marmo messa ai lati. «Come si chiama?». Disse una ragazza cinese con un accento romano, «Barret!». Lei lo chiamò un po’ di volte, e qualche turista idiota mi tirò pure delle monete, in faccia. «Lei così mi rovina il racconto!». Dissi tirandogli una manciata di monetine. La ragazza cinese si ammutolì, cambiò espressione. «Fammi capire, io sarei qui in funzione solo del tuo racconto?», «Porcatroia Barret, scendi che qui butta male!» Il leone dal canto suo fece un ruggito stanco, e si abbeverò dopo quattrocento anni, il gigante del Nilo si tolse il velo. «Non potevi startene zitta?». Dissi rivolgendomi alla ragazza. «Senti se mi porti con te, continuo a fare finta di nulla. Guarda che anche i palazzi qui attorno stanno cominciando a crollare». «Ascoltami, tu esisti davvero, dimmi cosa vuoi». «Venire con te». «Ok». Risposi mentre fissavo con orrore gli occhi del gigante avvicinarsi ai miei e bloccarsi a pochi centimetri di distanza. La ragazza, stava fischiettando guardando il cielo, un palazzo si era bloccato nell’attimo prima di frantumarsi a terra. «Barret vieni qui!». Quello stronzo di furetto corse tra le sue braccia, e poi s’intrufolò sotto la sua maglietta. Io uscii dalla fontana. «Escilo fuori è della mia fidanzata». Dissi mentre uscivo dalla fontana. Si mise a ridere, «scrivilo nel racconto che la fontana è fatta di plastica e anche il furetto è made in china, e non è un furetto ma un sorcio». «Ok lo scrivo, è già tutto scritto». «Scrivilo che ti vergognavi di dire che ero io la tua fidanzata». «Ma non è vero!». Risposi, e in effetti non era così, non avevo pensato a nulla del genere, erano i capricci di quella sconosciuta; dovetti assecondarla, almeno arrivati alla via, perché quella non l’avevo descritta, non avevo scritto nulla di quello che c’era attorno, solo quel palazzo che si era fermato a un attimo dal crollo, e quel turista che sapeva solo tirare monete con un braccio meccanizzato. La ragazza si stava plastificando. Non avevo tenuto conto dei suoi sentimenti, non dovevo guardare i suoi occhi da manga che tremavano di lacrime. La presi tra le mie braccia e la incastonai di fianco al leone, assieme a quel cazzo di topo di plastica che si era intrufolato sotto le sue mutandine, il mito della toppa. «Hai detto toppa invece di topa!». Dissero le voci dei turisti, faceva veramente caldo quel giorno, infilai Barret nella gabbietta e ritornai a casa prima di cominciare a delirare.

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