Gennara faceva uscire la tristezza dai capelli

Gennara faceva uscire la tristezza dai capelli, o meglio, dai fori del cuoio capelluto grossi come un dito. Quando grattavo la sua testa mi sembrava una palla da bowling, a volte ci infilavo le dita di tutta la mano in quei fori, tappavo la sua tristezza, la sentivo pulsare sotto le mie falangi. L’alta marea dell’infelicità arrivava alla sera, ed era meglio lasciarle i buchi drenati, a volte si risolveva con piccoli sbuffi di vapore, altre volte schizzava come bottiglie di champagne aperte con la sciabola. Ed io invece ero tappato, assorbivo l’influenza altrui, fino a diventare “altrui”, con una tale empatia che sono stato interi quartieri, intere città, non conoscevo di persona i loro abitanti, ma li sentivo tutti dentro. Quando ero pienissimo, cominciavo a lievitare, Gennarina cercava di togliermi la tristezza e sputarla dalla sua testa, ma io lievitavo nella stanza fino colmarla, sbordavo perfino dalla finestra, colavo dalla finestra, povera Gennarina, per sgonfiarmi aveva provato anche a spararmi, ma di solito funzionava così; faceva un lungo taglio sul mio costato, poi ci entrava, e mi assorbiva fino a quando la mia pelle combaciava con la sua, e i nostri cuori erano così vicini che se uno dei due fosse morto, sarebbe sopravissuto grazie all’altro, poi usciva e mi ricuciva, e tutto ritornava quasi come prima.

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