Month: aprile 2015

Pappagalli e scimmie

-Elisa devo adattare il curriculum al potenziale lavoro, che controllino pure, che ne sanno loro se sono esperto di pappagalli?
-Quando ero bambina ero terrorizzata dai pappagalli, dove abitavo io c’era un’anziana che abitava in un casolare diroccato, quello dove ora sorge il centro commerciale, aveva un’ara enorme, tutta blu, su un trespolo, sarà che voleva spaventarci ma diceva che con il becco ci poteva tranciare una mano.
-Una mano? Amore quelli sono pappagalli allevati dal proprietario, e poi ci sono pappagalli e pappagalli, con quelli intelligenti ci posso parlare, è meglio della fabbrica, anzi meglio delle persone.
-Sempre se ti assumono.
-Eddai non ci vuole una laura in pappagalli, cambio il pastume, tolgo le cacche, li pettino.
-Li pettini?
-Io i pappagalli li pettino, sono degli ometti , parlano, dai non sono solo uccelli hanno proprio gli occhi da bambini quando sono cuccioli, sono come le scimmie, se le scimmie parlassero come parlano i pappagalli sarebbero una specie di persone,farebbero cita-azioni, scimmie che citano. Che casini che fa la natura. Cmq perché quella faccia?

– Wilscot, lo sai anche tu che in certi secondi mi prende una malinconia fatta di secoli, ci sono due tempi diversi dentro di me , quando sono lucida prendono le distanze e creano un bilico, e ora ho avuto un attimo di lucidità indicibile, ho la necessità di avere tanta fantasia per volare. Per questo ho scelto di stare con te, non certo per la bellezza.
-Cioè tu stai con me solo per la fantasia? Perché io ho scelto di stare con te per stare con i piedi per terra.
– Non ci fare caso, ti amo di una specie di amore che non so spiegare, ho le mie cose, vieni abbracciami.

una poesia non si stanca mai di cercarti

Lo stesso percorso di un’ora e mezza fatto avanti e indietro con un bus
per più di dieci anni;
c’è un palazzo e una finestra a cui butto l’occhio,
là dentro io e una ragazza , a casa sua,
la foto dei suoi genitori alla parete, sposati.
E poi le parigine che poi ho sfilato, ha piovuto tutta la mattina,
ho leccato quella mattina, il mio lavoro è stato odorare,
le altre mattine sono state quasi tutte corse obliterate dall’oblio,
immagini di liceali che scendevano prima della curva,
alcune ora sono laureate o sposate,
ogni tanto c’è un tipo strano, è sempre uguale
ed io ho quasi sempre sonno e inquietudine.
Alcuni giorni mi sono seduto su quel sedile assieme all’inferno.
Non c’è nessun prezzo per queste infinite mattine buttate,
non ho imparato nulla, ho perso molto,
ho capelli più grigi, un altro volto.
Ma ho imparato a scegliere meglio i libri,
perché in certe pagine recupero del tempo
una poesia non si stanca mai di cercarti.

Ma tu lascia un segno ,un batter di ciglia

Ma tu lascia un segno ,un batter di ciglia,
che più mi innamoro delle tue piccole cose
più l’universo ti assomiglia, espandendosi a quel che immagino.
Non c’è differenza tra il tuo tamburellare di dita sul tavolo
e una pioggia nella Namibia,
tra in nostro accovacciarci e la deriva dei continenti.
Ci allarghiamo quando ci avviciniamo
come l’insenatura di due fiumi
facciamo frescura,
in questa città rumorosa , che di notte ritira le braccia
dietro i nomi dei citofoni,
siamo come il canto di uccellini che non si vedono
e senza chiedere permesso, passano.

Fuori è una sporca ferocia che grida dentro

In certe ore , nelle giornate di primavera,
un manto scopre la bellezza e s’inclina
il vento verso una terra di beatitudine.
Si è più esposti alla natura ; fosse anche solo pelle scoperta
quella che si conosce, nella totale ignoranza d’alcuni.
Il polline ed il suo agire nei moti interni sconosciuti
fa svegliare le lumache alla loro timidezza , e profuma le donne,
nei tavolini al sole,stuzzichini e voglie
siamo tutti agguantati da questo moto che non si conosce,
che fa crescere velocemente le foglie
e fiorire i fiori con le stesse modalità,
fanno quello che possono
ed il tuo dolore è quasi nulla,
qualcuno l’ha già decritto, ci passi accanto
la stessa cosa per la felicità.
La natura non parla, siamo noi che dovremo
descriverla. Lo facciamo dandogli nomi inutili.
Vedo la natura che si spaventa della natura,
ed è un grande lavoro cercare di non spaventarci,
risultarci piacevoli, quantomeno salutarci.
Non è forse una specie di coma questo freno?
Questo fiorire nei propri abiti.
Cerchiamo un folle che lo gridi,
che faccia uno scempio di dogmi,
per compiacerci della nostra cattività
nella sua finta pazzia,
salvo poi, redimerlo in segreto
dire è così che si fa!
La natura fa di tutto per creare folli,
li prova, li spreme, li asseconda
e qualcuno ci riesce ad uscire dall’umanità
ma è un compito da santi
avvicinarsi così tanto agli animali
chiamare “uomo” qualsiasi cosa abbia un’anima
parlare di cose che di solito non si parlano
o non si devono pensare.
E ritorna la regola, per decine di anni
richiude gli occhi a ciò che la natura
continua ad esplicare con ferocia inaudita.
E questa feroce evidenza, questa dolcezza sempre più raffinata,
che non si riesce più a contenere.
Le poesie sono briciole,
anche le poesie si stanno sgomitando
per arrivare prime.
“E’ un grande poeta, premio nobel ..ecc..”
Ed invece ha mischiato ancora più le acque
con la sensibilità, con l’eleganza.
Fuori è una sporca ferocia che grida dentro
non si può domare.
Lo vedi proprio , certi ragazzi stanno viaggiando verso il nulla,
sono epurati dalla poesia, sarebbe una fortuna
se fossero i padroni dei loro pensieri.

Olimpia

Olimpia è arrivata a casa con uovo enorme, azzurro e chiazzato di marrone. – Non startene lì impalato aiutami!- Lo prendo pesa una decina di chili. – Amore era nel giardino dei vicini, non ho resistito nemmeno stavolta, con questo fanno tre uova in quindici giorni.
-Olimpia sono stufo di covarli, li covo con il terrore che possa uscire uno pterodattilo – Posiamo l’uovo accanto agli altri sul nido di coperte a quadretti al centro del letto, sono uova così spesse che ti puoi adagiare sopra con tutto il corpo.
– Continuamo a covarli è questione di giorni.- Sussurra Olimpia camminando a carponi sul letto fino al cannocchiale che abbiamo posto su un treppiede, ogni tanto spostiamo un po’ la tenda della finestra e mentre coviamo assieme, osserviamo la strana famiglia che abita nella palazzina davanti alla nostra.
– Amore il marito è nell’orto, si sta grattando la testa, impreca, non fa ridere?- Olimpia sorride, la bacio, ho le uova tra le gambe le sto scaldando con le mani, le lascio per posarle sui suoi seni, per un attimo immagino di scaldare due uova di struzzo dipinte, le stringo un po’ e per fortuna non si rompono.
-Secondo me dobbiamo riportargliele prima che nascano dei mostri pigolanti, sempre che pigolino, forse azzannano – Olimpia si gira, sbuffa, si sistema a pancia in giù sopra le mie gambe per covare assieme a me.
Accarezzo la sua schiena illuminata da un raggio di sole.
-Però è bello stare così, provo un senso di famiglia- Dice. Le chiedo se posso alzarmi per preparare un caffè, ma lei mi afferra per un braccio.
-Rimani qui, facciamo l’amore. Sono quindi giorni che non lo facciamo.
-Ti ho già detto che mi inibisce fare l’amore sopra alle uova, mi sembra una specie di incesto, spostiamoci sul tavolo.
-Lo sai che non possiamo farle raffreddare, senti io rimango a pancia in giù, mi prendo la responsabilità. Coprimi.
-Ma si dice ancora coprimi per fare l’amore? Mia nonna diceva così per i conigli.
-Non lo so, ma è bello. Coprimi.
Io lo sapevo che facevo un casino, nella foga ho bucato un uovo, ho fatto finta di nulla perché la cosa stava andando a gonfie vele, prima di dirglielo ci siamo anche girati di schiena e abbiamo fumato una sigaretta.
-Amore si è rotto, l’ho penetrato per sbaglio.
-Sei sicuro che si sia rotto?
– Si, e di brutto, ho paura di guardare.-
Olimpia afferra l’uovo bucato, ci infila dentro due dita e tira fuori una catenina d’oro . Lo svuotiamo. Sembra roba rubata. Refurtiva nascosta.
-Meglio così, sembrano fatti di terracotta… guarda sono dipinte, forse voleva nasconderle sotto terra.- Dico. Cerchiamo di rompere anche le altre prendendole a pugni e a testate, ma sono dure come cocchi.
-Ma come hai fatto a bucarlo con il cazzo?-
-Non lo so, ci sarà un punto più fragile, una linguetta – Le rompiamo facendole cadere a terra ; quindici orologi di marca, e gioielli per una ventina di chili d’oro e diamanti.
– Questa è la sorpresa più bella che potesse capitarci. Qui ci esce una casa nuova !- Ma lei mi guarda come se non capissi, si mette a piangere, ci abbracciamo, si sarebbe presa cura di un mostro, l’avrebbe trattato come un figlio, non ero così ingenuo prima di amarla, ci sarei arrivato subito, non avrei pensato a cuccioli di draghi. Lei piange ed io sono confuso, sono triste e mi viene da ridere. Penso che sia l’unica persona al mondo in grado di amarmi.

l’universo diventa una carta da parati

Le carezze aprono paesaggi .Quanto sentimento in un palmo di mano o sul viso o dove vuoi tu ; non diresti che i sentimenti migrano nel corpo quando una mano o un bacio fanno risvegliano il bambino che dorme dentro di te.
Certe carezze arrivano così profonde da andarmi a cercare negli anni 80, tra quelle tappezzerie fatte di cerchi caldi e fumosi. Quando il fumo dei tuoi genitori non era un pericolo ma una nebbia famigliare, che sembrava facesse bene. Moira ha carezze fatte di cerchi, i suoi sono abbracci di proboscide, e faccio di tutto perché i miei siano altrettanto solenni, abbracci da gorilla, (che i gorilla quando abbracciano non scherzano ti proteggono dalla foresta) , abbracci di sacco a pelo leggeri di velo. Moira è fatta di cerchi di ogni tipo , in quelli di fuoco ci si tuffano dentro il tempo e le tigri, quando bacio il suo corpo, la terra ci gira attorno come un hula hoop, e anche i colli di bottiglia sembrano labbra da baciare. A volte tutta la sua essenza è un cerchio caldo che stringe il mio dito, nel cerchio che dilata le pupille , quanto si può entrare, in un cerchio che si fa amore. Moira è cerchi d’acqua e cerchi di vento, quando plano sulle sue rotule, ed è gonfia di nuvole ,spariamo nei sospiri come i cerchi di pioggia in uno stagno. Quando è cerchi di terra annulla la distanza tra i suoi capezzoli e le natiche, la mia pancia e il nostro naso di sbieco, l’universo diventa una carta da parati con una nebbia che sembra che faccia bene in queste pieghe di anima e vene.

una mongolfiera d’amore

Ho una mongolfiera d’amore
un rotondo di mare, una palla di bitume
un timido sole che diventa estate
quando mi offri un gioco da cieco.
E faccio finta di non guardare,
a volte sono un uomo con braccia da cornacchia
posso solo volare e fare cadere le tue parole
come noci sui tetti delle case.
E faccio finta di non toccare,
mentre ti mangio le parole
le tolgo dai gusci
come gherigli , germogli di luce
e faccio finta di non vedere
la tua bellezza in controluce.
Gli abbracci e le finestre, ci salvano dal freddo
Una lampadina in una casa illumina il mondo

Pareti di crine

-Elisa, Insomma non mi convince!
– Come non ti convince? Sono mesi che ne discutiamo, fino a ieri dicevi che una stanza da letto tappezzata con setole di cinghiale era il top dell’erotismo, e ora dici che fa “scuro”, santo di quel priapo, c’abbiamo speso cinquemila euro.
-E che non credevo mi prendesse questa sorta di rimorso di coscienza, a me quei peli sembrano ancora caldi, anzi mi sembra che continuino a crescere non ho chiuso occhio. Sentivo i grugniti.
-Allora vedi di fartela piacere perché abbiamo rinunciato alle vacanze per questa tua cagata!
-Amore non ho detto che è una cagata! Devo solo farci l’abitudine. Prova ad appoggiarti di schiena.
-Così?
-Si va molto ..molto meglio, sarà che il tuo corpo nudo che affiora da tutti questi peli di crine…sembri così selvatica…
-Mi pungono la schiena come uno zerbino, non schiacciarmi, lasciamo perdere, guarda sono tutta irritata.
-Ricopriamoli con un telo, come un’opera di christo, dei teli rosa.
– No senti, io torno da mia madre.
-Come sarebbe che torni da tua madre?
– Ho bisogno di una pausa di riflessione.
-Non puoi lasciarmi qui con tutta questa selva di cinghiali, Elisa, ti giuro che se rimani mangerò seitan tutti i giorni e ti prometto che in questa casa non entrerà più nemmeno un prodotto con olio di palma.
-E’ troppo tardi Wilscot, quando ti bacio sento la sofferenza di ciò che mangi, non te l’ho mai detto. E non è una questione di tempo, sei pieno di sofferenza, sei sofferenza pura, sei un cinico e stronzo.
– Ok, Elisa così può andare, poi tu esci dalla porta e io mi metto a piangere appoggiato alla parete di setole ok? E la telecamera sfoca in echi di pianto e grugniti, quelli presi da pig dei “Pink Floyd” in loop.
-Però non schiacciarmi troppo sugli zerbini guarda qui mi hanno graffiato una natica.
– Perfetto, ora preparo la tisana al biancospino e arrivo…ti amo…
-Anche io Wilscot.

Tra me e Feliciana l’eloquio non è mai esistito

Tra me e Feliciana l’eloquio non è mai esistito, non abbiamo mai parlato sono dieci anni che non abbiamo bisogno di dirci nulla, lei mi precede rispondendomi a suo modo mentre apro la bocca e così faccio io con lei. I nostri discorsi si limitano ad abbozzi di vocali, strozzate da un gesto d’amore. Ci prendiamo alle spalle simulando tanti tipi di vento, dalla brezza di collina al vento del deserto. E ci spostiamo come foglie nei mulinelli inghiottite dall’acqua, ci ritroviamo al fondo dei nostri piedi. I suoi seni mi parlano con decine di profumi diversi, se al mattino profumano di camomilla continuamo a sonnecchiare fino a tardi, Feliciana annusa la mia fame di lei sul mio collo ed io la sua sul suo, quando ha tanta fame di me profuma di fieno appena raccolto e polvere bagnata. A volte andiamo per intuizione, tanto anche se sbagliamo ci capiamo, le sue mani mi fermano o mi chiamano. O mi legano alle sue, quando il tempo è brutto e se abbiamo paura ci distraiamo con leggeri morsichi, e ci respiriamo con gli occhi, ci siamo sempre riusciti a non farci rapire dal nulla, dal vuoto della tragedia che raffredda i piedi. Stiamo registrando un cd di musica cacofonica a casa nostra, fatto con i suoni dei nostri corpi, battiti di mani, pernacchie e fischi e poi tante risa. Però mi piace sentire la sua voce quando parla al cellulare, e a volte la chiamo con l’anonimo per sentire la sua : -Chi è?…Ma chi sei?…Ci conosciamo?…ouuuu…mavaff…- E sono sicuro che le telefonate anonime che ricevo sono le sue, perché sta ad ascoltarmi mentre leggo qualsiasi cosa che ho sottomano, soprattutto pubblicità di quotidiani. Siamo in sintonia, se a mezzogiorno agita una scatola di fusilli, ed io faccio uno schiocco di dita vanno bene i fusilli, se fa due schiocchi di dita lei preparo io il pranzo, perché nel silenzio noi stiamo bene, parlano le vene azzurre i tepori della pelle il nostro sudore. Quando le sue ascelle odorano di oceano atlantico, danziamo la nostra musica senza accendere la luce, se odorano di corteccia di ciliegio io mi arrampico tra le sua braccia come una scimmia e lei mi stringe come un albero che abbraccia tutte le sue foglie.

città in fiamme nella notte

-Quando sono stanco ricomincio a pensare alle fiamme, precisamente a città in fiamme nella notte, senza persone dentro senza alcun dolore, una città di fantasmi interiori, fatta di tutto quello che è fatta una città. Devo aver confinato la rabbia in questo perimetro urbano segreto che mi circonda quando la stanchezza confina con il delirio.
-Una specie di inferno pop, una rapsodia di congetture che in altri modi non potresti esprimere senza diventare pazzo o deprimerti in un angolo buio?- Risponde Brinza senza fare una grinza ma anzi rollandosi del tabacco.
-Anche il paradiso potrebbe prendere fuoco non credi? Assieme a tutte le copie di 50 sfumature di grigio del mondo.
-Senti prendi uno smartphone a random , sintonizzati su youporn e fai quello che meglio si fare nella vita…le PIPPE!- Ribatte Brinza, allungando le gambe sul sedile del bus.
-Oi ma questa stronzeria improvvisa l’hai dentro di tuo ? ti è congenita? È il contraltare alla tua bellezza? Perché se è così ti stai autodistruggendo!
Brinza non mi risponde. L’amore ha due strade, quella che porta alla città in fiamme e quella che ti incendia , la differenza è che nella prima ci finiscono gli odori prima ancora di odorarli e decifrarli e le emozioni prima ancora di essere raffinate in qualcosa che emozioni.
-Ma dai scherzavo! Piuttosto continua a fare quello che stavi facendo .
-Quello che stavo facendo in questa fantasia?
– si continua, senza raccontarlo a nessuno.
-Non c’è nessuno che ci ascolta Brinza, tranne questi frammenti di retroscena, mille occhi che non hanno voce e odore, vanno e vengono li senti?
-Io sento solo quello che mi fai sentire, vuoi della cioccolata? Barrette Kinder, ne ho una confezione piena.- Prendo la spatola, aggiungo una tonalità di rosa al suo viso, poi la aggiusto con le dita, sto rovinando qualcosa di perfetto, temo che se modificassi ancora qualcosa del suo corpo Brinza ritornerebbe ad essere solo un quadro. La afferro per le caviglie la tiro fuori dalla tela, come un parto podalico, la prendo in braccio e la adagio sul letto.
-Perché lo hai fatto? Ora non sono né un quadro né una persona!-
-Tu sei una persona come tutte le altre! La tua pelle, i sentimenti non li senti? Ti riempirò io di linfa.
-Ma che cazzo dici? Guardami!- Brinza si preme i bulbi oculari con due dita, li affonda nel grumo di colore del cranio , e poi si torce il viso si distorce la bocca , fino a non riuscire più ad emettere nessun suono. Prendo del bianco di titanio spremo il tubetto direttamente nelle due fossette degli occhi e poi il nero pupilla, a spatolate le riaggiusto la bocca. Le do un bacio, e lei mi abbraccia, il suo collo profuma di tremetina.
-Ho bisogno di emozioni per sopravvivere.- Prendo tutti i quadri che ho in casa, per farglieli assorbire direttamente dalla tela, Brinza si nutre e poi mi ridà le tele bianche.
-Ti porterò nei musei, assorbirai ogni quadro che ti piace, ci sono donne bellissime in certi quadri.-
-Ma io ho bisogno di emozioni, non di quadri- Brinza mi abbraccia ancora più forte, sono sporco di colore ad olio fresco, la bacio sprofondando nel suo volto, le palpo il culo si disperde nella mia mano ma poi si riforma, si sta facendo donna, aggiustando i miei errori di proporzione, un flebile profumo di saliva, ciglia che si formano e capelli che crescono. Ora in lei qualcosa pulsa, il suo colore sta diventando pelle ed organi. Le sue mani si allungano nei miei capelli, senza sporcare, i suoi piedi freddi cercano calore tra mie gambe, ed una felicità strana nuda, senza olio di lino, asciutta, sopra il mio corpo il peso di una donna intera.
-Riposiamo ora, laviamoci domani- Sussurro mentre in lontananza una intera città in fiamme diventa pioggia, l’odore della sua mano che mi accarezza il volto, una pioggia estiva.