Month: aprile 2015

Discrepanze

Sei dentro un cavallo di ceramica azzurra a grandezza naturale,
mi segue sul prato, nella stanza, ci scrivo frasi sopra.
Quella storia era la nostra,
ti ho persa in un filo d’inchiostro
nella fila di qualche supermercato,
e così bacio questo cavallo fittizio,
lo monto, dorme sul mio letto
e dormire con questa cosa è scomodissimo,
Si è mangiato i nostri cieli azzurri questo cazzo di cavallo
è sereno, non parla mai, non discute, non tira i calci
non geme, non suda, non starnutisce.
C’è qualche discrepanza, tra la fredda ceramica e la tua pancia,
tra i suoi zoccoli e le tue unghie smaltate,
non riesco ad abbracciare tutta questa solitudine azzurra,
voglio un amore variabile ,baci con piogge grigie
una pelle che deumidifica
voce nel verbo traspirare,
la resa dell’aria respirata in due
la confidenza con l’impaccio
sarà sublime nei tuoi occhi
lontano da questo cavallo di ghiaccio

Rose

In certe serate così mi sento un pochino solo, mi prende il solito odio-rassegnazione nello stomaco, lo devo fermare, devo scrivere più che leggere, devo distruggere qualcosa a parole o costruirlo più forte, vorrei divertirmi. Scrivere poesie è come cagare dalla bocca, nella solitudine, una urgenza a volte non voluta, ho delle tribù nello stomaco, non i fermenti lattici. Questa premessa è per parlare delle rose, le bellissime rose sono spietate, le rose umane confondono , prendono in prestito le parole dei poeti, le condividono, una tenerezza infinita scorre senza profumo ; “O tenerezza umana dove sei? Forse solo nei libri?” Scriveva Izet Sarajlic’, ma è la poesia stessa che non trova mai terra, muore nei sabato sera davanti a calici di birre trappista, alle musichette , al tam tam, non attecchisce davvero, scorre come diarrea nei social, nelle applicazioni, nelle serate dedicate alla poesia. Non attecchisce davvero. Le rose senza profumo sono la vera pornografia, il vero insulto alla vita. Ricordo la prima volta che trovai un giornalino porno, lo aveva nascosto mio padre, ed io ero un bambino troppo curioso. Quei cazzi che entravano nei culi e nelle bocche degli adulti, mi avevano creato un piccolo stupore, pensavo che gli adulti si cagassero in bocca, pensavo che i cazzi turgidi fossero stronzi che uscivano dai culi ed entravano nelle bocche, non sapevo ancora leggere, avevo cinque anni ed amavo i fiori, al mio compleanno la mia vicina mi regalò delle rose gialle, provai una felicità interna luminosa, portavo i capelli lunghi, giocavo con le bambole, la cosa che più amavo erano i fiori e le piante, scoprii il sesso a nove anni, con il suo odore, una mia vicina poco più grande di me si faceva annusare sotto il letto , l’odore del sesso era diverso da tutto, le pagine di quelle riviste pornografiche trovarono un senso, il sesso è una voragine primitiva non ha un odore delicato , tutte le tessere tornarono al loro posto, imparai ad essere un cane bambino, ad amare gli odori più strani, come l’odore dell’urina nei sottopassaggi che portavano al mare. In campagna pisciavo in fondo al giardino, sopra un barile arrugginito pieno di ferraglia, il cesso d’altronde era un buco da cui uscivano moschini neri, avevo bisogno di segnare il territorio. La campagna era una enorme paese, e le emozioni si manifestavano in certe zone a secondo delle culture, anche la campagna aveva il suo sesso. Il culo era nei fossati, nella terra umida, la figa dei campi cambiava forma a seconda della stagione, in estate era il mais in cui mi addentravo per masturbarmi, ferendomi con le foglie che tagliavano come foglie di carta ruvida, i peli della figa spuntavano dalle pannocchie di mais, biondi freschi, ed il suo latte era nelle pannocchie stesse, le piante di mais erano ragazze, destinate a diventare donne e poi anziane e poi solo desolazione, nell’arco di due mesi, forse la pannocchia è anche un simbolo fallico, io le vedevo come seni con la figa incorporata, il cazzo lo mettevo io. E quello era soltanto l’inizio.

il gelato sulle mani

La pace delle barchette ormeggiate,
da qualche parte cullate
dove il celeste sul legno vissuto
s’intuisce anche di notte come una madre.
Intanto qui il cantiere della metro,
è fermo da anni sul sottopassaggio,
ed il sud più vicino è la gelateria sul corso.
Come api in cerca di una cella di miele,
anziani gocciolano come bambini
il gelato sulle mani
questo cadere di fiori
è un’altro nome di festa che svanisce
e si prepara a far l’amore
su un passato di parole.

fare l’amore con il presepe

-Facciamo la stessa cosa di ieri sera con i castelli di sabbia sul letto?
-Amore ma la sabbia è finita, è rimasta solo la torba dei gerani!
-Meglio, viene bello compatto, e prendi anche una statuetta del presepio, ma un’altra prendi il calzolaio, la mettiamo in cima, come un guardone di merda che ci osserva mentre lo facciamo, prendi anche due o tre pecorelle.
-E dopo facciamo lo schiaccia castelli?
-No questa sera voglio demolirli durante, voglio sentire quella collinetta di torba sfaldarsi sotto la nostra pelle, facciamone tre di castelli.
-Ok, e tu fai la principessa che cerchi di proteggerli ai miei assalti, preferisci che sfondo la fortezza con la testa d’ariete o con la magia di Merlino?
-Con la testa di cazzo, sfondali a cazzate, cazzami.
-Ma che hai mangiato?
-E’ la primavera amore, vai a prendere la torba e il calzolaio, lo facciamo impazzire, lo metto tra le tette, e voglio le pecorelle tra i capelli… prova a belare…
-Beeee… beeeee …mbé?
-Lascia stare meglio che belo io, io belo e tu cazzi. Anzi proviamo a belare assieme , tipo fra martino campanaro belato, tu parti dopo.
-Io sono già confuso e non credo che ci sia abbastanza torba per tre castelli.
-Chiedi alla vicina no? O mettici i fondi del caffè.
– Ma perché nei sexy shop non vendono già i castelli fatti con la giusta consistenza…io non capisco.
-Perché non hanno la fantasia, ma ti ricordi quando con la conchiglia hai fatto il paguro e abbiamo messo Chopin come sottofondo, ed io mi ero addobbata di coralli di cartapesta..
-Che ridere, soprattutto perché la conchiglia era della vicina.
-Avremo fatto l’amore con una ventina di cose che c’ha imprestato Tommasa, è il nostro sexy shop, una signora di 85 anni, che assurdo.
-Ora che ci penso anche il presepio è della vicina…
-Ok è vero , glielo daremo a natale, ora stiamo abbracciati, mi è passata la voglia
-siamo troppo prolissi, troppo prosaici…un abbraccio è narrativa o poesia?
-Dipende da quanto dura, vieni diamoci un abbraccio da guerra e pace e fanculo al presepe.
foto titolo. Davvero vuoi baciarmi anche se ho l’herpes? -disegno su dossier

bacio a doppia penetrazione

-Sai che io riesco a trapanare con i baci? Ti hanno mai dato un bacio a doppia penetrazione?
-Come scusa?
-I miei baci tirano giù i calcinacci vuoi provare?
-Ma sei scemo?
-Ho visto che ti annoiavi così ho chiesto , non c’è nulla di male a chiedere.
-Senti io non voglio nulla.
-Ho imparato queste tecniche da un baciatore professionale, ho fatto uno stage nel Wisconsin, Tom Cadeo conosci?
-Cadeo… non è quello che vende i materassi?
– Ma no! Praticamente le persone comuni baciano in una sola prospettiva, paragonate all’arte sono ancora ferme al rinascimento, io invece ho imparato a baciare in quattro dimensioni contemporaneamente, in surround, c’ho messo dieci anni per imparare, su manichini con bocche in silicone. Vuoi provare?
-Non mi sembra il caso, ora smettila o faccio partire lo stalking
-Vabè tieni questo è il mio biglietto da visita, vedi c’è scritto professore in baciologia.
-Ah! ora c’è pure la laurea in baci, ascoltami. Piantala.
-Ma non ti piacciono i baci?
-Io bacio solo chi amo.
-Dopo i miei baci mi ameresti, senti ti do solo un bacio sulla mano, poi mi dici.
-Dammi sto bacio sulla mano e poi non mi cagare più il cazzo.
-Ecco, ti è piaciuto?
-Come hai fatto?
-Ti ho dato un bacio ad effetto, a rilascio lento, li stai sentendo dentro vero?
-Si e non posso dire che sia una cosa spiacevole, sei un figlio di puttana però
-Scusami, ora vado…
-Nel senso buono dicevo.
-Vuoi provare quello a reazione a catena?
-Si
-Però te lo devo dare sul collo
-Va bene proviamo
-Guarda mi è venuta la pelle d’oca sopra la pelle d’oca, non mi era mai capitata una sensazione così…
-Ora devo andare bellezza
-Dammi ancora un altro bacio due portano male
-Se te ne do un altro ti innamori.
-Correrò questo rischio.

Bisognerebbe lasciare parlare le cellule

Contemporaneo, cosa vuol dire? Tra vent’anni quello che è contemporaneo adesso sarà obsoleto, come lo sono le cose che erano contemporanee trent’anni fa. La cosa più moderna che posso ricercare è la purezza che non hanno ancora setacciato, anche se hanno fatto una razzia, almeno della purezza convenzionale , è rimasta un pò di purezza sporca, forse solo quella, che sta sotto il sesso, sotto la morte, sotto la vita, sotto o sopra fa lo stesso, ma mai nel suo centro, se la sono sbranata tutta. Non c’è niente di più antico del contemporaneo, il sentimento supererà sempre ogni oggetto o coadiuvante, e prima della parola le emozioni, la chimica delle cellule, non ride e non piange, emana, è. Anche l’ironia è un filtro, il grottesco, la bellezza, lo schifo, quindi solo lo spirituale può spiegare la carne, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, ma senza nessuna fede o retorica e nemmeno troppa mente. Quando ci si mette troppa mente esce fuori una visione celebrolesa. Bisognerebbe lasciare parlare le cellule, forse si ammalerebbero di meno.

La ragazza wifi

Donatella per una sorta di intrecci filosofici (che all’interno del suo corpo creano velature di collant sottilissimi) , filtra e rimanda segnali esterni, li decodifica, è come un modem. In pratica il mio cellulare vicino a lei mi segnala una rete disponibile senza password, ne ho fatto uso per un pò quando l’aspettavo mimetizzandomi sotto a uno degli alberelli di corbezzoli di Via Berthollet. Il mio cellulare mi segnala Donatella nel raggio di cento metri. Ora quando vedo una tacca so che è nei paraggi e anche se non la conosco di persona sto meglio. Non so se si chiama Donatella, è un nome fittizio per una ragazza che sembra nutrita da falde acquifere profonde, magari è stupida, però dà quell’impressione di compattezza leggera che hanno certe piante, che non sai come facciano a fiorire sopra l’asfalto e dove vadano a prenderlo il miele tra il pietrisco sotterraneo confinante con le fondamenta dei palazzi marci. Ecco lei sembra che abbia radici simili, che siano immerse in quella falda segreta,lascia profumi di schiusa, non esagerati, di boccioli, la sua pelle da vicino dovrebbe odorare di carta lieve, che cambia con la pioggia, odore che andrebbe letto invece che annusato, perché parte delle sue forme ordinate e sinuose ; probabilmente si spreme nelle curve, come quando schiacci la buccia di un bergamotto. Mi chiedo perché si lascia così free? Non lo sa che possono usufruirne tutti? E se fa da specchio a tutte queste informazioni, figuriamoci per le emozioni, ripeto forse è stupida, ma quando è nei paraggi ti lascia proprio qualcosa dentro. Quando mi passava davanti era come se tirasse fuori da me un filo di lana dalla tana dei miei ricordi più soffici e remoti, lo tirasse a se, sembrava capisse e tirasse migliaia di fili , come uno zucchero filato invisibile ,ed abbelliva i palazzi perché elargiva una sorta di educazione al bello. Così tutto il brutto, ed era molto, rimaneva per qualche minuto come un dente devitalizzato, rincoglioniva la bruttezza, cadeva a pezzi dai palazzi che sputavano cornicioni d’acciaio, motorini arrugginiti, musica inascoltabile e busti in gesso di santi Kitsch.
Una volta cadde per la strada perfino uno scheletro completo, si ruppe con il rumore di grossi cubetti di ghiaccio. Dal sottosuolo invece esplodevano tubature, e sull’asfalto si creavano bubboni che a volte scoppiavano creando buchi senza fine. Io vorrei fermarla e dirle che è una potenza, che quando il cielo sopra di lei si piega e come un aspirapolvere risucchia tutto quel nero per ributtarlo in chissà quale altro universo, fa un’opera di bene per tutta la comunità. Ma ci sarà qualcuno che glielo avrà già detto. Si accorgerà di aver fatto svenire interi palazzi no? Palazzi grigi stesi a terra, che si sono rialzati solo con la pioggia, o di aver fatto ricomparire specie di fiori rari o scomparsi da secoli, nati spontaneamente nei prati della sua zona, sono venuti specialisti da ogni parte della terra, a studiare l’orchidea fantasma, o il Cosmos del cioccolato spuntati a pochi metri da una rotonda. O forse la sua essenza è talmente esclusiva da renderla sola, uno specchio fragile a ogni contatto umano.

Non togliere una lampadina fortunata

Non togliere una lampadina fortunata,
non la svitare se quella luce
è stata morbida assieme ai vostri corpi.
E’ un terzo del vostro amore,
non cambiarla se tiene a bada le ombre dei mobili
le spinge verso il basso.
Se non ci fai caso mentre fuori fa buio
e lei rimane ferma a competere con le stelle.
Imbattibile formichina, la mia lucina.
Ho avuto luci non buone,
l’odore dei fuochi d’artificio
erano diventati feste di polvere da sparo
e tu non eri fiorita con il tuo manto di ninfea bianca
in questa stanza,
non era buona per il tuo profumo di pesca.
Tutto s’accorda in fretta,
in queste strane angolazioni che creano le luci delle case
non so più se era la luce o eri tu
che creava la bassa marea prima della notte
e uno sbruffo di vento e salsedine
che avevi voglia di mettere ordine .

L’alligatore

Non so se mi crea più nervosismo l’alligatore di trecento chili fermo come un bronzo sul letto matrimoniale o il 33 giri di Orietta Berti che gira sul grammofono ; serve come coadiuvante alla pazienza della bestia . Nuvola si è rimessa l’accappatoio, abbiamo già fatto alcuni scatti ma sono mossi, l’ammaestratore di alligatori dice che è tutto a posto, accarezza la testa al dinosauro, dice che ha mangiato così tante galline da essere a posto per un mese. E poi Orietta lo ha mandato in stato catatonico. – E come se fosse in coma, non vi preoccupate.- Rauca con sicurezza.
-Amore, cerca di stare ferma, dieci secondi, il tempo dello scatto.- Sussurro guardando Piero, l’ammaestratore .Ma la sua parrucca blu si è storta e mi fa mettere in dubbio le sua professionalità. Non si capisce bene la sua età, la parte della testa scoperta dalla parrucca sembra di pergamena. Forse è solo un pazzo.
-La fai facile tu. Ho avuto meno paura quando ti sei improvvisato lanciatore di coltelli.- Dice Nuvola.
-Si ma erano coltelli di plastica, e poi questa Idea è stata tua, sto cazzo di coccodrillo sta girando come un tassametro…a quanto siamo arrivati?- Chiedo all’affittatore di alligatori.- E’ passata un’altra mezzora, siamo a millecinquecento euro. Ma non preoccupatevi a questo punto facciamo un forfait.-
-Bene allora facciamoci una pausa, prendiamo un caffè.- Dico, spegnendo i riflettori puntati sul letto. Le pupille dell’alligatore si restringono, mi si rizzano i peli, fino a quel momento mi sembrava di plastica, i riflettori devono avere riscaldato il suo sangue freddo.
-Amore mi dispiace non ci riesco- Non obbietto, la capisco, anzi ne sono felice, guardo Piero, faccio spallucce. Lui si gratta la parrucca poi se ne esce con :
– Se serve per salvare capra e cavoli mi metto io sul letto, non sarà la stessa cosa ma almeno avrai uno scatto surreale per la tua prossima mostra! – Gli dico che va bene, e lui si spoglia davanti a me e Nuvola come se nulla fosse, ha cicatrici che sembrano saldature su tutto il corpo, il pene sembra mozzato, ma non voglio indagare, Nuvola si gira, le accarezzo la fronte.
-Alla faccia del “è innocuo come un chiwawa!”- Sbotto .
-C’è voluto tempo per capire che le galline non bastavano, che ci voleva Orietta Berti, segreti del mestiere, Ma Golia mi dà da vivere, ha fatto tanti film sapete? – Ce la conta per mezz’ora, fino a quando si sistema nudo accanto al suo animale, accendo i riflettori, Nuvola si mette dietro a me, mi abbraccia la vita, rimetto dall’inizio il 33 giri ma s’inceppa su “un giorno disse il grillo alla formica…” un loop, che mi fa fissare gli occhi del rettile, sembra che stia aprendo la bocca, ma forse è solo una illusione, cerco di fare uno scatto decente, mi tremano le mani,verranno scatti commossi, Piero si gira sul fianco, abbraccia Golia, faccio una raffica di scatti, Golia apre la falangi e con la leggerezza di due bacchette di bamboo, affonda i denti sulla testa di Piero
.- Non vi preoccupate è il suo modo di dimostrarmi affetto, ho la calotta cranica in titanio, sono le sue carezze- Io e Nuvola siamo pietrificate dall’orrore, faccio un ok con il dito. – Hai fatto lo scatto? – Non riesco a rispondergli. Poi l’inevitabile, Golia con due sole mosse meticolose, afferra Piero come un rametto e se lo ingoia. Nuvola corre in cucina gridando, mentre la risata di Piero echeggia da dentro la pancia. –Ma sei proprio cattivone…non si preoccupi, lo ha fatto altre volte, tra qualche istante mi sputerà. È il suo modo di dimostrarmi affetto. Guardi i suoi occhi stanno piangendo vero? –
– Senta io chiamo la protezione civile!-
-No non faccia nulla, aspetti…ecco…- Golia apre la bocca rigettando a terra Piero, tutto itero.- Si rialza.
-Vi ha fatto impressione? Mi scusi…signorina è tutto apposto!- Urla. E poi infila l’enorme museruola all’animale e l’imbracatura sulla quale c’è la sede per il grammofono. Nuvola è ancora chiusa in cucina, con i vestiti di Piero. L’alligatore si tuffa dal letto con un tonfo, Trascina Piero fino alla porta, lo spingo fuori nudo, la richiudo tirando calci al codone ancora mezzo dentro. Sento urlare, saranno i vicini. Nuvola sta piangendo sul tavolo.
-Ti giuro amore, mai più! Nemmeno una tartaruga!- Dice. Prendo un pennarello indelebile, cancello le spunte sul calendario dell’ammaestratore di draghi di komodo, quello di leoni, di cani della prateria.
-Basta foto! nemmeno quella con i conigli nani!- Aggiungo.
-I conigli nani si, devo appendere qualche foto bella al bar Fagiano, se no che foto facciamo? – Mi sussurra la mia nuvoletta dolce con gli occhi rossi. Si è già ripresa, mentre ci baciamo immagino la faccia del mio psicologo quando gli racconterò la cosa.

hashtag

Gli hashtag sono deleteri,
con questo coso # seguito da una parola
spii l’istante di migliaia di circostanze.
Un cosino piccolo così, era il passepartout
l’occhio degli dei, il focus delle stelle
là c’è profumo e chiasso, è l’ora del mondo
entri in stanze infinite
non puoi fare altro che arrenderti
a questa specie di croce.
Occhio non vedeva , occhio non duoleva
Se non fosse stato per quegli # seguiti da parole
e la curiosità è una donna che sfugge
e si fa coda e gatto, e donna di altri
e poi birra e poi ti arrendi
all’evidenza di una corsa sfrenata
al tuo cavallo zoppo,
al tutto sospeso nel nulla.