Licia la sciamana

Licia fa un lavoro strano, la sciamana, ha vissuto nella Taiga dell’ Alaska per un anno con un vecchio sciamano professionista di nome Barrok che a vederlo in foto sembra sempre ubriaco. Prima di conoscerla per me “sciamano” era solo un tipo di differenziale per biciclette. Dice che il mio animale Totem è il poni, il suo è l’aquila. La prima volta che sono andato a casa sua, ha voluto leggermi l’aura, mi ha fatto sedere su un tappetino fatto di foglie di lauro, e poi ha preso un grande tamburo e ha cominciato a percuoterlo per entrare in risonanza con il mio corpo. –Dentro di te hai un nido di corvi, tra il pancreas e duodeno…- Mi ha fatto uno spiegone, ma il succo del discorso era che doveva scacciare quei corvacci da dentro di me, allora si è messa il suo vestito di piume sciamanico e ha cominciato a volteggiarmi attorno con le braccia aperte e poi si è tuffata sopra di me facendo dei versi da aquilotta, mi ha sbattuto per terra, e mi ha afferrato la pancia con le mani, sbattendomi le sue ali piumate sulla faccia.– Li ho fatti uscire dal tuo corpo, ora ti senti meglio, vero?-
Sono passate alcune settimane da allora, il suo lavoro su di me sta dando dei frutti, quei corvi se ne vanno per un qualche giorno e poi ritornano, anche stasera ha fatto il rito, ora lei è seduta sul mio bacino, mi sento come una pecora dopo la tosatura, la sua pelle invece è bollente, i capezzoli premono sotto la maglietta bianca. Mi guarda con suoi occhi verdi limpidi come le foglie degli aceri dopo la pioggia.
-Bene allora mi faccio una doccia e dopo mangiamo, ti piacciono i noodle?- Ha buttato quegli spaghetti nella pentola a pressione, si è svestita lasciando le ali sul tavolo. Mentre è sotto la doccia accarezzo quelle piume.- Comunque non abbiamo finito, c’è un grosso lavoro di semantica sulle emozioni da fare su di noi!- Nel frattempo indosso quella protesi di ali, e senza toglierle preparo il tavolo. –Sono il tuo poni volante vero?-
-Certo che lo sei!- Urla. Mi sta insegnando a volare come un piccolo Icaro, anche io ho del lavoro da fare su di lei, quando finiamo di mangiare mi sale in groppa sulla schiena, e cammino a carponi attorno al tavolo, poi mi dirigo verso la finestra , mi abbraccia, mi stringe i calcagni sui fianchi e prendiamo il volo verso la luna, quando arriviamo sulla luna ci distendiamo, lei finge di essere “la zingara addormentata “ di Henri Rosseau, ed io faccio finta di trasformarmi in leone, le bacio il collo, le morsico una spalla, lei fa finta di dormire ma sorride, anche quando prendo le sue gambe e appoggio le sue caviglie sulle mie spalle. Non siamo davvero sulla luna, abitiamo al piano terra di una casa indipendente e siamo sopra un tappeto argentato, facciamo l’amore così, facendo finta di dormire a turno, perché non dobbiamo risvegliare i corvi prima che siano andati via del tutto da dentro di noi, mi guardo attorno, la vera luna rischiara la sua pelle con delicatezza, forse la notte stessa è un grande corvo, ma è ancora primavera e prima delle case c’è un grande prato di grilli, un sogno da cui non vogliamo svegliarci.

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