Month: febbraio 2015

Incartesimi

Io e Flavia ci facciamo gli incartesimi, certi giorni, c’incartiamo su carta da pacchi, come dei pezzi di lonza.
Come se fossimo dei regali sempre nuovi da scartare.
-Incartami come sai fare tu- Mi dice Flavia, vestita solo della penombra della stanza e anche io mi penombro. Abbiamo comprato un pianale da impaccamento,su kijiji ,usato ma funzionale, con lo scotch, la lama tagliacarta, pinzatrice, nastri colorati per i fiocchi, e spugnette bagnadita per francobolli; che sono il punto g della cancelleria.
Ogni volta che la incarto e la nastro, la spacchetto come se fosse la prima volta, lei ride da sotto il pacco,
m’incarto di stupore,a volte faccio finta di rincasare. Poi strappo un pezzo di carta all’altezza della bocca, e lei fa lo stesso con me quando sono impacchettato io, a volte fa lo stesso all’altezza della mi…piace molto spacchettarla lentamente, tipo aprire il nastro solo sul fondoschiena.
-Che bel culatello!- dico, a volte.-Ora ci metto un filo d’olio, rosmarino e t’inforno come una dea al cartoccio.
A volte nella foga, ci spacchettiamo da soli, come francobolli da leccare, ci affranchiamo e ci spediamo dentro di noi.

Devo farmi prato di menta e mosche e uccellini

A volte mi piacerebbe affondare in un prato di menta,
in estate ovviamente.
Menta mosche e uccellini,
un sottofondo che non disturba.
C’è stato un giorno in cui ho fatto così
escludere gli ormoni,
escludere la natura , con la natura.
Questo sottintende che la natura è in grado
di escludere se stessa.
Senza andare a cercare quello che mi manca,
quello per cui non starei bene, se non ci fosse
stronzate che ti fanno perdere manciate di cinquant’anni.
Ho milioni di donne e uomini dentro di me,
che senso ha affannarsi per una parte infinitesimale di sé?
Devo farmi prato di menta e mosche e uccellini,
in un sottofondo che non disturba
fino a quando guarisco da questo essere diventato uomo

miii

Si dovrebbe nascere scheletri,
più o meno tutti uguali,
si dovrebbe nascere solo fatti di ossa.
E poi come una pianta mettere vene, linfa e carne,
ogni primavera, amarsi e accoppiarsi secondo le proprie esigenze
prima di cominciare a perdere i pezzi verso l’autunno.
Contenti di esserci bruciati,
di avere bevuto l’impossibile
di avere dei segni, tanto cadranno anche quelli.
Dormire assieme mischiandoci le ossa,
senza bisogno di mangiare o bere,
nemmeno di respirare.
Aspettare con impazienza l’arrivo di una nuova primavera,
per ricominciare senza porsi limiti, tanto si ridiventa scheletri
e allora vada,
di nuovo la carne, di nuovo i volti, i corpi
rivedersi di nuovo dopo mesi,
più giovani di quanto ci si era visti nella decadenza
avere sempre più forza e saggezza
soltanto nascita e rinascita sempre.

Nafy

Nafy una mia ex di tanti anni fa, amava i cavalli quanto amava me, evidentemente io e i cavalli avevamo caratteristiche in comune; la pazienza o il rotolarci sull’erba medica ad esempio. Cmq Nafy, proveniva da una famiglia ricca, io non potevo permettermi un cavallo personale, e per colmare questo inconveniente accompagnavo le sue trottate verso il bosco , seduto sul carrozzino laterale della sidecar di mio nonno, un residuo bellico della prima guerra mondiale, trainata dalle 100 oche di zia Tonia. Era un gioco di squadra. Sì perché le oche potevo permettermele, mia zia aveva pensato a questa soluzione. Solo che le oche andavano dove le pareva a loro, ed erano terrorizzate dai cavalli, quindi più mi avvicinavo a Nafy e più le oche si agitavano, fino ad essere costrette a decollare, con il carico posteriore (me) annesso. Naturalmente tenevo all’oscuro zia Tonia di questo particolare, ma a Nafy piaceva vedermi salire verso il sole come Apollo per poi planare davanti al boschetto in modo abbastanza brusco. Legavo le mie oche ad un vecchio pioppo bianco e raggiungevo a piedi Nafy, che nel frattempo era scesa al torrente.
-hahaha quando ti alzi verso il sole con quel calesse, assomigli al padre di Pollon- Diceva, con il suo candore da giovane amazzone, quando finalmente raggiungevamo il nostro nascondiglio segreto, una grande pietra in mezzo al fiumiciattolo, sulla quale nei momenti di intimità giocavamo a metterci il burro cacao sulla pelle e luccicavamo di baci fondendoci con i bagliori del torrente. Dopo qualche mese di inculate pazzesche, decisi di fare a meno delle oche,e riuscii farmi regalare da mia zia, un poni arlecchino, piccolo ma dignitoso. E se ora associo l’odore del cavallo al rumore del fiume, mi viene in mente una pietra sempre più levigata ai nostri corpi, e sempre più donna, ed i nostri gemiti che cadevano nel fiume come le foglie, seguiti da un silenzio abbracciato e sempre più muto.

Il meglio

Un vestito , sopra un corpo
Uno spazio sopra il tessuto.
A volte penso che
ho mandato in buca il meglio che avevo da dare.
Il meglio che avevo da farti vedere.
E a calciobalilla sono pure scarso,
potrei stare in difesa fissa.
Dai movimenti dei polsi si possono dedurre molte cose;
vorrei una birra media sul bordo del gioco,
una sigaretta che comincia a bruciare il legno
e un posto a noi segreto dove scoparci con amore.
Presente nelle nostre intenzioni, ma ancora a noi celato,
in una stanza scaldata di aliti

Carnevale

Elsina per carnevale si era comprata un costume da tigrotta, l’aveva nascosto sotto i suoi abiti, avevo aperto il suo armadio per mancanza olfattiva , la respiravo dai suoi vestiti in quei pomeriggi in cui era assente per lavoro.
Era il primo carnevale che passavamo assieme,dopo una lunga convivenza di quindici giorni, e per non farmi prendere alla sprovvista, cercai un costume da cerbiatto, con l’intenzione di coglierla di sorpresa ed offrirmi a lei in un pasto simbolico di baci. Ma trovai in affitto solo il costume di una antilope vera con corna annesse, direttamente dal museo delle scienze naturali,alla modica cifra di poche migliaia di euro.
Durante i suoi turni pomeridiani, provavo e riprovavo il costume. Non ero affatto credibile come antilope, con le braccia da gorilla.
Ma i giorni del carnevale passarono, ed il suo costume da tigrotta sparì dall’armadio. Ed il mio entusiasmo svanì in una depressione africana. “Puttana” pensai. Ma poi cercai di razionalizzare, non riuscendoci.
-Amore ma che hai?- Continuava a ripetermi Elsina , vedendomi assente. Passavo i pomeriggi ad annusare i suoi vestiti in cerca di molecole estranee, quelle del suo amante. Osservavo le sue unghie rosicchiate, fantasticavo su come le affondasse nella sua pelle, mentre accarezzavo le corna dell’antilope nascosta sotto il letto, mi ero pure scordato di riportarla al museo.
-Non mi chiedi nemmeno com’è andato il lavoro. Boh sei strano!- Disse, mentre continuava a mangiare la bistecca di seitan come nulla fosse.
– Com’ è andato al lavoro? Ti sei divertita? L’ho capito sai?- Risposi ,pronto ad incassare una freccia che mi avrebbe trapassato lo stomaco.
-Che stai dicendo? Mi sono stancata di promuovere quei dannatissimi formaggini, pensa che devo indossare la divisa di una tigre per quattro ore, guarda le braccia, mi è venuta l’irritazione, le avranno fatte in Cina.
-Ewwiva!- Gridai tra il pianto e l’euforia, andai di là, indossai il costume e ritornai in cucina zampettando come una gazzella.
-Cazzo fai con quella bestia imbalsamata addosso?-
– Amore stai tranquilla, pensavo che tu avessi un amante. Ho preso questo costume di antilope perché volevo farti una sorpresa! Ecco la tolgo.
-Sceeemo!-
Mi ci volle tutta la notte per spiegarle la faccenda, mentre le spalmavo una crema lenitiva, alle acque termali.
-Comunque sia, sarebbe stata una sorpresa del cazzo a prescindere, perfino un bloccasterzo sarebbe stato più romantico!
-Elsina cerca di capire l’ho fatto per amore-
-Sti cazzi, se lo facevi per amicizia tornavi a casa con un elefante?
Ci volle un mese prima che il nostro rapporto riprendesse a ingranare, fino al giorno di pasqua, quando lei per vendicarsi si mise il costume da colomba che usava per le sue nuove promozioni, e mi aspettò nascosta nel bagno. Mi fece una specie di agguato ed io urlai, ma poi ci fu un abbraccio di piume, e nell’enfasi della passione la spennai. Ed il giorno dopo finalmente si licenziò da quel lavoro di merda.

Dina

Dicono che anche la neve ora sia chimica e nociva, ci sono complotti per tutto. Dina ad esempio abita al settimo piano e davanti al suo palazzo c’è un platano alto nove piani, in cui albergano gli scoiattoli grigi.
–Sono un complotto anche loro, è strano avere paura degli scoiattoli grigi vero?- Dice guardando il platano spoglio fuori dalla finestra. Ed io penso che Dina sia un complotto di forma, di soluzioni insolubili, una di quelle persone che ami o che passano inosservate, per il loro sapore, anche il carattere ha un sapore. Quando andavo all’asilo non sopportavo il sapore dell’ovomaltina, mi sembrava una polvere fatta con i gusci delle uova marce polverizzate. Mi piaceva il nesquik, ne mangiavo a cucchiaiate, ora mi fanno schifo tutte e due. Invece Dina è salutista, e quindi mi prepara il succo di limone biologico con il bicarbonato, dice che alcalinizza il corpo, e che quasi tutto quello che mangiamo lo acidifica. Dina è una ragazza alcalina. Io e lei non ci siamo ancora mischiati, non a livello fisico, la dolcezza si mischia bene quasi in tutti i corpi, ma è così commerciale, acidifica se non la si dosa bene, il carattere di Dina è fatto di curcuma, di cardamomo, zafferano. Dovrei essere un riso basmati per fondermi con lei, e quindi sto facendo questo lavoro alchemico :ripulisco ogni mia cellula dal nesquik, per farla diventare un chicco bianco. A volte mi metto sotto la doccia, immagino l’acqua entrare nella mia pelle, come se avesse dei pori aperti ,come un sacco di juta, in fondo si dice :” ajutati che il ciel ti ajuta” . Ci sono dei pensieri che non sono nemmeno miei, e si aggrappano ai miei pensieri come dei parassiti, così indirizzo il miscelatore direttamente su quei pensieri, ed escono come flussi neri, sono pieno di complotti. “Il riso fa bene” penso, mentre immagino Il nome di dina trasformarsi in DNA, una sequenza di informazioni che prende forma nel tempo e nello spazio, e mentre Dina mi guarda con i suoi occhi azzurri, raccontandomi delle sue precoci trasgressioni, mi sembra che lei non veda tutto lo sporco che c’è in me, che non lo prenda nemmeno in considerazione, sembra che davanti ai suoi occhi non esista, mi assaggerà nella sua bocca, penso, mentre mi racconta con naturalezza di quanto l’amore sia vicino alla violenza, all’impetuosa voglia di mischiarsi e lasciarsi i segni, per non farsi possedere da nessuna altra cosa, tranne che da se stessi.

L’organetto

Anselma suona l’organetto nelle mazurke clandestine, per lei suonare la mazurka è una cosa sacra quindi non ironizzerò, salvo il fatto che l’organetto in questione sono io. Mi suona come un organetto a due bassi “du’botte”. Devo molto a questa sua passione, perché è lei che ha ridato un senso al mio corpo, la coscienza e tutto quello che ci passa dentro. Andò così : un giorno mi si scollò il bacino, si era rotto un perno meccanico nel baricentro, probabilmente nacqui già spezzato e al posto che dal pediatra, i miei genitori mi portarono dal meccanico. Cmq quel giorno le mie gambe rimasero in piedi ed io caddi con il busto e per fortuna passò da lì un liutaio.- Ti aggiusto io, ti porto in bottega, ne ho incollate di persone, un po’ di bostik e morsetti, e domani mattina sei a posto, studiamo qualcosa .- Mi disse, ossevando le mie due parti separate con il piglio sicuro che hanno i vecchi artigiani capaci di rimetterti in piedi con un cuneo di legno e uno sputo di colla. Mi caricò sul retro del furgone, mi dovetti tenere alle gambe per non rotolare.
-Allora ragazzo, se sei d’accordo, al posto di questo perno, ti metterei quell’organetto per mazurke.- Mi indicò una fisarmonica nana appesa con un chiodo al muro.
-Ma non è possibile, il sangue le vene, i nervi, la spina dorsale?!- Dissi con un po’ di panico. Ma lui fece uno sbuffo, come se stessi mettendo in discussione la sua vocazione.
-Mettiamo il mantice al centro, il mantice lega tutto come l’olio, una questione di mantecatura, ti faccio un bel lavoro, meglio di prima sicuramente. E poi quando sei teso, ti fai una suonata e sfiati il dolore, il dolore va sfiatato ragazzo ed il tuo diventerà musica.-
-E vabè, faccia lei!- Dissi, mentre mi adagiò sul piano di lavoro.
– listelli di legno, si , cerniere, ora ti metto la cassa dal lato opposto al tasto…la cassa dei bassi…quella del canto…- Il giorno dopo finì tutto, un mantice tra l’ombelico e l’osso sacro, ed i tasti ai lati, provò a suonarmi, disse che avevo proprio un bel suono. Pagai il dovuto e ritornai a casa.
Dopo qualche mese, misi un annuncio, su bakeca, e ripose lei, Anselma, la suonatrice di organetti. Ci vollero settimane per entrare in confidenza, provammo ogni posizione, e alla fine arrivammo alla conclusione che suonavo meglio da in piedi, per una questione di diaframma, e lei da seduta. La prima mazurka clandestina la facemmo a Varigotti, in una notte di luna piena ed estate, e poi ne seguirono altre. Ed ora questo è il nostro mestiere, la nostra passione, il soffietto ogni tanto sfiata, soprattutto se assumo posizioni non convenzionali, ma è fatto di cartone, e lei mi rammenda, come farebbe un’ape, mastica della carta fino a creare una poltiglia di cellulosa e mi fa delle toppe, non sono certo questi intoppi ad incrinare i nostri rapporti, anche se a volte mi s’incricca la schiena, ma “du’botte e via!” e l’organetto funziona. Non conoscevo questa magia, balli d’altri tempi, che folklore e che amore!

piante epifite

Si scioglie come un amaretto in bocca,
un ricordo altro non è
che semi di un frutto gettati.
L’amore è quello che radica,
ha sempre una radice
visibile o invisibile
una radichetta.
I ricordi sono amore senza appiglio,
fantasmi che sono emozioni
per questo nei ricordi c’è una dimensione
prosperosa a cui il tempo ha tolto la scena.
I ricordi sono una cosa reale che è diventata sogno,
e davanti alla realtà il sogno è maestro, il gigante
forse ne è il vero sole.
Ma dammi un briciolo di realtà,
un appiglio, un amaretto in bocca
una piccola schiusa felice al giorno
perchè
siamo piante epifite
tra i ricordi passati e futuri.