Month: febbraio 2015

la natura nei corpi

La certezza era che in quella stanza una ventina di donne nude stavano arpeggiando qualcosa alla chitarra, sospese su sgabelli in acciaio con seduta bianca, senza spartito e con una maschera di Picasso in faccia. Era un fraseggio classico, forse un preludio di Bach, potevo indovinarne l’età dai seni, due donne di colore, una con la fisionomia di una giapponese. Feci finta di nulla, passai in mezzo a loro per guardare se Dorina aveva lasciato un post-it sul frigo, ma nulla. A volte improvvisava queste installazioni alla Vanessa Beecroft per foto di cui il senso sapeva solo lei e i galleristi per la quale lavorava. Mi sedetti per non disturbare quel loop sinfonico, quando ad un certo punto sentii il rumore di uno scatto fotografico e alzai gli occhi al soffitto. –Dorina ….-Sospirai. Era imbragata al soffitto con ganci da alpinista, l’otturatore della fotocamera si apriva e chiudeva come una grossa pupilla. Fu in quel momento che dal pavimento cominciarono a crescere con una velocità spaventosa, bellissime piante dalle foglie turchesi, si avvilupparono alle ragazze con la stessa velocità che si avvolgevano sul mio corpo, con una stretta leggera si attorcigliarono al collo, prima di fiorire con campanule bianche attorno ai nostri corpi, le piante ci stavano avvolgendo in cerchio, le ragazze con la maschera di Picasso smisero di suonare per fare quello che la natura ci comandava : avvinarci sempre di più, fino a toccarci con imbarazzo e a fonderci assieme con una naturalezza che non ci dette nemmeno il tempo di urlare, le maschere di Picasso caddero, la parte inferiore dei nostri corpi uniti stava dando nutrimento ai nostri stessi fiori, i nostri volti schiacciati costretti a baci da cui sbocciavano campanule bianche, labbra che entravano nelle labbra, pelle ed ossa in una nuova forma, senza dolore. Ebbi il tempo di alzare gli occhi e vedere Dorina che scattava, prima di sentire il nostro profumo con gli occhi.

Nella nostra contemporanea esistenza

Nella nostra contemporanea esistenza
tra selfie, occhiali e wi fi
è ancora antica la strada che porta a te
tra botti odorose e fienili.

L’ubriaca stesura, la ruota del carro
gemiti sgusciati dal tempo
altri dormienti bacelli
verso la tua voce.

Sei in tutti i vinili
nei solchi che collegano
I pontili, e baciandoti
avrei la sensazione
di risalir con te
l’apparato d’un fiore.

Dalla fredda terra alla tenera radichetta
che è stata la tua mano
nel coglierci nel buio.

Risalire per il gambo
fino a quei alti petali
nervature di linfa e trasparenza
al sole offuscato dal nostro polline
aprendo le gambe a foglia
con lieve pallore tutta l innocenza.

Tizzoni aldenti

Che bello sentire l’odore caldo di casa tua già sull’ascensore, aprire la porta e ritrovare un letto di brace viva sul pavimento dell’ingresso. -Butto la pasta amore!- L’ immagine di Alessia si sfoca nel vapore , ha gettato l’acqua e la pasta nel mezzo del crogiolo, cammino al lato della carbonella più tiepida, un campata di fuoco fa riverberare il suo volto mentre la bacio. –Bisogna ancora purificare!- Sottolinea Alessia, mentre osservo dei rigatoni al centro dei tizzoni spenti dall’acqua ma ancora aldenti. Ci sono anche pezzi di fotografie, che non sono bruciate del tutto, sto zitto per non litigare, ma quelle foto riguardavano noi due, fototessere fatte assieme alla stazione, meglio così mi era uscita una faccia da coglione.
-Senti com’è cambiata l’energia com’è più leggera?- Dice mentre corro alla finestra per fare uscire i fumi.
-Leggerissima!- Le rispondo mentre raggiungo il tavolo per cibarmi delle due mele. –
-Per tanta roba che entra, tanta deve bruciare Amore!- Faccio cenno di si con la testa, mentre mastico una mela prima di spogliarmi.
Fa questo rito due volte al mese, uno sicuramente con la luna piena, dice che le mele fanno parte della purificazione, intanto Alessia raccoglie la brace con una paletta di ghisa e la butta nella vasca piena d’acqua, il bagno del Gange lo chiama. –E’ quasi pronto!- Dice mentre sento l’acqua friggere ad ogni aggiunta di brace, io mi sono già tolto le scarpe. Dopo dieci minuti siamo pronti per immergersi assieme, in quella poltiglia grigia. L’acqua è calda come appena uscita da una sorgente sulfurea. –Niente pulisce meglio della cenere!- Dice mentre entriamo nella vasca, c’è qualche rigatone che galleggia nel brodo primordiale, le metto le mani sui fianchi, in controluce il suo corpo svela sempre nuove curve,curve fatte di curve e poi piccoli spazi vuoti e sospesi di felicità resa forma.
-Amore ma questo è un pezzo della paletta della mia stratocaster!- Le sussurro, ma non ho voglia di innervosirmi, poi oggi è davvero meravigliosa.
-Per una cosa che entra, una deve uscire…- Mi sussurra nell’orecchio, mentre ci adagiamo sul fondo della vasca smaltata.
-Ma non ho comprato una chitarra nuova! – Sussurro. Sono un metallo grezzo e lei è pronta a darmi di nuovo una forma, mi conia nella sua impronta. Ci baciamo mentre respiriamo, per ogni cosa che entra una deve uscire, se continuamo così non rimarrà più nessun oggetto, per quella brace che ritrovo dentro di lei, che scioglie il mondo con i suoi capelli, non c’è via d’uscita.

Pluriball

Ci incontravamo alle cinque del pomeriggio sulla sponda meno trafficata del fiume, quella battuta da qualche pescatore improvvisato e da una pista ciclabile ingoiata dall’erba. Con il solo scopo di schiacciare assieme le palline d’aria di un foglio di pluriball. A volte il foglio era più grande , altre piccolo, e da questo dipendeva la durata dei nostri incontri, senza proferirci parola, solo scoppiettii. Ognuno schiacciava il lato opposto della pellicola con piccole pause per osservare il passaggio di qualche canoa o un airone bianco, in quei momenti osservavo il suo collo proteso verso il cielo e mi chiedevo : “ma chi cazzo sei?” e poi riprendevamo con la stessa lentezza del fiume, le nostre mani si avvicinavano fino all’ultima bolla per sfiorarsi appena, questo voleva dire alzarci e andare per due sentieri opposti. La cosa durava in media una mezz’oretta, ma doveva essere fatta bene, temevo che se mi fossi dimenticato una bollicina non scoppiata, non l’avrei più rivista. Conoscevo molto bene le sue mani, le sue unghie mai smaltate ma per questo bellissime, come i suoi vestiti che ogni volta mettevano in risalto qualcosa di lei. Andammo avanti per mesi, ogni giovedì pomeriggio, sfidando anche la pioggia e una accenno di neve. A natale le regalai una scatola di fogli di pluriball, su uno di questi scrissi che potevamo continuare a fare quel gioco in un posto coperto, e le diedi il mio indirizzo. Così continuammo a schiacciare il pluriball a casa mia, senza dirci una parola, solo schiarimenti di voce o sbuffi, o occhiate più ampie verso di lei, o lei verso di me. Ma un giorno mi prese alla sprovvista, si era legata con del nastro adesivo una striscia di pluriball sull’avambraccio sinistro, ed era impossibile scoppiare le bolle su una superficie morbida come la sua pelle, finsi di schiacciare invisibili sfere sulla sua mano, e lei fece lo stesso sulle mie nocche, il nostro sguardo si incrociò più che le altre volte, quello fu solo l’inizio di un immenso gioco di ricomposizione tattile, erano caduti dei semi di ninfea nei nostri stagni.

Sushi

E mi stupisco sempre di quanto sushi una ragazza può mangiare, a me piace il wasabi lo mando giù a pezzi per avere quella sensazione che si ha quando ti va per traverso il mare. Quei pezzi di pesce morbidi come una carezza, come una lingua che dorme; si potessero tagliare con un coltello affilato anche i ricordi che ho ,sarei un cannibale di sentimenti,
disosserei carezze, incastrate nel costato
se i ricordi avessero ossa
e non fossero meduse anche i suoi capelli
in quel 70 per cento di acqua
che al netto del mio peso sono 50 litri.
Una bocca che è corallo, in questo piccolo acquario
mi stupisco sempre di quanta bocca ci può stare
di quanto ci si possa distendere, in divani di parole
e azioni immerse
su una spiaggia, ricordi che si spogliano
nell’impalpabile gesto di guardarsi,
prima della risacca, quanta pelle ci può stare
quante mani riportate al loro posto.
Resiste al filtro il suo odore di buccia gialla
e mi stupisco sempre di quanto odore si può filtrare.

le foto che fai per me

Sorridi in modi diversi
ogni volta
E m’inclini in felicità destre
o sinistre o buie
sbrinanti.
Sorridi in modi molteplici
In un unico sorriso
in quella foto che hai fatto per me
Solo per me
Affinché ne traessi piacere
Al guardarti
Mentre sorride
ogni parte del tuo corpo.
La differenza tra una foto anonima
ed una foto che desidera
I tuoi occhi
La tua bocca
La tua lingua
è che quest’ultima
rompe i vetri
A sassate
Per farti guardare il mare.

Lo sputo

Le sputacchiere quel trionfo di igiene del secolo scorso, sono oggetti estinti, come i pitali in ceramica, cose per collezionisti. Oggi si sputa un po’ dappertutto, ok è un reato sputare in certi posti, ma non è ammazzare, e pur sempre solo sputare. La saliva di Greta è una medicina rara. In fondo anche il cielo ci sputa e ci fa bene.
Questa è la storia di Greta la ragazza che sputa sopra ogni cosa per guarirla. Se sei terra asciutta, ti ricrea con uno sputo, ti plasma come la creta.
Se stai un po’ più male occorrono due sputi, se stai messo malissimo devi farti sputare un giorno intero.
Greta si era accorta di questo suo particolare dono, sputando addosso al suo fidanzato a cui piaceva farsi sputare, lo guarì da una depressione mascherata da spiderman. Per la precisione divenne euforico, infatti lasciò Greta con un ottimismo sconfinato.
-Ti lascio Greta! Perchè mi hai reso troppo felice, perdonami!-
Greta pianse molto, perché l’amava, giurò di non sputare ma più addosso ad un amore. Quando conobbe Rossano, tenne questa cosa per sé, dopo una settimana di baci, Rossano le confidò che non aveva più male alla schiena, erano sparite le verruche e anche una serie di malattie veneree; disgustata dalla cosa fu Greta a lasciarlo.
Greta incominciò a farsi due domande. –Sarà la mia saliva?- E ponendosi questo interrogativo, si umettò la punta del dito con un po’ di saliva e con questa toccò una formica morta, questa riprese a muovere le zampette.
-Non devo baciare più in bocca chi amo o scapperà via da me… – Pensò -…oppure scappero io…- Ma le cose da fare senza saliva erano davvero troppe. Così per un anno si eclissò all’amore, ma fece risorgere tante formiche, anche un passero, una volta resuscitò un anziano caduto per strada , le sputò in faccia per guarirlo subito, e poi scappò dalla vergogna tra le invettive ingiuriose dei passanti che si trasformarono in stupore. Un cieco sotto i portici sentì la punta di un dito umido sopra i suoi occhi e dalla nebbia apparve il sorriso di Greta, ma lei svanì mentre il cieco gridava al miracolo. Faceva queste piccole cose, e ritornava a casa a baciare la solitudine per farla brillare in uno sciame argentato di fantasia, a creare lucciole sputando nella notte. Infatti la sua città venne soprannominata “la città delle lucciole”, e si cominciò a parlare dei poteri di una donna sconosciuta. Ma di Greta si persero le tracce. Si dice che ora stia con un uomo molto più grande di lei, che con lei lui abbia ritrovato le forze, si dice abbiano una casa con un giardino immenso di azalee  e tanti animali, in qualche parte del mondo.

prendi questa mano zingara….

Prendi questa mano, zingara
e questo braccio e questo corpo.
Portami a fare zingarate,
baciamoci davanti ad un falò di pneumatici,
andiamo a rubare i baci ai supermercati,
agli innamorati, ai cornuti, ai ricchi. Facciamo razzie.
Sono un gitano anch’io,
ho carovane di pensieri e sogni
che quando li devo accampare
devo farlo in campi per nomadi.
Abbiamo spettacoli ambulanti dentro,
genti da circo, danze nel ventre
non riesco mai a riposare bene
dentro di me c’è sempre una festa o un funerale
ma bisogna rendere visibile il banale
ed emarginare questa tradizione di sognare.