Piume

Io e Joelle c’eravamo inventati questo lavoro di attaccare le piume colorate sulle uova svuotate dal loro contenuto, antropomorfizzandole con una testolina , gambine e braccine fatte con il fimo, a volte la testolina doveva avere le fattezze del cliente, lei era bravissima a modellare facce da culo in scala da presepio, riusciva persino a dargli un’anima, io modellavo gli arti. Stavano entrando un po’ di soldi ma il mio colesterolo era alle stelle.
-Tesoro inforno le patate con le uova , hai preparato il vassoio con le braccia e le teste ? – Arrivano! Avevo risposto a Joelle, con le mani impiastricciate di piume porporine e colla. Le piume arrivavano da Singapore, le ordinavamo a sacchi su Amazon, trattate con colori naturali, il porpora fatto con una specie di grosso acaro polverizzato.
-Ecco qui amore, oggi ne abbiamo fatte una ventina, se continua così dovremo assumere un bracciante.- Avevo detto bracciante, nel senso di qualcuno che facesse le braccine al posto mio.
Anche Joelle aveva preso un po’ di peso, ci abbracciammo in mezzo a quelle cataste di uova già imballate dentro alle loro scatole piene di patatine di polistirolo, e altre in fase di lavorazione, in quel monolocale vi era solo una stradina libera che partiva dall’entrata e si ramificava verso il letto e il bagno. Per mangiare andavamo sul letto, perché il tavolo era pieno di colla piume e piccoli bisturi per la lavorazione del fimo. Così mangiammo sul letto , stava arrivando la primavera era fine febbraio, sul materasso erano incastonate piume e colla, ormai ce n’erano diversi strati di tutti i colori, e quella sera la luce del tramonto trafisse le piume più profonde, una prova tangibile del nostro amore stratificato come gli anni negli alberi in quei mesi di convivenza. Finito di mangiare, dopo un bacio ad occhi chiusi, Joelle si girò di schiena, presi il contenitore di vinavil, e incominciai a tracciare cerchi di colla sulla sua schiena, presi dal sacco le piume porporine, le attaccai una per una, poi lei fece lo stesso con me, per prepararci al “Volo del Condor”.
-Stasera voliamo sulla cordigliera delle Ande?- Sussurrai a lavoro quasi completato.
-Preferisco i Caraibi- Rispose aprendo le braccia.
-Ma sui Caraibi ci siamo già andati l’altro ieri.-
-Lo so ma è stato bello. Specialmente il tuffo del cormorano- Disse. Eravamo così, preferivamo stare soli , non dare spiegazioni a nessuno, immaginare il nostro corpo come un pianeta, e poi planare verso un continente, o in pieno oceano, arrivare fino ai villaggi più remoti, a volte del tutto inventati; ad esempio una sera immaginai i suoi seni come vulcani e lei trovò nella mia foresta un piccolo pigmeo. Eravamo pronti per un altro viaggio che avrebbe lasciato sul letto l’impronta di nuovi cerchi dispersi nella frittata del tempo.

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