Pluriball

Ci incontravamo alle cinque del pomeriggio sulla sponda meno trafficata del fiume, quella battuta da qualche pescatore improvvisato e da una pista ciclabile ingoiata dall’erba. Con il solo scopo di schiacciare assieme le palline d’aria di un foglio di pluriball. A volte il foglio era più grande , altre piccolo, e da questo dipendeva la durata dei nostri incontri, senza proferirci parola, solo scoppiettii. Ognuno schiacciava il lato opposto della pellicola con piccole pause per osservare il passaggio di qualche canoa o un airone bianco, in quei momenti osservavo il suo collo proteso verso il cielo e mi chiedevo : “ma chi cazzo sei?” e poi riprendevamo con la stessa lentezza del fiume, le nostre mani si avvicinavano fino all’ultima bolla per sfiorarsi appena, questo voleva dire alzarci e andare per due sentieri opposti. La cosa durava in media una mezz’oretta, ma doveva essere fatta bene, temevo che se mi fossi dimenticato una bollicina non scoppiata, non l’avrei più rivista. Conoscevo molto bene le sue mani, le sue unghie mai smaltate ma per questo bellissime, come i suoi vestiti che ogni volta mettevano in risalto qualcosa di lei. Andammo avanti per mesi, ogni giovedì pomeriggio, sfidando anche la pioggia e una accenno di neve. A natale le regalai una scatola di fogli di pluriball, su uno di questi scrissi che potevamo continuare a fare quel gioco in un posto coperto, e le diedi il mio indirizzo. Così continuammo a schiacciare il pluriball a casa mia, senza dirci una parola, solo schiarimenti di voce o sbuffi, o occhiate più ampie verso di lei, o lei verso di me. Ma un giorno mi prese alla sprovvista, si era legata con del nastro adesivo una striscia di pluriball sull’avambraccio sinistro, ed era impossibile scoppiare le bolle su una superficie morbida come la sua pelle, finsi di schiacciare invisibili sfere sulla sua mano, e lei fece lo stesso sulle mie nocche, il nostro sguardo si incrociò più che le altre volte, quello fu solo l’inizio di un immenso gioco di ricomposizione tattile, erano caduti dei semi di ninfea nei nostri stagni.

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