la carpa

Fassone l’ha pescata davvero, la carpa si dimena al sole, l’ha appena tirata su.-L’ho presa!- Urla da lontano. Io e Vomero dopo un attimo di esitazione riprendiamo a fare girare i pedali ed arriviamo davanti alla carpa.-E’ proprio lei, almeno venti chili.- Dice soddisfatto Fassone. Vomero cerca qualcosa nelle tasche della giacca, è un pomeriggio di Settembre ma fa freddo, io guardo la carpa boccheggiare, è a specchio,dove non ha le squame argentate ha la pelle gialla, quasi arancione, vicino alle pinne è quasi rossa.-L’ho fatta sfinire per tre ore, era l’unico modo per non fare spezzare la lenza, l’ho tirata su con le braccia- Dice Fassone, con le braccia ancora bagnate e i pantaloncini corti, una canotta, le scarpe slacciate. Si sente l’odore del mais, provenirgli dalle mani. Ha pasturato così tanto che il latte del mais gli si è seccato sulle mani. La carpa ha il segno rosso dell’amo proprio sotto il baffo. Vomero trova l’accendino, fa subito una boccata di fumo. Le faraone cantano dentro il capannone, hanno cantato per tutta l’estate quella loro cantilena simile a una ruota cigolante, a sentire le loro voci sembra che dentro a quel capannone ci siano mille ruote di bici che ruotano attorno ad un perno arrugginito. –La dividiamo, ce nè da fare in carpione qui!- Dice Fassone passandosi una mano sulla fronte arrugata, ha rughe tristi, sorride tra le rughe tristi, Io e Vomero ci guardiamo, abbiamo ancora la pancia piena dei panini alla nutella fatti da sua madre, ci siamo messi a pedalare per venire fino a qui e provare una specie di fionda. Una parte della casa di Fassone è completamente abbandonata, e al posto dei vetri ha messo dei sacchi vuoti di mangime, volevamo tirare fiondate addosso a quei sacchi.- Non so se a mio padre piace- Dice Vomero con la sua faccia rotonda e pallida da secchione, nonostante l’intera estate passata in bici. A me quella carpa comincia a farmi pena, si è girata nell’erba con un colpo di coda, e ora ci fissa con l’altro occhio. Sorrido, guardo lo stagno verde, è un’acqua talmente densa di pioggia che sembra una gelatina alla menta immobile. –Eh ma ce ne stanno ancora tante, devo pescarle tutte prima dell’autunno, e poi butto la calce, voglio metterci le tinche- Borbotta fassone, mentre sua moglie Pamela, una ragazza di colore che ha sposato due anni prima, esce dalla casa correndo verso di noi. Non parla molto, si limita a guardare quella carpa assieme a noi. Intanto una ventata fresca smuove le robinie dall’altra parte dello stagno e ne fa cadere le foglie gialle, si posano sull’acqua senza affondare. Fassone mi guarda, poi si abbassa e cerca di afferrare quell’enorme pesce, io e Vomero cerchiamo di aiutarlo, ma poi ci limitiamo ad accarezzarla tra le sue braccia, Pamela dice che ci vuole un secchio e corre dentro casa, ritorna con una tinozza di plastica blu. Fassone tiene la carpa tra le braccia come un figlio, e cristonando per l’ernia fa ricadere la carpa nella tinozza. E così Vomero prende una maniglia e Fassone l’altra e andiamo sul retro della casa. –Ma quanto resiste una carpa fuori dall’acqua?- Domanda Vomero. Fassone non risponde, e si dirige al pozzo a lavarsi le mani, mette anche la testa sotto l’acqua. Pamela fa una smorfia con la faccia.- Non mi piacciono le carpe, sanno di terra- Dice indicando la terra con un dito, Io e Vomero ne avevamo sentite tante su loro due, Fassone non ha mai avuto molti amici, e da quando si era sposato in comune, non era nemmeno più andato in paese, dicevano cose che a noi sembravano assurde, come la storia dei figli tenuti nascosti in una stanza della vecchia casa. Ma a guadarla Pamela sembrava davvero soltanto timida e bella, poco più grande di noi, vent’anni, Fassone doveva averne quasi settanta. Per quello raccontavano tutte quelle storie. –Pamela vai a prendere il coltello- Ordina gentilmente Fassone, e lei corre in casa ed esce fuori con il coltello. Lo lascia cadere per terra.-Ma che fai? Bisogna aprirgli la pancia prima che muoia- Cigola Fassone abbassandosi per riprendere il coltello, poi si inginocchia, punta la lama al centro della pancia della Carpa, io Vomero e Pamela giriamo la testa, si sente come il rumore dello zip che si inceppa, mi giro, gli ha già tirato fuori le viscere, e la carpa continua a boccheggiare, la mano di Fassone tira fuori dalla pancia della carpa tutto il contenuto. Io e Vomero osserviamo la cosa impotenti, Pamela rimane ferma su un fianco, guarda i campi lontani, le brillano gli occhi, io e Vomero ci guardiamo, ci domandiamo nella testa la stessa cosa. “Ma come fa a dormire con un brutto vecchio così?”, per i soldi dicevano alcuni, perché aspetta che muoia per prendersi la casa , dicevano altri, ma a noi sembrava assurdo, e da un a parte non ce ne fregava molto, avevamo ancora quattordici anni, ed una fionda nuova. L’odore delle viscere della carpa ci aveva fatto ritorcere in naso, osservavo quel pesce che continuava a boccheggiare, con un senso di sconfitta che permeava qualcosa di molto più ampio, ormai la cosa era compiuta, e Fassone sembrava compiaciuto di questo, si raddrizzò a fatica e sorrise in modo gelido.- Pamela, guarda che non sa di terra, ci mettiamo tanto sale lo mangiavi il pesce al tuo paese no? – Lei lo guarda, poi ritorna a guardare l’orizzonte oltre i campi coltivati, si attorciglia la collanina d’oro attorno al dito, non avevo mai visto la sua fede nuziale così da vicino e nemmeno i suoi occhi lucidi e tutto il resto. Vomero dice che deve andare a casa, e pure io, Fassone non fa un grinza, corriamo verso le nostre biciclette e poi pedaliamo veloci verso la strada sterrata che porta allo stradone nero appena asfaltato, ci salutiamo alla svelta, e io pedalo verso casa mia, per fortuna è abbastanza lontana, oltre i campi, a cena dirò che ho visto Pamela da vicino, e che l’ho vista piangere, perché sembravano proprio lacrime, anche se non erano scese. E poi nel silenzio della notte, penserò a una mano liscia e profumata dentro a una grossa mano secca che si inumidisce spremendo qualche parte del suo corpo. Ed al sapore di terra in bocca.

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