L’opera concettuale

Quella volta all’incontro al buio si presentò un’opera concettuale, un assemblaggio di chitarre e oggetti di uso comune, aveva gli occhi disegnati su un lavandino,  due scope per gambe, ho preso la sua mano (Una paletta fender telecaster )  abbiamo passeggiato per Via Garibaldi, su e giù, senza dire una parola, ogni tanto si fermava, le mettevo a posto una molla o un tirante e poi continuavamo a camminare. Le ho avvolto il braccio nel ruotino di vespa, che era la sua vita, un tamburello come culo, che non mi sono osato di sfiorare. Comunque le corde delle chitarre del suo corpo erano tutte tese, ci siamo seduti alla panchina e l’ho accordata, l’ho baciata su un angolo della porcellana del suo viso lavandino, ho giocato un po’ con le maniglie dell’acqua, i suoi occhi disegnati guardavano dritto. Un pezzo di sifone scendeva giù mezzo arrugginito e si perdeva tra scatole vuote di sardine.
-Hai sete? – Le ho chiesto. Poi ho pensato come cazzo può aver sete?
Abbiamo ricominciato a camminare, ci siamo anche fermati a guardare le vetrine, poi ho preso coraggio e le ho detto:
-Senti, siamo troppo diversi…troppo…capisci?
Mentre dicevo questo avevo la paletta della sua mano nella mia era calda, mi sono sentito una merda, le ho dato un bacino e sono scappato via, prima di girare ho visto quel bianco lavandino in mezzo alle altre teste, la sono andata a prendere, tanto a casa ho già tanto di quel casino che un lavandino in più o uno in meno…

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