La donna fatta di lampadine

Ester era una donna fatta di lampadine, quando la conobbi aveva ancora lampadine a incandescenza, sulla sua pelle di vetro vibravano fili di tungsteno, più che un colpo di fulmine fu il suo sguardo da abat jour,caldo morbido, valvolare, mentre leggeva sonnacchiosa, un fumetto nell’angolo più nascosto di un bar.
Aveva scelto con cura le lampadine nel suo corpo, erano accostate così bene, che sembrava ci fossero piccole vene, viso rotondo e zigomi alti, quasi orientale, piccole lampadine che si usavano a natale, per le orecchie, le altre doveva averle fatte sagomare talmente erano perfette, se non fosse stato per la sua trasparenza non ci avresti fatto caso, e poi il trucco come ogni donna, rossetto, sopracciglia armoniche, smalto nero, le mani affusolate illuminate da filamenti arancioni disegnavano piccoli voli. Aveva una parrucca castana, ma all’inizio mi sembravano veri, ed un vestito lungo di maglina nero e bianco. Così mi presentai, lei sorrise con i denti fatti da piccole lampadine bianche ma con l’incisivo un po’ sporco di rossetto, mi disse di essere stanca perché aveva lavorato tutta la notte, come ragazza immagine, in una specie di discoteca.
-Mi dicono cosa devo fare, che vestiti mettermi,come muovermi e come guardare il pubblico, a volte se sono ubriachi allungano le mani…- Si mette a ridere, sorseggia il tè e continua a spiegarmi.- Non sanno che quando ballo raggiungo i cento gradi, e si ustionano le mani, eppure indosso un cartello, “non toccare”, ballo scalza perché con i trampoli da 17 cm potrei cadere, e fare un macello, ho lampadine rare e costose,che ci vuoi fare, tu invece?
-Io faccio un lavoro normalissimo,- E mentre le stavo a spiegare, pensavo a quando le falene girano attorno alle lampadine, a come dovesse essere fastidioso uscire in una notte d’estate così illuminata, forse si cospargeva di autan, ma adesso profumava di iris,mi colse distratto e mi sfiorò un dito con il suo, un brivido tiepido.
-A cosa stavi pensando?
-A dirti la verità, mi chiedevo se devi rimanere sempre accesa, domande sceme scusa.
Lei mi sussurrò “guarda”, chiuse gli occhi e lentamente si spense.- Vedi? Posso anche rimanere spenta, non per molto ma quel tanto da raffreddarmi e fare quelle cose che fanno tutte le ragazze, la doccia ad esempio, o abbracciare qualcuno senza ustionarlo. O dormire senza incendiare il letto,oppure fare scomparire le falene che mi girano attorno, soprattutto d’estate.
Poi uscimmo da quel bar, passeggiammo mano nella mano come amici, le persone con i loro sguardi erano peggio delle falene, ma doveva esserci abituata, chissà com’era da bambina, se era nata già a forma di lampadina, ma a me fregava niente, poi ad un certo punto la lampadina del suo occhio destro si spense.
-Porca troia, devo andare a casa, prima che si bruci anche l’altra, le lampadine per i miei occhi vengono dalla Germania, costano un botto.
Così l’accompagnai a casa, un piccolo alloggio in affitto all’ultimo piano di un elegante stabile.
-Scusa il disordine.- Disse aprendo la porta. All’entrata un enorme scaffale, pieno di lampadine di ricambio, messe con ordine a seconda della loro grandezza, lei andò nel bagno per sostituirsi l’occhio, io mi accomodai sul divano.
-Accendi la radio se vuoi, fai come se fossi a casa tua! Io ne avrò per un po’!- E così feci, accesi la radio , lei doveva essersi spenta perché aveva aperto la doccia, non avevo notato che la lampada al soffitto era a forma di seno, una terza ad occhio e croce, ed un capezzolo disegnato bene, come farebbe un vetraio di murano, e poi una scrivania piena di libri e parrucche di ogni tipo, un bellissimo tappeto con disegni geometrici, una finestra che dava su una piazza, vestiti riposti un po’ dappertutto, anche delle mutandine normalissime, mi colse un dubbio, se avesse avuto una figa ad incandescenza le mutandine avrebbero avuto bruciature, ma eravamo amici, non dovevano venirmi in mente certe cose.
-Tutto a posto?- Si si! Tutto ok! Risposi.
Così mi accomodai sul divano, la doccia finì il suo scroscio, e lei uscì avvolta da un accappatoio turchese, i suoi piedi scalzi sul parquet lasciarono orme identiche alle orme di ogni ragazza, si sedette di fianco a me, non riuscivo pronunciare parola, mi sudavano le mani, ansia.
-Mi fai un po’ di compagnia?- Sussurrò in modo incantevole,ma io ero rigido, non era facile ecco, mi girai verso di lei, era spenta, sulla lampadina della guancia una goccia d’acqua scese sulle lampadine del collo, la bocca umida, le diedi un bacio sulla guancia, lei teneva gli occhi chiusi, avvolsi un braccio attorno alla sua vita,tiepida liscia, chiusi gli occhi anche io, si tolse l’accappatoio e ci abbracciammo, lei si accese appena, per scaldarmi un po’, con molta tenerezza, quasi come se fossi io quello fragile, da non rompere, la passione può scivolare come il vento sopra la sabbia del deserto, senza fare troppo rumore, e quel che avvenne dopo è un segreto.

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