La ballerina

n un vagone deserto diretto verso Torino, c’era solo lei, una ragazza vestita da ballerina, era tutto in bianco e nero, fuori dai finestrini solo notte buia nella notte. La ballerina era coricata su due sedili al lato opposto, la sua pelle aveva dei bei grigi, un vestitino e scarpine bianche, come le ballerine parigine di Degas, poi con le gambe fece una sforbiciata e puntò il piedi sul finestrino, un enorme pesce rosso uscì dalla notte e si schiantò con la bocca sul quel vetro, ne arrivarono altri e si schiantarono facendo il rumore di palle di neve bagnate scagliate con forza, il finestrino si colorò di squame arancioni e rosse, l’unico colore visibile. Mi cagai sotto. Lei invece si infilò un paio di cuffiette, cominciò a muovere le braccia, poi si alzò fece un salto con battito di gambe in aria, e ritornò nella stessa posizione. Mi fece un inchino, mi guardai indietro, alzai la mano, accennai un sorriso, dissi “ciao”, mi grattai la fronte e guardai il nulla per non avere grattacapi.
-Oja, ho un capogiro.- Disse assumendo una posa plastica, avevo bustine di zucchero di canna rubate al bar della stazione. Mi alzai, lei scivolò sulle mie braccia. Ma si riprese subito. –Vodka, cazz- mi rispose. Era carina però, la luce rossa delle squame si rifletteva sulla sua pelle, con sfumature rosa pastello.
-Prima ti ho vista, fare quella cosa, ma sarà stata una coincidenza.
-Cosa?
-Quel branco di pesci rossi.
-Ne est pas une coïncidence.- Rispose, e vabè, andai a risedermi al mio posto, invece lei fece una piroetta e poggiò le mani sul finestrino, e mannaggia la puttana, un pesce più grande degli altri mandò in frantumi il vetro, ebbi appena il tempo di afferrare le sue caviglie,fummo risucchiati da un vortice di pesci rossi che girando su se stessi ci spinsero fino al buco luminoso altissimo purissimo, ma levissimo un paio di coglioni! Piantai una craniata su quel tombino in ghisa, ed uscimmo sputati in una piazza che non avevo mai visto. Era giorno, faceva caldo, una cerchio di folla colorata che applaudiva ,anche la ballerina aveva cerchi rosa sulle gote che prima non aveva. Mi diede anche un bacio sulla guancia.
-Fai finta di niente, passa con il capello, poi ti spiego.- Sussurrò al mio orecchio, dandomi un sorso di vodka. Raccolsi centoventi euro. Poi andammo a fare pranzo in un bar, eravamo a le Pigalle di Parigi, a me stava anche bene, mi spiegò che era un’artista di strada, riusciva a fare quelle cose lì; prendere le persone da un posto scelto a caso da un bambino cieco e farle uscire dal tombino. Mi propose di lavorare con lei, diventammo amici ,poi qualcosa di più, da quel tombino fece uscire persone incredibili, curai tanti bernoccoli, alcune ritornarono a casa imprecando i loro santi, altre cambiarono vita, Gianni ad esempio, prima faceva il carrozziere, ora fa il ladro, però è felice, vede la vita a colori, ogni tanto regala fiori alla stazione del metrò di “Avron”. Ora non so se questo amore è un trucco, ma finchè la gente batte le mani con tanta meraviglia, beato chi si trova e si ripiglia.

6 comments

  1. Bello, forse! Non sono mai riuscita ad apprezzare la surrealtà. Sono terrena e iporeale ( non so se esiste il termine…). Amo il vero anche mediato, ma in questo non mi trovo. E nemmeno in un altro scritto che ora non ricordo!

  2. Ah sì, la ragazza che piallava il parquet non mi è piaciuto. Scrivi sempre bene, ma questi due brevi racconti non fanno per me. Ma io sono solo una passante che conta per quel che conta un gusto personale!

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