ll buco

Mauro era nato con un buco allo stomaco, un buco vero, al posto dell’ombelico aveva un foro, quando nacque l’ostetrica ci infilò un dito e disse: “ Toh! Un buco con un bambino intorno!”. Mauro crebbe con quel segreto, e quel buco cresceva con lui, i suoi genitori fecero creare un tappo color pelle per l’estate, la piscina, e nessuno dei suoi amici si accorse di nulla per un bel pò. Tranne che Erica la sua vicina, una ragazzina della sua età che non si spaventava per quella stranezza, e a volte si abbracciavano ed Erica faceva passare il braccio in quel foro e l’abbracciava a suo modo, in modo da stringerlo di più. Mauro aveva dentro di se uno scrigno, una bolla d’aria che lo teneva sospeso nell’acqua, a volte dentro il suo marsupio infilava Fulvio, il suo criceto, le piaceva sentire il calore di quell’animaletto che durante le lezioni dormiva scaldandogli il pancino, ma un giorno Mauro si mise a ridere perchè Fulvio si grattò con le zampette, e la maestra Vacconi lo rimproverò.
-Mauro, vieni alla lavagna e scrivi cento volte, “non devo ridere durante la lezione”-
Mauro si alzò, ma non riusciva a frenare il riso, e le sue risa contagiose fecero ridere tutta la classe, la maestra sibilò con la sua bocca stretta :“Vuoi fare ridere anche me?”
-Mi viene da ridere, non so perché!- Rispose Mauro dando alcuni colpetti al tappo. Quel rumore sordo incuriosì la maestra Vacconi.
-Cosa nascondi sotto la maglietta?- Mauro scosse la testa, la maestra con quel naso grosso come il becco di un corvo albino e gli occhi piccoli come una talpa,si inginocchiò e alzò la maglietta, prese il pomello a forma di ombelico, lo stappò e Fulvio fece un salto sulla sua faccia, quella stronza urlò come un topo amplificato da un Marshall, Mauro stacco Fulvio dalla sua faccia, e corse a casa piangendo per la mortificazione.
Quel pomeriggio venne a trovarlo Erica, Mauro le raccontò tutto.
-Bene, dobbiamo escogitare un piano.- Disse Erica abbracciandolo come non aveva fatto mai. –Quando saremo grandi ci vendicheremo.
Gli anni passarono cancellati dai giorni, come i disegni sulla lavagna di quell’omino con il buco in pancia, addolciti dalle lettere d’amore che Erica gli metteva in pancia, per scaldare le solitudini di quelle risa, per il vizio degli uomini di dover scoprire i segreti e portarli fuori dal loro oceano e farli morire al sole come pesci. Erica lo amava sempre di più, riempiva quel foro di petali, vi appoggiava il viso per sentire il rumore del mare, Mauro riempiva il suo vuoto con specchi sempre più grandi per vedere la sua amata specchiarsi in lui, ed accarezzarle i capelli, a volte infilava un piccolo jambè, per danzare con lei sopra il tappeto rosso della sua stanza, battendosi la pancia. Ma un giorno comprò una lente enorme, era della dimensione giusta per il suo scopo, andò in collina con il motorino, salì sopra il muretto con il sole di mezzogiorno che gli scaldava la schiena, la sua scuola era come un mostro tra i palazzi, si tolse la maglietta, un fascio di luce passò dalla lente, facendosi sottile, rimandando i bagliori dei riflessi delle grondaie, per un attimo pensò davvero di incendiare quella scuola, se da quella nuvola non fosse uscito un temporale, trasformando quel raggio di luce in un arcobaleno. Lo prese come un segnale, andò da Erica, quel giorno si diedero qualcosa di più dei baci, e si accorse che quel vuoto nello stomaco, era la cosa che lo riempiva di più al mondo, la migliore vendetta che il cielo potesse pensare.

4 comments

  1. Questo racconto un po’ surreale ha un finale tenero, ma non è esattamente nelle mie corde. Ma… ci sono due errori, uno già non lo ricordo ( forse un accento o un apostrofo … ) e l’altro è un maschile/femminile tra il gli e il le . Che fastidiosa zanzara eh ? 🙂

    1. hai ragione..questa cosa ha un finale stucchevole…infatti l’ho postata qui..hahah 🙂 lo sto usando per mettere appunti. QUesta cosa di gli e le lo faccio sovente, porcaccia la miseria. Maschile e femminile..che confusine.. :*

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