La casa con i dreadlock

La casa con i dreadlock

La casa con i dreadlock, era in fondo a via Gatti, circondata da un muretto a secco e con un cancello arrugginito legato da una grossa catena. Il camino sbuffava cerchi di fumo così densi che quando ricadevano sulla strada venivano utilizzati dai ragazzini per farci l’ hula hoop. In questa casa abitavano le gemelle Ridaro, che di rasta non avevano nulla, due aristocratiche signore che da tempo avevano smesso di frequentare persone, per dedicarsi esclusivamente alla passione di coltivare rose . Si diceva che ingentilissero quei grossi dread con petali bianchi per fare alleggerire le paure del mondo . Così la loro cassetta della posta era colma di lettere, in cui le persone scrivevano le loro paure in tutte le lingue,con la speranza di farle scomparire.
Un giorno Paco scrisse su un foglio la sua più grande paura e con la bici corse davanti a quel cancello. Appena la imbucò si mise a piovere, rimase ad osservare quei cilindri di capelli castani, e l’impalpabile vapore che emanavano sotto la pioggia. Non si accorse che una delle due signore, aveva messo sopra la sua testa il suo ombrello. Si girò e vide i suoi occhi sorridenti sorgere da un abito fucsia, e un cappello di paglia.
-Ragazzino, vuoi prenderti una polmonite?- Disse la signora mentre con l’altra mano teneva una busta di pane.
Paco si presentò dicendole che anche lui aveva una paura grande, la signora disse di chiamarsi Vera, aprì il portone e lo fece entrare. Il cortile era un tripudio petali bianchi con al centro un antico cannone puntato verso il tetto.
– Le rose le mettiamo dentro al cannone assieme alle lettere- Disse la signora spingendo con uno stantuffo la posta appena arrivata. E poi urlando verso le finestre blu, disse :“Chica prepara una tisana abbiamo un ospite!”.
L’interno della casa era pieno di fasci di capelli che spuntavano dal pavimento imbucandosi nel soffitto. La sorella Chica era alle prese con un grande pettine, Paco aprì la bocca dallo stupore nel vedere aggrappato a una di queste “liane” un bradipo dorato.
-Lui si chiama Oppilein, i suoi peli sono d’oro vero, campiamo con quelli!- Disse Chica sorridendo con i suoi occhialini tondi e una vestaglia di seta nera. Poi aggiunse:-Questa casa dovrebbe avere i capelli lisci, facciamo di tutto per sciogliere ogni nodo, ma s’infeltriscono sotto il sole, sono diventati ingestibili, non abbiamo più le forze per salire sul tetto e fare una rasatura completa.-
-E da dove nascono tutti questi capelli?- Sussurrò Paco accarezzando il bradipo che dallo spavento fece cadere una pepita d’oro a terra. Paco se la mise in tasca senza farsi vedere.
– In realtà questa casa è la testa di un gigante, è a lui che affidiamo le paure delle persone, ogni tanto le spariamo con il cannone sopra i suoi capelli, ma ci vuole giusta dose di nitrato di potassio, carbone di legna e cacca di bradipo dorato.- Disse Chica.
-Ma Oppilein ultimante è stitico, guarda.- Vera prese un sacchettino con piccole pepite d’oro. -Questa è quello che Oppilein produce in un anno.- Paco si sentì in colpa per avere rubato una cosa così preziosa.

Dopo la tisana le sorelle prepararono la miscela di polvere pirica, e si avviarono con Paco verso il cannone.
-Un po’ di polvere nera e una pepita…vedi…così…-Poi le sorelle andarono in casa a cercare una miccia e Paco gettò la pepita dentro il foro del cannone.
Il botto fu così forte che scagliò quell’immenso parruccone nel cielo e il tetto rimase calvo, lucido come la luna.
-Colpa dei petali troppo umidi.- Dissero le sorelle. Mentre la casa aprì due fessure ai lati, erano due occhi enormi, occhi di ragazza. A Paco parve un sogno vedere quella testa stirarsi, e tirare fuori le spalle, poi le mani, e poi alzarsi in piedi nuda. Prese la bici e scappò via, girandosi ogni tanto per vedere quella ragazza con la testa fra le nuvole, la vide ancora alzare le braccia al cielo. Poi entrò nel portone giurando che non avrebbe mai più avuto paura di un’interrogazione.

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