Laura e il barista

“Scusa mi porti un altro caffè d’orzo?” Laura è ancora con la mano alzata, il cameriere intercetta la sua richiesta, fa “ok” con il pollice. “Allora ti dicevo …” Laura mi racconta del suo ex stronzo, che aveva la casa piena di cactus, e a me non mi frega nulla. Arriva l’orzo, ed in un rallenty l’ascella pezzata del barista copre una nuvola di passaggio, ed i capelli biondi di Laura iniziano a svolazzare nel vento compiendo evoluzioni iridescenti, il braccio del cameriere si stacca e fluttua nell’aria. “Ti dicevo no…” Le parole di Laura escono dalla sua bocca e ricadono sul tavolino, prendo un “Figliodiputtana” e lo mangio intero, come uno spaghetto, mi avvicino alla sua bocca la bacio, non s’accorge di nulla, il braccio peloso e unto del barista mi ricade sulla testa, lo prendo e glielo lancio, lui mi fa “Ok” con l’altro braccio sano. Il tavolino diventa una parola astratta sull’asfalto, e noi cadiamo a terra sulla parola “sedia”, Laura continua a parlare del suo ex, non s’accorge di nulla, la parola “cielo” scoppia come un palloncino bucato, e nel cielo rimane una nuvola bianca nel nero stellato. Torna il sonoro, “Quindi ecco sono un po’ confusa, secondo te che devo fare?” Le case diventano parole e spariscono , gli oggetti delle case rimangono sospesi nell’aria assieme alle persone che continuano a fare le loro cose, prendo la mano di Laura, faccio finta di saperla leggere, mentre la terra diventa solo una parola e siamo sospesi tra le galassie. Cammino a quattro zampe fino alle sue gambe le abbraccio, arriva un cane sospeso nello spazio e abbaia e i suoi “bau bau” sono pietre che cadono nelle stelle in basso. Laura continua a parlare, stiamo fluttuando nell’universo, è sparito tutto tranne noi e il braccio del cameriere che arriva con lo scontrino. “Ma si può essere così stronzi?” dice Laura alzando la voce, mentre ci teniamo per mano viaggiando alla velocità della luce, diretti in un buco nero. “Comunque mi stai ascoltando? È da cinque ore che ti parlo e tu non mi stai cagando.” Stiamo entrando nel buco nero, stringo forte la sua mano. “Verba volant, scripta manent” dice il barista improvvisamente riapparso . E tutto ricompare all’istante, e Laura fa un sorriso al barista, “OOh finalmente uno che mi ascolta!” Dice, ed io mi sento un deficiente perché ho perduto il portafogli nell’universo, ma il barista apre le braccia con un :”Fa niente!”, mi alzo e lui si siede al mio posto, li lascio parlare, se non era per quelle sue parole manco me ne andavo a cagare.

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