Il grande uccello

Mia zia Cesca, abitava in campagna e trattava davvero bene i suoi animali, nonostante i suoi centoquattordici anni riusciva a fare tutto da sola. Classe 1900, una Singer fatta donna. Un giorno mi invitò nella sua cascina a fare due parole. Mentre sorseggiavo il suo infuso di malva, dalla finestrella che dava sui campi il sole andava e veniva velocemente anche se non avevo visto nuvole.
Dopo un po’ tirò fuori le foto della sua nuova bestiola. -Questo è Gianni, un pavone reale, che bell’uccello, guarda tè che gioia.- E mi spiegò che aveva covato con il suo corpo quell’uovo regalatole da Armando (Un vecchio arzillo sempre a petto nudo anche d’inverno, con pezzi della seconda guerra mondiale nelle ossa, allevatore di pavoni , rane toro, e ragazze finlandesi). Le foto del pavone erano tenerissime, un pulcino marroncino che dormiva su un centrino, e poi il suo beccuccio che prendeva il cibo direttamente dalla bocca di zia, e un’altra dove era un po’ più grandicello in cui dormiva con le zampette all’aria nella conca di un pannolone .-Che gioia!-Le dissi, abituato alle sue stranezze. Il suo volto s’ illuminò con mille sorrisi fatti di rughe.
-L’ho allevato a mano sai? Cresciuto con cose sane; torrone, lardo di Colonnata, e tanto latte intero mischiato a orzo e vitamine, tutto masticato fine fine con le mie gengive.
Sorrisi, la demenza senile le faceva fare associazioni strane, d’altronde aveva attaccato la sua dentiera alla sua foto appesa al muro, e la solitudine aveva fatto il resto.
-Per fortuna è una maschio, quando apre la coda e fa la parata di piume… aaah c’è da svenire di meraviglia, ma è di un vanitoso! S’è mangiato tutte le galline sai? Ora crede che i campi attorno sono sui, penso anche che quel cavallino che non trovano più nel maneggio… hanno solo da mettere steccati più alti !
-Hahaha! Zia il cavallino è troppo forte, come ti fanno a venire in mente ste cose? Ma le prendi le medicine? Comunque mi fai vedere Gianni?
– Le medicine per cosa? Come si chiama …la Pet Terapia, cura tutto, l’ho letto su vanity fair, Giannino ha sei mesi, pensa che ingenuo, ogni sera quando il sole diventa simile ad un uovo, lui gli corre incontro dando beccate nell’aria, lo vorrebbe mangiare. Ma vieni andiamo fuori, così lo vedi anche tu.
Uscimmo nel cortile , mi guardai intorno, l’erba era diventata un manto di piume blu, avevo visto dei cigni bianchi bellissimi sul lago maggiore, ma non perdevano così tante piume, forse era colpa di quella merda che gli dava da mangiare, me lo immaginai malato e spennato, poverino.
-Gianniiii…vieni che c’è la pappa…- E d’un tratto un’ombra si proiettò davanti a me, oscurando con un fascio scuro quello che era rimasto di un campo di mais. “A volte le ombre fanno strani scherzi.” Pensai. Poi un tonfo.
– Bravo piccolo, stai seduto che ora Andrea ti fa tante care.- Mi girai di scatto, pronto ad accarezzare quella creatura e mi trovai davanti un monolite piumato blu cobalto , rimasi immobile, quella cosa alzò le piume iridescenti, paralizzandomi dal terrore, non riescivo a spostare lo sguardo, dalle fronte e dalle mani mi scesero perline di grandine, balbettai qualcosa con le labbra che tremavano. Zia Cesca mi prese la mano e l’affondò tra le piume. – Coccole e siii!… Andrea te ne fa tante di coccole.- Alzai gli occhi fino alla sua testa piegata di lato, una pupilla nera grossa come uno pneumatico si restrinse per mettere a fuoco il mio panico. Pensai fosse la fine, ero una formica sotto lo sguardo di un ciclope, avevo visto una cosa simile al museo delle scienze, nelle orbite del cranio di un T-Rex.
-Pio..pipipi…ecco la pappa!- Zia Cesca tirò fuori da un sacchetto due semini di girasole e se li mise in bocca, quel mostro si alzò come una molla, creando una folata di vento gelido, provai l’istinto di passare tra le sue gambe di calcestruzzo, ma le mie erano di marzapane, alzai la testa, il suo collo si estendeva per almeno quindici metri. Poi con la precisione di un robot della comau, quell’arpia fiondò il becco ad un centimetro dalla bocca della zia, e con la punta della lingua prese quei semini , poi si frullò in un fremito ed una esplosione di piume iridescenti investirono l’universo. Chiusi gli occhi; scappare gli avrebbe fatto sferrare il colpo decisivo.
-Ora fai la pappa anche da Andrea, e siiii!! Che ti vuole bene, guarda come ti vuole bene.
Sentii le mani di zia toccarmi la faccia, le sue dita riuscirono a farsi strada nella mia bocca serrata, e infilarmi dei semi, rimansi con la bocca aperta, aprii gli occhi come davanti ad un plotone di esecuzione, catatonico, mi annusò dai fori del suo becco, mi passò davanti l’intera storia dell’umanità , e poi quella lingua rossa raschiò via dalla mia bocca i semi. Subito dopo emise un suono ridicolo, come una trombetta, e fece un balzo di dieci metri al centro del cortile. Ebbi la sensazione di essere stato graziato, mi apparve Dostoevskij, che mi benedì tenendo tra le mani una copia dell’Idiota.
-Andrea guarda Giovannino sta aprendo la coda!
Girai la testa, un enorme disco dai bagliori metallici si stagliò nel cielo, grande come la ruota panoramica che avevo visto a Rimini, solo che al posto dei sedili aveva quei giganti occhi blu, smeraldo, verde oro, che oscillavano creando una vibrazione sonora e psichedelica , sentii la paura trasformarsi in una specie di estasi. Presi la mano di mia zia, riuscii solo a dire:- aaa-
-E ora ti faccio vedere cosa gli ho insegnato.- Mi lasciò per incamminarsi ciondolante verso di lui, si fermò sotto e gesticolò, lui riavvolse la coda come un ventaglio , stirò il collo a raso terra , lei si arrampicò tra le piume fino scomparire, sentii solo la sua voce:
-Vieni ci stiamo anche in due, sta tramontando, prendiamo un po’ d’aria buona.
Riuscii a gridare con tutta la tensione che avevo in gola. -Un’altra volta!- E quella fiera, guardò il sole arancione, e si mise a correre verso il tramonto, creando un polverone, fino a quando decollò e divenne un puntino blu sempre più lontano.

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