Month: agosto 2014

Ortiche

Oggi ho accarezzato le ortiche perchè avevo nostalgia di quel prurito.
E ho accarezzato i muretti a secco.
Certi uccellini dalla coda rossa, si sono fermati ad osservarmi,
e sembrava mi leggessero i pensieri, ed erano di vento.
Non ero più abituato ai veloci movimenti dei mosconi,
ero come rallentato da giorni infiniti di città. Prigioni.
Sembra strano dirsi, che anche noi siamo natura,
ho scorto una piccola falena mimetizzata su un tronco,
e poi la pancia felpata della foglia di kiwi,
le persone parlavano e parlavano
ed io avrei voluto dormire
in un nido di foglie secche dentro un albero.

Filo ( simboli e archetipi)


Un ragno che sputa la notte,
seta nera è l’avvolgerci
nell’accordatura sinuosa e pubica
sfiorarci come impalpabili ombre
 carezze per affliggerci.
Quanto è giovane l’antico ripetersi,
nodi di lingua suoi capezzoli
 alfabeti di bocche e gesti
tesa, pelle, membro- corda
sacra fune, su fili di vene sempre più fini
come una vacca assopita, la vita
rigetta i suoi flutti di pelle sorgiva
ora aprirsi e richiudersi, mansueta urla muta
al toro che è in me, con dolcissima forza
per dividerti e schiuderti
strapparti le natiche come zolle di terra
l’eco del mondo in quel caldo fotterci
 brilla il mio seme nei tuoi umori.
Come faccio ad addomesticare la tua assenza?
M’ hai partorito di presenza accesa,
nell’aperto contrasto con il mondo greve
l’universo è sceso in terra, lieve
vederti è ogni dove.
Parlo con caviglie, pupille, capelli, piedi
come a germogli esplosi al sole
quasi da sentirmi donna
nell’ incessante accedervi.

Corpanima

Vorrei essere spensierato come le persone al mercato,
cerco di rimettermi in riga, mangio frutta
sono dimagrito, cerco di fare ordine.
Continuo a disegnare mostri,
ossa di susine tra le cicche nel posacenere.
E i miei amici mi parlano di donne,
le donne mi parlano di donne
le vie mi parlano di donne
le canzoni mi parlano di donne.
Basta poco per affascinare,
un po’ di carisma, una strizzata d’occhi
mestiere, parole furbe.
Già gravidi i desideri, s’abbuffano come ragazzini
nella Woodstock corpi-fango tra le quinte della città
lasciano impronte, come piccole bestie
di sconfinata e adorabile leggerezza
la maschera sorride, si disperde, deride.
Occhi nuovi per rifarsi nuovi,
ai piccoli balletti sacri casalinghi,
copule, erotismi nella muta corpanima
da penetrare per un permesso maggiore.

Mentre l’amore vero fa diventare le persone
sempre meno appetibili .

Aperitivi

Ho fatto un aperitivo con un’amica, un posto fighissimo, rustico ma chic, uno di quei posti “ di alimenti sani”, che hanno il bancone della carne di prima scelta, e fanno gli stuzzichini con la carne della loro cooperativa, e ci tengono a farti vedere le fasi della lavorazione su un mega schermo mentre stai mangiando. Praticamente sono delle autopsie su tavoli autoptici, non si capisce bene su che tipo cadaveri, coltellacci affilatissimi che dissezionano carcasse e ne estraggono fettine di coscio, masse muscolari, costate, pezzi di interiora, con fotografie di mucche con lo sguardo nostalgico piazzate a casaccio sotto il vetro del tavolo, che trasmettono la stessa propensione a domande esistenziali, di quelle dei miei parenti sul termosifone. Fanno davvero venire appetito i loro occhi che ti fissano, ti viene voglia di strappargli le orecchie a morsi. E poi ci sono i frighi, per la frollatura, ma perché frollarle? Servitele direttamente vive, sarebbe fantastico cibarsi direttamente dalla fonte, almeno uno avrebbe la sicurezza oggettiva di cibarsi di un bovino di razza piemontese, tutti in fila con il piattino ed il coltello. Ma ci sarebbero i soliti fighetti con i guanti ed il calice in mano che direbbero :
-Cazzo siamo arrivati tardi, non c’è più filetto…vabè tagliamo la testa al toro.
E schizzi di sangue sulle gambe abbronzate delle ragazze di turno, che diciamolo, farebbero sesso nel loro richiamo ancestrale. Degne di certe scene di Baarìa di Tornatore.
Mi ha fatto ricordare, quando ero ragazzino, andavo in vacanza in una zona rurale, abitata da tribù autoctone nell’Astigiano. Quelle famiglie avevano l’abitudine di appendere sulle pareti di casa le fotografie delle loro manze migliori. Ortensio un giorno mi disse:
-Quella era un fenomeno, Lola, razza fassona, guarda che chiappe!
Ed io guardavo le chiappe di Lola, e sorridevo a Ortensio con la stessa premura accondiscendente di chi si fosse trovato davanti ad Andrei Chikatilo , ok… le avrei riviste nei dipinti di Giovanni Fattori, ma era la passione esagerata di Ortensio per i culi delle vacche che mi mandava in confusione. Un giorno mi portò nel suo nascondiglio segreto, tolse un mattone dal muro e tirò fuori decine di giornaletti porno. Proclamammo Fanny Cadeo la migliore fassona di quell’estate.
Quando uccisero un vitello in mezzo alla corte, Ortensio in mezzo ad un raggio di sole e polvere, ne estrasse il cuore, lo alzò come un calice, e ne strappò un pezzo con i denti. Ora Ortensio fa il panettiere, ha perso i capelli. Ma Fanny Cadeo regge bene.

Quando non sapevo ancora fumare

Quando non sapevo ancora fumare
mi piaceva bruciare sterpaglie,
che suono doveva avere il sole ?
Che riempiva la voglia di urlare,
zone che mai avrei creduto nel cuore.
E incendiavo di passione
altari di delusioni, alberi come stregoni
tra le strade nascoste di ortiche,
gocce bianche tra ragni e formiche.
Casolari di vite smarrite,
avrei rivisto in molti sorrisi
nell’odore di nuvole che hanno le donne
come nuvole avrei dovuto lasciarli passare.
Cos’è che ancora vuole bruciare?
Ora che i mesi hanno le loro forme,
ed agosto è sempre stato un cerchio
infinito come il tuo ultimo saluto.
Ora che l’amore è fatto di date,
quale bocca avrebbe il sapore
della voglia di scappare
e allo stesso tempo di restare?
Ora che fumo per dare a questo sentimento lo stesso sapore
e non sentirmi pugnalare dal tempo,
per la colpa di amare ogni profumo.

Salite

Come ricordi che non scremano nulla
oggetti dispari brillano sulla mensola ,
a questo sole che scalda anche il suo marmo.

Un olio su masonite di Franz Kline
vale più questa casa.
Un verde marcio sbattuto alla cazzo,
l’arte di pensarci su, non vale nulla.

E se queste stupide lamentele, non avranno nomi
epigrafi, tutto il colore che hai dato, tutto,
un giorno sarà meno di questo pezzo di marmo al sole.

E scioglie un antico Dio, come una beffa
richiami inopportuni, di una eccessiva vita,
t’ho sentita di spalle in un abbraccio
e poi dopo, ancora una salita.

In bici

Le persone che vanno in bici, sono quelle che hanno un posto dove parcheggiarle. Io ho due bici in casa, ma raramente mi prende la voglia di scenderle, perché poi si deve anche risalirle, la risalita mi impigrisce anche se sono solo tre piani. Così ho comprato una bici da venti euro al mercatino dell’usato l’ho legata nell’androne, tre giorni e non l’hanno ancora rubata, certo i condilomi del condominio si sono già fatte sentire:
-Ma è tua la bici?- Sibila la vecchia vedova panchinara, di guardia alle dieci di mattina.
-E’ di una mia amica,la tengo qui giusto qualche giorno, è andata in vacanza- Rispondo.
-Ha no, ma è così sai, solo per sapere.
Solo per sapere dice, intanto sanno cose di me che non so nemmeno più io, sanno quante ragazze hanno suonato al mio citofono, potrebbero descriverne l’abbigliamento di tutte anche se sono passati dieci anni, io non so cosa prendano le anziane del mio palazzo, si fanno di Sargenor in vena.
Prendo la bici e vado al Valentino, sono anni che non vado al Valentino in bici. La bici ha il sellino saldato ad altezza bambino, e la catena ed i rapporti color della ruggine. Quando cambio rapporto per un attimo va tutto in tilt, come un’aritmia, ma poi si assesta, è una bici anziana, le salite sono out. All’imbocco del Valentino due ragazzine in tuta fermano la loro corsa per bere alla fontana, mi sembra che portino fortuna, la strada diventa ombra e discesa, persone di ogni età corrono, o fanno strani esercizi, ad una prima occhiata sembrano davvero in salute, mi fermo per osservare due anziani che stanno dando noccioline a uno scoiattolo grigio.
-Perché non scende più?- Dice la moglie al marito.
-Si è spaventato. – Risponde il marito, guardandomi storto. Li lascio con le loro noccioline e continuo, e finalmente arrivo ad uno spiazzo che mi ispira, sbatto la bici sull’erba e scendo quei gradini che portano sulla riva del Gange. Mi siedo sulla sabbia di cenere, ci sono libellule blu che danzano e poi si posano su fili d’erba, mi tolgo la maglietta, una famiglia di stranieri mi osserva da lontano intimando il loro figlio di fermarsi, fanno fotografie, mi percepiscono come parte della fauna. Poi passa il battello della Gtt, un anziano in lontananza sopra una canoa sta lottando contro le onde del battello, usa il remo per rimanere in equilibrio, si avvicina alla riva, ha una maglietta normale, nessun salvagente, la canoa è davvero piccola, mi chiedo se sarebbe in grado di nuotare,ma poi penso che i canoisti sono addestrati alle peggio cose. Arriva talmente vicino che se mi muovo ho paura di spaventarlo, vorrei dargli delle noccioline, ma lui dà dei colpetti al suo remo e sparisce tra le fronde.

Questo coso

Ho comprato quei frutti che non so più come si chiamano,
me li avevi comprati tu la prima volta.
Costavano abbastanza cari, ce li siamo mangiati dopo cena sul balcone.
Erano grossi come mele, ma più succosi,
è raro sentire un nuovo sapore per la prima volta
e poi è raro in un’occasione così,
è stato come guardare Van Gogh dipingere la notte stellata.
E’ stato come far rivivere una data persa.
A dire la verità quando camminavo con te,
sembrava che Picasso fosse ancora nel suo studio
a meditare il prossimo quadro,
il prossimo di ogni cosa, la coda di un’intuizione ancora in corso
il fuoco della legna sotto tutti i pentoloni di conserva.
Le sfumature più tenui, le corbusier in un bacio.
E oggi quei frutti, li ho mangiati camminando,
non mi dispiace averne dimenticato il nome,
non andrò nemmeno a cercarlo su wikipedia,
questo coso non ha più lo stesso sapore,
mi basta così, che ci sia stato.

à

Mi hai riportato occhi di legno intagliato,
belli, nuovi di cose mai viste.
Un po’ della luce infossata nello spirito,
di quei posti mai visti.
Come il respiro di un cane,
che ritorna a casa dopo due settimane.
Ma in un mondo che vende ancora affettatrici,
non sei la garanzia della felicità,
non mi fido di tutti quei kebab.
E di questo gioco dell’oca
che ha sparso per il mondo quello che ti manca.
Sono qui che girovago da una stanza all’altra,
e spengo o accendo le luci,
con l’obbligo di cercare quel tanto nel poco.