Cappadocia

Mi telefoni ogni sera dalla Cappadocia,
per farmi sentire le preghiere di moschee,
“Senti “ Mi dici. Ed io ascolto, le preghiere della Cappadocia.
E poi c’è quel tipo con te, che anche lui ascolta le preghiere,
quel tipo con la pappagorgia, quell’insieme di grasso con gli occhi.
Bisbisbiglia! Bismillah!
E mi chiedo: come fai a vedere qualcosa di spirituale in quel lipoma con la bocca?
Hai veramente tanto amore. Mi dico.
Ti ascolto con un po’ di rimpianto.
Mi sento così rimpiantato che non ho nemmeno voglia di subliminare la cosa,
perché ho una moschea anche nel mio cortile,
e le preghiere sono simili, e allora mi sento un Cappadociano.
E poi guardo quel quadretto di cielo blu, tra le case,
e dico “Porcatroia quanto sei lontana”.
Ed è bello bestemmiare dolcemente tra le preghiere,
c’è già chi prega per me, sono in una culla di preghiere.
E quel quadretto tra le case ha sfumature di blu che non hanno nome,
e diventa nero tra le case, e mi abbraccio a quelle preghiere.
Assieme alle paure.

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