Lumache

Ho salvato tre lumache ieri,
le ho ributtate sulle siepi dietro i cancelli della scuola elementare “Re Umberto Primo”.
Quando piove quella stradina è una strage,
di poltiglie croccanti, che prima avevano una direzione.
In quella scuola ho fatto le elementari,
e devo alle trisavole di quelle lumache, il mio primo concetto di “lumaca”;
la cosa più timida al mondo. Molto più carino che il concetto di “maestra”.
La maestra era un mostro senza pietà, senza guscio, qualcosa che il cielo,
aveva abbandonato in quelle mura per farci ricordare l’esistenza dell’inferno.
La maestra tirava le orecchie alzandoti dal banco, facendoti sentire lo scrocchio della cartilagine.
Ti dava bacchettate sulle mani, facendole ritirare dentro le maniche.
Ti metteva in punizione in piedi davanti alla lavagna, facendoti ritirare la testa dalla vergogna.
Ti vietava di ridere, di parlare, di vomitare, di controbattere. Rendendoti muto.
Per un errore ti sfraccicava il quaderno in testa, oppure lo buttava nel corridoio,
facendoti strisciare su ogni singolo foglio, con la saliva congelata in gola.
Nella foto del quinto anno, l’unica in cui compare,
gli ultimi della classe, avevano formato un guscio, ai suoi occhiali neri
al suo naso lungo e movibile, al suo alito da pestilenza, alla sua gonna rossa.
Dalla foto non si vedono le lumache, era quasi estate, magliette corte
braccia conserte. Sorride anche lei al “cheese” del fotografo.
Maestra d’altri tempi dicevano, con un po’ di orgoglio.

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